Ugo La Pietra. Intervista con l’artista randomico

Difficile incasellare la figura di Ugo La Pietra all’interno di una categoria lavorativa. La Pietra è un ricercatore instancabile, un osservatore sopraffino con un’acutissima capacità di cogliere le incoerenze della realtà ed esplicitarle non attraverso una sterile critica, bensì esplodendole. Tutta la sua produzione, dagli Anni Sessanta a oggi, ha attraversato un’incredibile varietà di tecniche creative, nonché esplorato tematiche che spaziano dall’individuo alla città, fuori da un ordine precostituito e con una programmazione rispondente, per dirlo con le parole di Gillo Dorfles, a un “effetto randomico”. La tecnica è ancillare all’idea, o meglio alla messa in crisi del consolidato che la ricerca vuole mettere in luce. Lo abbiamo intervistato in occasione della mostra antologica “Progetto Disequilibrante”, curata da di Angela Rui alla Triennale di Milano e inaugurata questa sera, 25 novembre.

Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante - Triennale di Milano, 2014

La sinestesia delle arti come confluisce nella sua ricerca segnica?
Questo tema nasce già dalla mia tesi di laurea in Architettura, ed è inteso come possibile travaso tra le diverse discipline (ciò che è aguzzo al tatto lo è anche all’udito) che, influenzandosi, assumono significato. Per strumento sinestetico non s’intende una intégration des arts, come tra un mosaico e l’architettura che lo integra, bensì indagini tematiche che danno senso e valore, verso un superamento del concetto stesso di sinestesia. Non a caso è così complesso incasellare in una sola categoria il mio lavoro.

Dal Campo Urbano del 1969 alle Immersioni, ha introdotto nei suoi interventi il concetto del Sistema Disequilibrante. Quali sono le sue finalità e ragioni?
Si tratta di una teoria sviluppata intorno alla metà degli Anni Sessanta in risposta alla generazione che si opponeva al modello di società proposta/imposta dalla politica e dalla cultura dell’epoca. Opere, film, foto, installazioni che ho prodotto in quel periodo miravano a rompere e decodificare questa realtà imposta. Le Immersioni, ad esempio, vogliono spezzare l’equilibrio acquisito dall’individuo mediante la perdita dei parametri di riferimento con ciò che lo circonda, e quindi anche della sicurezza.

Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante - Triennale di Milano, 2014
Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante – Triennale di Milano, 2014

Nell’installazione Videotape, come in altri lavori degli Anni Settanta, rompe la scissione tra spazio pubblico e privato, introducendo una critica all’Informazione Imposta. Come nasceva? A chi era rivolta la critica?
Alla fine degli Anni Settanta la ricerca si incentra sul superamento della didattica accademica e sulla liberazione dall’informazione imposta che implica una costrizione e limitazione della comunicazione individuo-individuo. I progetti presentati alla mostra Italy New Domestic Landscape al MoMA di New York o le Cellule Abitative anticipavano Internet, rompendo la mediazione di terzi nella comunicazione.

In allestimenti come La Casa Aperta, o gli interni/Esterni, indaga la necessità sociale di un nuovo spazio che sia al contempo abitativo e di relazione. Ritiene sia una necessità auspicabile e attuale per la società contemporanea?

Nelle città meridionali la vita quotidiana e lo spazio domestico si svolgono molto in strada, e attività e spazio collettivo non vengono vissuti come un binomio tabù. C’è bisogno di innescare un processo di creatività non per riappropriarsi, ma per vivere, gli spazi collettivi, dal ballatoio al giardino abbandonato. Su questa scia operava la Casa Aperta, la cui idea si ritrova oggi nell’orto collettivo. Le persone hanno bisogno di aggregarsi, soprattutto in una società in cui i nuclei familiari si riducono sempre più al singolo. Per controbilanciare la solitudine, la comunicazione si tramuta in una vera e propria necessità sociale.

Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante - Triennale di Milano, 2014
Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante – Triennale di Milano, 2014

Abitare il tempo. Come l’osservazione del proprio ambiente circostante e della società può offrire chiavi di lettura del labirinto del reale e dar valore al genius loci?
Le realtà produttive dagli Anni Ottanta hanno iniziato a discostarsi, in Italia, dal made in Italy verso la globalizzazione. Io sostengo invece che il parmigiano è reggiano, non italiano, ovvero dovremmo focalizzare l’attenzione sulle nostre diversità intese come valori, a livello culturale e materiale, e coltivare un Design Territoriale. In opposizione al design internazionalista, e alla sedia che funziona ovunque e sta in qualsiasi casa dalla Scandinavia al Giappone, e contro l’architettura che si autoalimenta, come quella degli alberghi standardizzati, per ritrovare l’unicità delle nostre differenze, influenzate dalle stratificazioni culturali e dal clima del nostro territorio.

Come ha fatto convogliare tutta questa ricerca nella mostra?
La difficoltà principale della mostra sta nel raccogliere un materiale amplissimo, che si struttura su svariate tecniche e supporti e soprattutto su una vasta indagine tematica che necessita di essere collegata a filo doppio con l’epoca in cui è stata pensata. Altresì la percezione del materiale esposto risulterebbe ostica al visitatore.
Ogni mio lavoro è collegato ai movimenti culturali a esso coevi in quanto li esprime, li interpreta e li critica. In tutta la mia opera, di design e non solo, ritroviamo 2mila e più prototipi, pezzi unici per la maggior parte e pochissime produzioni. Le mie ricerche prescindono, infatti, dalla logica della produzione industriale: un mobile è un manifesto del recupero della manualità contro la serialità.

Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante - Triennale di Milano, 2014
Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante – Triennale di Milano, 2014

La mia attenzione è sempre stata rivolta al recupero della perizia artigiana, spesso letta come di cattivo gusto, contro il disegno industriale e l’inganno che nasconde, poiché le aziende italiane sono diventate grandi non grazie ai processi meccanici ma agli artigiani che vi lavorano. Oggi in Italia assistiamo a un ritorno verso il craft europeo, fortemente sostenuto in quei Paesi che hanno continuato a investire sui piccoli numeri e alimentato il mercato, le gallerie e il collezionismo del settore. Tale settore nasceva da noi, e dovrebbe essere il tema su cui incentrare la formazione, i musei, i laboratori di arti applicate, a metà tra arte e design, raffinate e contrarie alla logica dei grandi numeri. Per tornare a riconoscere la differenza tra un vetro e un cristallo.

Flavia Chiavaroli

Milano // fino al 15 febbraio 2015
Ugo La Pietra – Progetto Disequilibrante
a cura di Angela Rui
Catalogo Corraini
TRIENNALE DI MILANO
Viale Alemagna 6
02 724341
www.triennale.org
www.ugolapietra.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/37937/ugo-la-pietra/