Biennale di Venezia. Il padiglione del Belgio spiegato da Katerina Gregos

Quest’anno il padiglione belga sceglie tematiche di confronto. Il progetto espositivo presenterà non solo il lavoro del belga Vincent Meessen, ma anche di alcuni artisti internazionali. Un contesto in cui la storia e l’alterità si confronteranno con la memoria. A curarlo, Katerina Gregos.

Tamar Guimares and Kasper Akhõj, The Last Days of Watteau, 2012, Slide projection with synchronized sound, 25 mins, Courtesy the artists & Galeria Fortes Vilaáa and Ellen de Bruijne projects
Tamar Guimares and Kasper Akhõj, The Last Days of Watteau, 2012, Slide projection with synchronized sound, 25 mins, Courtesy the artists & Galeria Fortes Vilaáa and Ellen de Bruijne projects

Il Padiglione del Belgio ai Giardini di Venezia si preannuncia un terreno fervido. Uno sguardo su alterità e su altrove, dimensioni che stanno per nascere da simbiosi storiche e da unioni formali non ascrivibili in un solo registro programmatico. La curatrice di origini greche Katerina Gregos presenta in anteprima ad Artribune il progetto per il suo Paese d’adozione, durante la 56. Biennale d’Arte di Venezia.

Potresti cortesemente spiegare e descrivere il titolo/tema, Personne et les autres, scelto per rappresentare il padiglione belga alla 56. Biennale d’arte?
La mostra introdurrà non solo il lavoro dell’artista belga Vincent Meessen, ma anche i progetti di alcuni artisti internazionali, provenienti da cinque continenti. Il titolo della mostra è preso a prestito da un volume andato perduto, un’opera del critico belga André Frankin, affiliato al gruppo del Lettrismo deisituazionisti internazionali. Il percorso intende sfidare le tradizionali nozioni di una rappresentanza nazionale in Biennale, cercando invece di riflettere sull’eredità dell’Internazionalismo e dunque mettendo in crisi l’idea eurocentrica della modernità. Un processo da svolgersi attraverso una disanima condivisa dei lasciti avanguardisti, marcati da un’impollinazione incrociata, artistica e intellettuale, tra Europa e Africa.
Personne et les autres punta a sottolineare le diverse e spesso ibride forme, artistiche, culturali e intellettuali, che vennero prodotte a seguito delle incursioni e degli incontri coloniali. Il titolo della mostra è stato scelto perché, nella poetica degli artisti scelti, risiede una specifica natura ambigua. In italiano esso può essere tradotto come Nessuno e gli altri.
Il sottotitolo della mostra, Vincent Meessen and Guests mette in luce l’apertura del Padiglione nei confronti degli altri artisti e della nozione di accoglienza. Personne non ha nome e potrebbe essere chiunque, allo stesso tempo. L’implicazione qui si riferisce al ruolo che ciascuna persona ha e che diventa, con gli anni, via via sempre meno definita e più fluida. Da questo si deduce il dissolvimento dell’immagine pubblica artistica e il fatto che ogni progetto sia molto più aperto rispetto alle tempistiche affrontate dai padiglioni nazionali, quando il focus, più spesso rispetto al suo contrario, sia dedicato a un solo artista, offrendo un risultato molto più ego-centrato che non geo-centrato.

Katerina Gregos - photo David Plas
Katerina Gregos – photo David Plas

Nel padiglione belga invece succede l’opposto: piuttosto che occupare il Padiglione in sé e per sé, Meessen ha deciso di aprirsi e condividere uno spazio con altri artisti. Il titolo fa inoltre riferimento a un incontro, a una sorta di chiamata a raccolta di differenti personalità, così come di ambigue situazioni in-between che il Nessuno analizzato occupa in relazione all’identità degli Altri. La frase Personne et les autres è anche un riferimento politico: l’artista non compare come persona o come un marchio, piuttosto si distingue in diverse forme, meno atomizzate, ricomponendo le parti di un gruppo. Lo stesso André Frankin è stato l’unico belga ad aver scritto per entrambi i movimenti del Lettrismo deisituazionisti internazionali, benché non abbia mai fatto ufficialmente parte della sezione belga dei Situazionisti internazionali, ricavandosi un proprio posto, in una sorta di terra di mezzo.

