Non restare chiuso qui. Elio Grazioli, l’arte e la follia

Ha inaugurato sabato scorso, presso la Porta Sant’Agostino di Bergamo, “Fuori quadro”: una mostra che dipana il tema della follia in rapporto la creatività per mezzo dell’approccio multidisciplinare. Abbiamo intervistato Elio Grazioli, curatore dell’iniziativa.

Arnulf Rainer, Senza titolo, 1967, Grafite su fotografia in b/n - Collezione Elio Grazioli

L’esposizione, corredata d’incontri e proiezioni e che rimarrà aperta fino al 19 dicembre, analizza la produzione d’immagini “sondando la relazione tra disordine mentale ed esperienza artistica”, esponendo opere e documenti appartenenti ad ambiti solitamente divisi. Una collaborazione, quella tra psicologia e arti visive, che è nata in passato e che si è sentito necessario riproporre attraverso accostamenti multidisciplinari di matrice comparatistica. Una ricerca che si colloca nell’ambito universitario, ma di cui si è cercato di abbattere i confini istituzionali. Abbiamo intervistato in merito Elio Grazioli, curatore della rassegna.

Da quali presupposti, domande e osservazioni è partita l’idea di una mostra così eterogenea ma allo stesso tempo sinfonica?
Il gruppo di docenti composto da me, Barbara Grespi, Pietro Barbetta e Alessandra Violi, rispettivamente per le discipline storia dell’arte contemporanea, cinema, psicologia e letteratura, ha deciso di realizzare una mostra attorno al topic “arte e follia” che non sia tradizionalmente intesa e che non ricostruisca soltanto esteticamente la tematica della follia, bensì che la riconsideri storicamente, attraverso un’impostazione interdisciplinare e comparatistica.
Non ci si deve perciò aspettare una mostra d’arte contemporanea tradizionale, così come non è questa una mostra di Art brut o di Outsider art. C’è altro, a cominciare dal cinema e dalla fotografia. E c’è la documentazione; non a caso, il sottotitolo Follia e creatività fra arte, cinema e archivio richiama proprio questa volontà di ricomporre attraverso testimonianze d’archivio il profilo dell’anormalità nelle arti. Fuori quadro è l’approdo importante di una ricerca protrattasi nel tempo e la definirei quindi come la manifestazione visiva del pensiero, l’espressione che formalizza, nel senso di “dar forma”, al lavoro teorico ideatore.

Ferdinando Scianna, Festa di carnevale all’ospedale psichiatrico di Franco Basaglia, Gorizia, 1968, Fotografia in b/n
Ferdinando Scianna, Festa di carnevale all’ospedale psichiatrico di Franco Basaglia, Gorizia, 1968, Fotografia in b/n

Come è stato possibile creare sinergie e legami semantici o di continuità logica tra le discipline e le opere esposte?
Il coordinamento tra esperti di più settori disciplinari deriva da una prassi consolidata nel tempo: siamo colleghi dell’Università degli Studi di Bergamo e il confronto/dialogo tra noi è sempre stato continuo. La sinergia per realizzare Fuori quadro è perciò stata più immediata rispetto alla costituzione di un comitato scientifico ad hoc. La scelta del materiale, la proposta delle opere, lo svolgimento della trama interna sono state approvate all’unanimità. Si sono innanzitutto eliminate definizioni e separazioni, atteggiamento giustificato dalla labilità dei confini tra la normalità e la follia. Le opere qui esposte sono perciò state scelte in virtù della loro indefinibilità, nell’essere avanguardistiche rispetto la tradizione e nel forzare la soglia della regolarità.

