Fughe identitarie & deresponsabilizzazione: rialzarsi

L’Italia, gli italiani e il senso della nostra identità. Christian Caliandro torna sul tema per cercare di capire quali strategie il nostro Paese dovrebbe mettere in atto per rinascere. Per, finalmente, rialzarsi.

Aligi Sassu, Concilio di Trento (1941-42)

Nonostante tutti i tentativi di “fuga identitaria” che periodicamente si presentano nel nostro immaginario, poche volte forse come in questo momento l’essere e il sentirsi italiani si sono condensati in questa atmosfera psichica molto negativa e stranamente molto tangibile, in questo disagio innominabile che ci attraversa più o meno tutti e che sostanzia la nostra identità collettiva, in senso per il momento paralizzante.
Sicuramente la matrice cattolica e soprattutto controriformista rimane importantissima per comprendere il nostro carattere nazionale. Il meccanismo del permesso, l’alternanza e l’equivalenza sostanziale tra punizione e intercessione la dicono lunga su chi noi siamo e su chi siamo stati. Il punto è la deresponsabilizzazione, il demandare continuamente ad altri le nostre scelte di vita (a livello individuale e collettivo): qualcuno più in alto di noi sa sempre che cosa è meglio per noi, sa cosa è giusto, cosa è più conveniente… È un processo storico che va avanti da secoli, profondamente installato nella psiche collettiva.  Come scriveva Gaetano Salvemini in Cattolicismo e democrazia: “Questo è il lato più atroce dell’insegnamento morale quale è impartito dai papi e dal clero: che esso sviluppa i lati vili della natura umana, avvezzandola a non sentire le proprie responsabilità, ma a mettere le decisioni finali nelle mani di un sacerdozio, che non dà il consiglio dell’amico, ma dà l’assoluzione o la condanna del giudice” (cit. in Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza 2012, p. 83).
Detto ciò, questa tensione (peccato, punizione, assoluzione-perdono, condanna, intercessione, peccato, ecc.) nasconde anche un nucleo oscuro, che è probabilmente anche la radice dell’identità culturale italiana così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi secoli e decenni; fino proprio a una trentina di anni fa, laddove possiamo individuare una frattura, una cesura fondamentale (si incrinano e si avvitano anche questi meccanismi mentali secolari).

Vittore Carpaccio, Le cortigiane (1510-15)
Vittore Carpaccio, Le cortigiane (1510-15)

L’Italia, in questo momento storico, rappresenta proprio questo: la possibilità di questo altrove, calata in maniera solo apparentemente paradossale nel grumo attuale di devastazione morale, psichica, civile e sociale. Quando troveremo il modo di dare un nome a questo disagio, di articolarlo culturalmente (e credo che ci siamo molto vicini…), la forza che ci immobilizza e che ci tira giù diventerà la stessa che ci spinge in avanti. Non sarebbe del resto la prima volta che ci accade: sessant’anni fa è avvenuto qualcosa di molto simile.
L’Italia è il sentimento di questa attesa, il terrore di non farcela e il sollievo della salvezza; la grandezza che viene fuori proprio dalla disfatta, dal senso di sconfitta e di perdita. A partire dagli anni Ottanta, abbiamo smarrito proprio questo, ed è stata la rinuncia più grave, contro ogni apparenza: il senso della perdita. Dobbiamo riconquistarlo, e solo allora capiremo come si fa a rialzarsi. Non è possibile, infatti, rialzarsi senza per così dire fare effettivamente l’esperienza di questo rialzarsi (ma solo sognando di rialzarsi, o desiderandolo); non è possibile rimuovere il dolore e il sacrificio dal proprio percorso. È un’illusione pericolosa, che porta a distaccarsi da sé e dalla realtà.
L’Italia si è costruita negli ultimi decenni come una sorta di distopia realizzata; e nessun modulo narrativo come la fantascienza è forse adatto a descrivere ciò che accade e sta accadendo alle nostre strutture sociali, politiche, mentali. La distopia perfetta è quella in cui quasi tutti negano di abitare una distopia (nella distopia non è pensabile nessun “fuori”; essa si rende trasparente e irriconoscibile in quanto tale, scompare del tutto perché pervade tutto; e il momento in cui emerge chiaramente l’idea del “fuori” coincide con la fine vera e propria della distopia), negano di viverci fin da quando sono nati, fin da quando esistono e hanno memoria, o di esserci scivolati a un certo punto (in questo caso non ricordano com’era prima, e se lo ricordano rimuovono il dolore della perdita, il disagio della sconfitta): negano questa qualità, e negano anche la loro vita.

Gaetano Salvemini
Gaetano Salvemini

Una nostra specialità nazionale è proprio la capacità di “congelare” e sterilizzare i momenti più critici del nostro passato (il Risorgimento, la Resistenza, gli anni Settanta), imbalsamandoli nel monumento che allontana noi da noi stessi: è un modo – efficace – di stabilire una distanza, e di rimuovere appunto i traumi. Ma non ha molto a che fare con la critica, o con la vita. Perché infatti occuparsi degli anni Settanta con il linguaggio degli anni Settanta (elaborato da altre generazioni di artisti, con altri sistemi di valori a orientare le loro scelte e con altri fini, e depurato opportunamente di ogni contenuto politico “disturbante”), e non del presente, della propria esistenza e di quella degli altri, con un linguaggio attuale?
Occorre incominciare a pensare che la rimozione non riguarda solo gli anni Settanta, ma anche e soprattutto il presente. La nostalgia (a livello personale e collettivo) è un modo di evadere da un tempo che si percepisce come troppo difficile da affrontare. Siamo di fronte a due o tre generazioni di artisti che sfuggono alla definizione del presente, nel momento stesso in cui quello italiano è uno dei presenti più tumultuosi, magmatici, spettrali e perciò interessanti dell’ultimo secolo.
Occorre ricostruire l’idea che l’arte – anche e soprattutto quella più significativa, rilevante, importante – possa e debba essere popolare. Occorre annullare la distanza e il distacco abissale che si è stabilito progressivamente negli ultimi trent’anni tra gli italiani e l’arte, la cultura in generale (ma in particolare quella contemporanea).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).