Come la pellicola di Meessen, girata a Kinshasa, rappresenterà un trait d’union con il lavoro degli altri artisti?
Il suo nuovo lavoro audiovisivo attualmente è ancora in via di ultimazione a Kinshasa. Il progetto rivisita il ruolo di un gruppo di intellettuali congolesi particolarmente sconosciuti che però ebbero un ruolo di preminenza nell’ultima avanguardia internazionale modernista: il gruppo dei Situazionisti internazionali (1957-1972), che riunì e indisse la propria ultima conferenza proprio a Venezia nel 1969. Meessen recentemente ha riscoperto un inatteso e inedito documento: i versi poetici di una rumba congolese, formulati da un situazionista sconosciuto, Joseph M’Belolo Ya M’Piko. Scritta a Kikongo, appena dopo il 1968, la scoperta rivela un ampio raggio di attività culturali e letterarie del gruppo d’avanguardia totalmente sconosciuta.
La sua importanza non deve essere solo misurata in termini di una sorta di storia nascosta dei Situazionisti Internazionali, ma deve essere considerata secondo una più vasta prospettiva musical e trans-culturale. La Rumba congolese si ri-appropria della musica di Cuba diventando in sé e per sé una forma ibrida. Meessen la re-interpreterà lavorando con musicisti congolesi che sono diventati ormai figure storiche per il Paese. Le tracce audiovisive saranno registrate a Kinshasa dal produttore musicale Vincent Kenis, conosciuto per le sue compilation di musica Rumba e le sue collaborazioni con la nota band congolese chiamata Konono, vincitrice dei BBC Awards e nominata per i Grammy.

Vincent Meessen, Location Photograph for Un-Deux-Trois, Kinshasa, 2-14, courtesy the artist and Normal_2
Vincent Meessen, Location Photograph for Un-Deux-Trois, Kinshasa, 2-14, courtesy the artist and Normal_2

Come curatrice internazionale, da dove viene la tua profonda conoscenza delle radici storiche della scena belga?
Vivo a Brussels dal 2006 e questo fatto, nonostante la mia nazionalità, ha permesso la mia formazione, in un periodo di tempo ampio che ha concesso una particolare familiarità, una mia peculiare vicinanza con la scena dell’arte contemporanea belga. Il mio primo incarico in Belgio, come direttore creativo di Argos, Centro per le Arti e i Media a Brussels, è diventato poi un perfetto trampolino per una sorta di mia interpretazione delle sensibilità contemporanee belghe.
Da quel momento in avanti, quel che guida ogni mio progetto curatoriale è il grande senso per la curiosità individuale, collegato con la ricerca, con la ritualità nel visitare mostre e con la facilità di supportare gli studio visit, caratteristiche insite nei giovani artisti belgi. Inoltre ho spesso frequentato i programmi di conferenze all’HISK, l’Higher Institute for Fine Arts a Gent, dove ho conosciuto, attraverso molteplici piani di lettura, molti, moltissimi artisti belgi

Potresti spiegare come e perché hai scelto di esporre i lavori di Abonnenc, Baloji, Beckett, Benassi, Bernier & Martin, Guimarães con Akhøj, Jafri e Pendleton?
Tutti loro sono stati scelti per un particolare approccio al tema del colonialismo. Proprio come Messeen ha deciso di mettere alla prova, di forzare i confini del tema inerente alla modernità coloniale, così gli ospiti convocati formeranno una sorta di territorio contro-narrativo e riveleranno micro-realtà storiche nascoste, attraverso un intricato groviglio linguistico che sarà il prodotto di relazioni coloniali e di tracce legate a una matrice del potere politico. In questo senso tutti gli artisti selezionati sono affini al lavoro di Meessen, perché la loro ricerca artistica ha consistentemente esplorato la storia e la vita successiva alla modernità coloniale.

