Addio a H.R. Giger, padre di Alien e artista visionario

È scomparso lunedì 12 maggio all’età di 74 anni l’artista svizzero H.R. Giger. Famoso per aver dato una forma alla paura aliena nel capolavoro di Ridley Scott, ha in realtà lasciato il suo originale segno in moltissimi campi. Diventando un culto ben prima della sua morte.

H.R. Giger

Anche chi non è mai stato un appassionato del genere horror e fantascientifico ha incontrato almeno una volta lo sguardo e le originalissime fattezze, insieme orripilanti e sessuate, degli “xenomorfi”, i mostri creati dalla fantasia di H.R. Giger e resi tridimensionali insieme all’italiano Carlo Rambaldi per il film Alien (1979) di Ridley Scott. Proprio per quel mostro, che così radicalmente entrò nell’immaginario collettivo, Giger vinse un Oscar per gli effetti speciali e da allora il suo lavoro divenne pop, sdoganando un immaginario macabro e sofisticato.
Hans Ruedi Giger era nato nella cittadina di Coira in Svizzera nel 1940 e, come spesso accade negli esordi di artisti visionari ed eccentrici, la sua biografia racconta di un ragazzo per il quale la famiglia sogna un futuro tranquillo, borghese, nel suo caso seguendo le orme del padre farmacista. Ed è proprio in quel mondo apparentemente chiuso, clinico e bizzarro come soltanto la Svizzera a volte sa essere, che il giovane Hans decide di intraprendere la strada del designer, studiando arti applicate a Zurigo e imparando così la lezione fondamentale del dettaglio tecnico, della precisione maniacale tipica di un cesellatore o di un costruttore di orologi di Sciaffusa. A questa passione Giger ne combina un’altra: tradurre in segno e immagini le suggestioni surrealiste e i recessi oscuri dei propri incubi. Giger raccontò più volte di dormire con un blocco da disegno sul comodino per registrare immediatamente le visioni angoscianti che popolavano i suoi sogni, spiegando così la genesi dei suoi esseri “biomeccanoidi”.

Jonathan Davis della band Korn, si esibisce con l'asta da microfono designed by H.R. Giger - photo Shirlaine Forrest/Wire Image
Jonathan Davis della band Korn, si esibisce con l’asta da microfono designed by H.R. Giger – photo Shirlaine Forrest/Wire Image

Ben prima di Alien, Giger mise insieme un corpus di lavori impressionanti, applicando il suo segno in ambiti diversi e strutturando le sue visioni come un mondo parallelo, oscuro e perverso, studiando accuratamente modelli artistici e architettonici che fanno di Giger il testimone e l’erede delle figure più irregolari delle avanguardie: dalla pittura di Salvador Dalí alle sculture di Hans Bellmer alle fotografie oscene di Pierre Molinier. Ma soprattutto rileggendo in chiave dark e sadomaso gli spazi vivi e pulsanti di geni dell’architettura liberty quali Antoni Gaudí e Victor Horta. Dallo studio di tali edifici e dalle loro raffinate soluzioni formali nascono quegli ambienti complessi, umidi, organici e spaventosi che da Alien in poi hanno segnato l’immaginario di genere e che ancora oggi caratterizzano incessantemente film, videogame e letteratura fantascientifica.
Recentemente il documentario Jodorowsky’s Dune (2013) ha fatto emergere più chiaramente l’apporto di Giger al mancato capolavoro di Alejandro Jodorowsky, mostrando quanto l’artista svizzero fosse coinvolto nell’ennesima configurazione di un mondo alieno, cupo e accattivante. Ma non solo attraverso il cinema l’arte di Giger si è diffusa ed è diventata un cult: basti pensare alle illustrazioni per la cover di Brain Salad Surgery (1973), l’album prog rock fondamentale degli inglesi Emerson, Lake & Palmer, ancora oggi uno degli esempi più alti di cover art nella storia della musica. O ancora, il controverso e censurato poster porno-horror incluso nel vinile di Frankenchrist (1985) dei Dead Kennedys.

H.R. Giger, poster art per l'album Frankenchrist (1985) dei Dead Kennedys
H.R. Giger, poster art per l’album Frankenchrist (1985) dei Dead Kennedys

Si sbaglia chi pensa che Giger sia stato solo un riferimento di genere per i frequentatori geek dei prodotti di genere o della letturatura post-Lovecraft: il ruolo del suo immaginario è stato ben analizzato e documentato in saggi e mostre, come Illusion, Emotion, Realität curata nel 1996 alla Kunsthaus di Zurigo da Harald Szeemann. Inoltre, di là del fenomeno di moda durante gli Anni Ottanta, riaffiorano continuamente segni del suo influsso in settori diversi: basti pensare ad alcune scarpe disegnate dal genio della moda Alexander McQueen per la sua ultima, leggendaria sfilata.
Le centinaia di monografie e personali dedicate a Giger mostrano questa continua attenzione negli anni e apprezzamento per l’artista svizzero, e ne testimoniano la stima per un autore indipendente, amato profondamente da un pubblico che ha condiviso con lui splendidi incubi e macabre passioni.

Riccardo Conti

www.hrgigermuseum.com

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Riccardo Conti
Riccardo Conti (Como, 1979) è critico d’arte e free lance editor per numerose pubblicazioni nazionali ed internazionali occupandosi principalmente di cultura visiva e sperimentazione audio e video. Ha curato diverse mostre per gallerie e spazi privati ed è autore di alcuni format televisivi riguardanti arti visive e cultura contemporanea. Ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, e tenuto seminari presso altre università ed istituzioni quali NABA, IULM, e KHIO di Oslo, attualmente insegna presso la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano ed è docente di Visual Culture e Video Culture presso IED moda Lab. Dal 2011 fa parte dello staff editoriale di Artribune.