Fantasma concreto (II)

Seconda parte del testo critico che introdurrà la mostra collettiva “Concrete Ghost”, all’interno del progetto “Cinque Mostre. Time and Again” che inaugura il 30 gennaio all’American Academy in Rome. A firmarlo è Christian Caliandro per la rubrica Inpratica.

Reynold Reynolds, Secret Life (2008)

We are the dead
George Orwell, Nineteen Eighty-Four (1948)

L’epoca dei fantasmi è, per sua natura, per definizione, l’epoca della riflessione. In cui si considerano le cose fatte (le azioni del passato), e si riflette sul da farsi.
È proprio tutta la nostra prospettiva che è spettrale. Il nostro modo di muoverci nel mondo. Lo stesso vedere film e ascoltare dischi in streaming, leggere libri sul proprio ebook reader: tutti prodotti nel passato, oggetti-non-oggetti con cui di fatto non abbiamo alcuna relazione se non una fruizione completamente scollegata dal contesto di produzione. È lo sguardo che può avere un fantasma, che si interessa alle cose, ma fuori dalla realtà, fuori dal mondo.
I file presenti nel nostro computer, o nell’iPad, nel lettore mp3 o in qualsiasi  altro dispositivo sono, appunto, file. Sono privi di storia, sorta di non-oggetti. Completamente smaterializzati. Non essendo oggetti fisici, tangibili, non possono fornire agganci e tracce per i ricordi delle persone. Dalla loro possiedono l’indiscutibile vantaggio di una vastità pressoché infinita dell’archivio a disposizione, dunque della nostra possibilità di scelta.
Questi non-oggetti culturali sono puri fantasmi senza passato (e già questa è una perfetta contraddizione contemporanea, visto che i fantasmi sono sempre stati i depositari della memoria e della Storia). Vivono, per così dire, “oltre il velo”, in una sorta di Iperuranio che sembra discendere direttamente dalla tradizione filosofica occidentale, e il cui ultimo nome in ordine di tempo, non a caso, è proprio cloud: la nuvola, già famosa e oggetto dei desideri collettivi, che conserverà tutti i nostri dati.

Hamlett Dobbins, Untitled (GUT_cut_v2, 2013)
Hamlett Dobbins, Untitled (GUT_cut_v2, 2013)

E non hanno rapporto, nonostante le apparenze, con la vita degli uomini. Sono eternamente presenti. È come se ci fossero sempre stati. Questo è un ulteriore riflesso dell’amnesia collettiva, dell’incapacità di percepire storicamente i fatti, che ha ormai un lungo (storico) retaggio. I fatti e gli eventi sono come gli oggetti, in tutto assimilabili ad essi. E ad essi sono collegati. Se gli oggetti si tramutano in versioni simulacrali ed immateriali di se stessi, se scompaiono, scompare anche la Storia.
La percezione dello svolgimento storico è strettamente connessa alla nostra esperienza del tempo. Il modo in cui fruiamo gli oggetti culturali smaterializzati e digitalizzati attraverso i nostri dispositivi è sintomatico dell’immersione in un presente che annulla le dimensioni del passato e del futuro. (Perché siamo terribilmente incuriositi dal periodo che immediatamente precede la nostra nascita? Che rapporto c’è tra il nostro ingresso nel mondo, e nella storia, e la nostra percezione dello scorrere del tempo?) Comunque, è vero che se io voglio vivere unicamente nel biennio 1985-86 o 1975-76 o 1955-56 (ascoltare solo musica prodotta in quei due anni, guardare solo film usciti in quei due anni, leggere solo libri e notizie di quei due anni ecc.), oggi lo posso fare davvero: prima, no. E che cos’è, questa, se non un’evocazione?
(I fantasmi sono i ricordi.)

Il fantasma concreto agisce sulle dimensioni spazio-temporali in un modo molto specifico. La sua gestione del passato e del futuro è diametralmente opposta a quella del “presente perpetuo”, ma analoga per funzionamento interno: se il presente perpetuo, infatti, estende il suo cono d’ombra sulla storia e sul non ancora avvenuto (“esisto solo e soltanto io: tutto è sempre stato e sempre sarà come me”), sulla base di una costruzione sociale e culturale (illusoria), il fantasma concreto ossessiona questi differenti territori che nella sua esperienza coesistono, e lascia che collassino all’interno del presente. Siamo sempre in presenza di una dilatazione – ma la sua qualità è radicalmente differente da un’operazione all’altra. Dal punto di vista del fantasma concreto, le zone temporali diventano estremamente permeabili; anche la gestione delle zone spaziali è sottoposta al medesimo regime: interno ed esterno tendono a confondersi, a sovrapporsi, a perdere i rispettivi contorni. Il buio mangia le forme, e ne fa emergere lati inediti; un tappeto viene seppellito e comincia a decomporsi; un angelo barocco diventa una macchina del tempo.

Tony Fiorentino, Dominium Melancholiae (2013)
Tony Fiorentino, Dominium Melancholiae (2013)

Una sensazione diffusa di sospensione ci attraversa e attraversa questo presente. Qualcosa di molto preciso, e al tempo stesso inafferrabile, ineffabile, evanescente: oscuro. A differenza che in altri momenti e in altre epoche (avanguardia?) non c’è alcuna nevrosi, alcuna isteria in questo atteggiamento (metafisico?). C’è un’attitudine, invece, contemplativa. Una predisposizione alla contemplazione: una calma oscura.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • angelov

    Un giorno conobbi un sensitivo, forse un mago, a cui proposi la lettura di un libro di Rabdomanzia dal titolo: The Divining Hand, (la mano divinatrice); lui lo aprì, e cominciò a sfogliarlo, ma poi mi fece notare che molte foto che apparivano nel libro ritraevano persone non più viventi, e quindi mi consigliò vivamente di evitare di avere a che fare con fotografie di trapassati; la cosa mi sconcertò alquanto, e scatenò in me tutta una serie di considerazioni di portata metafisica…