Secondo la tua personale opinione, quale tipo di scenario visuale, di atmosfera culturale si delineerà nel Padiglione del Belgio in Biennale?
La mostra avrà sicuramente notazioni politiche, ma articolare secondo modalità e linguaggi poetici, immaginativi o, talvolta, astratti. Il sentimento, l’atmosfera che noi intendiamo creare, generare lungo il percorso, sarà dedicato alla contemplazione, non al confronto. Comunque sussisterà costantemente un fil rouge attivista, impegnato in molti dei progetti scelti, benché questa traccia rimarrà sottile e suggestiva, mai polemica o didattica, proprio come il linguaggio dei giovani artisti suggerisce ci si debba esprimere.

Olive & Patrick, LEchiquete (Checkered Chess), 2012, pieces and chessboard, Photography Olive Martin
Olive & Patrick, LEchiquete (Checkered Chess), 2012, pieces and chessboard, Photography Olive Martin

Potresti spiegare come la storia dell’architettura relativa al Padiglione attiverà un dialogo con un principio legato alla solidarietà internazionale così come un progetto di emancipazione globale?
Non solo l’architettura del Padiglione, ma la mostra in sé si relazionerà con il concetto di Internazionalismo, interpretato come movimento labourista la cui teoria si ispira al marxismo e al socialismo liberale; pensiero sottostante ai più celebri movimenti rivoluzionari e invocante la solidarietà internazionale, in virtù di un progetto di emancipazione globale. Ma questo è solo uno dei principali sottotesti allestiti nel Padiglione, come molti lavori suggeriscono (direttamente oppure indirettamente) si prediligono riferimenti al periodo dei movimenti di liberazione africana e ai loro, interni, peculiari moti labouristi che si ispirarono ai principi dell’Internazionalismo.
L’allestimento della mostra, in particolare, sarà seguito da Lhoas & Lhoas e creerà una sorta di cornice all’interno della quale ogni artista verrà fatto emergere individualmente connesso a tutto l’intero gruppo di partecipanti selezionati.

A livello visuale, di quali elementi faremo esperienza, attraverso Personne et les autres?
Ci sarà un’ampia varietà di lavori suddivisi nei linguaggi di diversi media, quali video, sculture, installazioni, ambienti, fotografie, proiezioni di slide, macchinari robotici, dipinti e disegni. Ma il lavoro maggiormente rivelatore e sorprendente, così come quello più denso, sarà, per ciascuno, il contenuto che verrà apportato: molti artisti, inclusi Meessen, stanno raccogliendo intere, nuove ricerche, portando allo scoperto storie raccontate che fino ad oggi sono rimaste nascoste e, addirittura, non-dette. Elisabetta Benassi, ad esempio, sta producendo un’installazione in tributo a Paul Panda Farnana (1888-1930), il primo cittadino congolese ad aver ricevuto un’alta educazione formativa in Belgio, come agronomo, e ad aver combattuto per i diritti dei congolesi, facendosi portavoce del proprio Paese al secondo Congresso Pan-Africano nel 1921. Tamar Guimaraes e Kasper Akhoj racconteranno la storia di Ernst Mancoba, uno dei primi africani modernisti e l’unico membro nero del CoBrA, il contributo del quale è stato quasi cancellato dalla storia degli archivi di CoBrA.

Potresti formulare un pensiero o esprimere un augurio che accompagni i visitatori fino al Padiglione del Belgio, durante la 56. Biennale di Venezia?
Siccome stiamo preparando una mostra complessa, che richiede un notevole coinvolgimento, per quanto riguarda i visitatori posso solo augurarmi che riescano a trovare il giusto tempo per osservare e meditare i lavori del percorso. Un allestimento di lavori che non sarà immediatamente di facile lettura e comprensibile a un primo sguardo, modalità di fruizione che molto spesso interessa i visitatori di ogni appuntamento sovraccarico di contenuti, proprio come la Biennale di Venezia. Mi auguro inoltre che i visitatori siano in grado di leggere ogni passaggio dalla superficie fino alle righe storiche sottostanti.

Ginevra Bria

www.personne-et-les-autres.be

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.