Ecco perché viviamo una specie di guerra

Forse non tutti se ne rendono conto, ma viviamo in tempi di guerra. Una “specie” di guerra. Tanto più insidiosa perché nascosta, quasi invisibile. Ma che razza di guerra è quella in cui la maggior parte dei combattenti non si rende neanche conto di stare combattendo?

Pino Pascali, Contraerea (1965)


Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata
tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso,
il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato,
che la faccia dormire fino al lunedì.
Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, 1960

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere. Di cavarsela.
E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.
Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.
E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il “fighettismo” che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale? E soprattutto, è davvero così importante saperlo? O l’essenziale non è piuttosto, appunto, il processo, l’esperienza: lo spazio-tempo esistenziale, così come viene modificato dal proprio intervento culturale? Senza considerare il fatto che molto probabilmente porti dubbi e domande del genere ti ha già tagliato fuori, strutturalmente, dall’intera faccenda…). Ah, e quelli – poi – che stanno sempre a lamentarsi: che sanno sempre, solo lamentarsi.

Giaime Pintor
Giaime Pintor

Viviamo una specie di guerra. Questa è una specie di guerra.
Tanto più insidiosa perché nascosta, pressoché invisibile. Ma che razza di guerra è quella in cui la maggior parte dei combattenti non si rende neanche conto di stare combattendo? E anzi, fa di tutto per convincersi di non stare combattendo, disperatamente, che tutto questo non sta accadendo, non a lui (o a lei), che c’è ancora tempo, che c’è sempre tempo?
Esattamente il tipo di guerra che in cui i vincitori e i vinti sono (quasi) certi.
Eppure, nonostante le autoillusioni, le finzioni, le rappresentazioni, questa è – e rimane – una specie di guerra. Uno strano tipo, ma pur sempre guerra: con una sua economia, una sua politica, una sua politica e – persino – una sua letteratura. (E una sua arte?)
Vengono in mente le parole che Giaime Pintor scrisse poco prima di saltare su una mina tedesca, oggi più attuali che mai: “In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la “generazione perduta”, che ha visto infrante le proprie “carriere”; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. (…) c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile” (Il sangue d’Europa, Einaudi 1965, p. 186).

Christian Caliandro

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • giorgio

    un po’ vago come articolo, lo spunto è buono ma… perché non approfondire, qual è realmente questa guerra?

  • Raffaele Gavarro

    Caro Christian, siamo davvero in guerra. Hai ragione. Anche
    se, così dicendo, sembra di ripetere le parole di Crozza che fa il verso a Grillo. E in effetti anche tra loro è guerra. Come ho avuto già modo di scrivere in altre occasioni, stiamo vivendo un tempo alla fine in un Paese ripiegato su se stesso, in cui molti combattono ben consapevoli di farlo, mentre altri scelgono di rimanere nelle retrovie, imboscati e convinti così di salvarsi, attendendo che tutto torni come prima. Anche se nessuno riesce davvero a immaginare come questo potrà accadere.
    Ma il vero problema di questa guerra, ciò che la rende
    davvero insidiosa, è individuare il nemico contro cui si combatte. È la (mala)politica? Oppure un sistema generale asservito a regole relazionali, parentali o lobbistiche più o meno occulte? Oppure il nemico siamo noi stessi? Quella nostra stessa incapacità o mancanza di coraggio nell’accettare l’evidenza che siamo tutti responsabili, e che la guerra sarà vinta solo quando saremo disposti a cambiare non solo le regole, ma il modo con cui osservarle sin dal nostro quotidiano?
    Proprio per questo, lo so, (forse) i vinti e i vincitori saranno gli stessi di sempre. In una Italia che non ha mai mancato di uccidere
    senza pietà, tanto concretamente che metaforicamente, le sue menti più lucide e coraggiose, giunti come siamo all’evidenza dell’ultimo atto, viene da chiedersi, con il Pintor che opportunamente citi, se riusciremo mai a pensarci come una collettività consapevole.

  • mario

    Continuare questa retorica passiva è inutile.

  • Dilettante

    Tonterias…

  • angelov

    Alla fine di ogni guerra, ognuno percepisce la mostruosità dell’evento appena trascorso, anche se prima del suo inizio, moltissimi pensavano che invece la guerra sarebbe stata l’unica giusta soluzione dei problemi.
    Nessun popolo ama la guerra, che è invece decisa dai governi che dai quegli stessi popoli sono stati eletti.
    Mentre la pace non ha né un inizio né una fine, di ogni guerra si conoscono le date sia di inizio che di fine, forse perché a essa è collegata l’idea della morte.
    E forse disquisire sulle ragioni o necessità di una guerra, è come giocare a nascondino con la morte stessa.