Mi parli delle quattro macrotematiche – “reclusione”, “volto”, “corpo” e “animalità” – che s’intrecciano nel percorso e di come non esista soluzione di continuità tra di esse.
Si sono individuate quattro sottotematiche, ognuna rappresentata da linguaggi diversi poiché tutto è rimesso in circolo, non esistendo differenze settoriali. In mostra perciò arte, fotografia e cinema (e qualche accenno di teatro) esemplificano in modi diversi gli argomenti della reclusione, del volto, del corpo e dell’animalità. L’arte come liberazione di pulsioni si contrappone alla reclusione e alla contenzione di cui sono soggetti i cosiddetti “folli”; la fisiognomica e le espressioni facciali sono sintomatiche della devianza (in mostra esempi di fotografia ritrattistica); la gestualità e l’animalità sia nel senso della privazione del carattere personale dell’individuo, sia nell’assimilazione dell’immagine del malato all’aspetto animalesco (gli spezzoni di documentari che abbiamo scelto di mettere in mostra dimostrano proprio questo processo di disumanizzazione). È interessante quindi presentare e rappresentare visivamente queste problematiche.

Wurmkos - veduta dell’installazione site specific presso la Porta Sant’Agostino, Bergamo 2013
Wurmkos – veduta dell’installazione site specific presso la Porta Sant’Agostino, Bergamo 2013

Il titolo scelto per questa mostra è chiaro ed eloquente, ma forse si presta a un’ulteriore interpretazione e cioè “la volontà di uscire, di mostrarsi al di fuori dei ‘riquadri’ istituzionali della cultura“. Può spiegare meglio questa dichiarazione?
L’espressione “fuori quadro” racchiude l’intenzione di aprirsi verso l’esterno e di correre il rischio di comunicare un ragionamento, una ricerca che si sta conducendo all’interno dell’ambito accademico. La contemporaneistica, come viene definita in ambito universitario e di cui noi ci facciamo portavoce, ha scelto di esporsi perché se non lo avesse fatto sarebbe rimasta reclusa nel proprio contesto di afferenza. Ovviamente si tratta di un salto e di un’apertura supportati dal rigore e dalla competenza dello studio. Il richiamo alla propria origine è quindi costante, ecco perché il catalogo ripristina i confini degli ambiti di ricerca.

Quanta forza può trarre il discorso concettuale da una forma espositiva che accosta espressioni visuali a documenti storici e scientifici?
Nelle intenzioni un approccio del genere è irrinunciabile. Il nostro stesso sguardo è cambiato e c’è una ricezione trasversale diversa che ci porta a combinare le cose e i domini e comprenderli attraverso il loro confronto. La comparatistica ha infatti due risvolti: da un lato si verifica una comparazione tra gli ambiti; dall’altro, proprio in virtù di questo paragone, si costruisce un percorso. Un percorso che non si chiude nella propria autoreferenzialità specialistica, bensì si mette al vaglio del confronto. Le mie scelte curatoriali si ritrovano e si spiegano grazie alle singole manifestazioni delle altre aree disciplinari.
Il volume di accompagnamento alla mostra ne è la riprova. Funge da catalogo ma in realtà è molto di più. In esso si trovano importanti contributi, veri e propri saggi che evidenziano questo tipo di approccio multidisciplinare. Se nel catalogo le quatto tematiche sono ben distinte, nell’allestimento sono invece rimescolate, rappresentate per accostamenti che agiscono su altri livelli, specialmente su quello della percezione. L’uso de buio è in questo senso un escamotage allestitivo per far risuonare le immagini in maniera diversa e la mancanza stessa di apparati didattici trasforma l’esperienza di visita in una passeggiata notturna aperta, senza etichettature o categorizzazioni.

Barbara Morosini

Bergamo // fino al 19 dicembre 2013
Fuori quadro. Follia e creatività fra arte, cinema e archivio
a cura di Elio Grazioli
Catalogo Aracne
PORTA SANT’AGOSTINO
Via Porta Dipinta 46
[email protected]
http://cav.unibg.it/balthazar/web/it/attivita/3/mostra-follia-e-creativita

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Barbara Morosini
Laureata in Conservazione dei Beni Culturali e in Teoria, tecniche e gestione delle arti e dello spettacolo, s’interessa di arte in tutte le sue manifestazioni, senza limiti di tempo e di spazio. Particolarmente interessata alla museologia e alla tematica del display, cerca d’interpretare le opere anche per mezzo del loro necessario rapporto con lo spazio espositivo. Scrivere è per lei un modo di fare ordine e riferire con fedeltà quanto il discorso espositivo intende comunicare.