La visibilità da Egan ad Abramović

Sebbene la qualità narrativa di “Guardami” sia nettamente inferiore a quella de “Il tempo è un bastardo”, nei suoi libri Jennifer Egan veicola una gran quantità di riflessioni penetranti. Ad esempio, la questione dei social network, come sottolinea Gianluigi Ricuperati. Ma viene anche da pensare allo spettatore nell’ultima performance di Marina Abramović…

Marina Abramović, The Artist is Present, 2010, The Museum of Modern Art, New York
Marina Abramović, The Artist is Present, 2010, The Museum of Modern Art, New York

In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.
Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.

Jennifer Egan, Guardami
Jennifer Egan, Guardami

E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.
Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).
È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.

Carlotta Susca

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #12

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

CONDIVIDI
Carlotta Susca
Carlotta Susca scrive recensioni per raccontopostmoderno.com, sulromanzo.it puglialibre.it, temperamente.it, ipool.it. Ha una predilezione per il Postmoderno (non per l'Avant Pop), per gli scrittori tormentati e pregnanti (ma non involuti), per i fuochi d'artificio letterari (ma non fini a se stessi). Lavora per la Stilo Editrice, organizza eventi letterari, co-conduce la trasmissione 'Annidieci - scritture dal web' su linkredulo.it. A breve sarà pubblicata una sua monografia su David Foster Wallace.
  • Silvano Manganaro

    Pensavo proprio ieri guardando su rai5 “The Artist is present” che quello che faceva commuovere ed emozionare così tanto i partecipanti alla performance non era tanto, o non solo, lo sguardo magnetico della abramovic o, come leggo in questo articolo, il fatto di guardare ed essere ri-guardati (e comunque immergerai nello sguardo dell’altro è una cosa così rara, anche tra innamorati, da risultare per forza commovente) da un’opera d’arte. In realtà lì tutto si gioca sullo star sistem. La Abramovic è stata brava a creare intorno a se quel magnetismo tipico delle star “pop”. Mi chiedo: la stessa performance fatta da una giovane artista sconosciuta avrebbe sortito lo stesso effetto? È ancora: mettere in una sala una star della musica pop o un attore/attrice famosa permettendo a chiunque di starle accanto, quante crisi di pianto, emozioni o svenimenti avrebbe provocato? Siamo più vicini al fascino dei “re taumaturghi” che a questioni legate all’opera d’arte.

    • fausto

      In questa ovvia performance, la finzione vive nello sguardo di un altro sguardo in un miasma di lughi comuni.
      In questo caso vale sempre l’avvertimento di A. Artaud – quando parla dello sguardo e il suo doppio…, ovveo del suo senso comune di altri occhi e luoghi comuni che non aderiscono visceralmente con tutta l’intensità e le vibrazioni di un corpo.

  • Kristen

    Perché non hanno permesso alla ragazza che si è spogliata di rimanere davanti a lei il tempo utile per catturare il “magnetismo” del suo idolo? Lo trovo un controsenso (visto il gran numero di nudi inseriti nello spazio espositivo). Questo testimonia che dal 1977 nulla è cambiato.

  • Angelov

    “…blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo…”
    Trovo che il concetto velato in questa affermazione, si adatti altrettanto bene per descrivere il meccanismo dell’apprendimento e della conseguente “educazione” a cui tutti più o meno si è stati sottoposti durante il periodo scolastico, ed anche dopo, ad opera delle entità&situazioni culturali con cui si viene continuamente a contatto.

  • giancarlo

    non se ne può più…
    radical chic
    conceptual chic

    • Angelov

      Suvvia, un po’ di tolleranza…

      • giancarlo

        no!!!
        basta tolleranza
        e politicamente corretto

        • Angelov

          ma tolleranza non ha niente a vedere con “politicamente corretto”.

          Intendo per “tolleranza”: il non de-legittimare tutto ciò che ci disturba per ragioni prevalentemente soggettive; sul concetto di “politicamente corretto”, ho invece parecchie riserve; si tratta in realtà di un modo di limare gli unghioni della critica, quando questa incomincia a fare veramente male…

          • giancarlo

            ridondanza linguistica e concettuale

  • rina

    Ho assistito ad una performer che di artistico non sono in grado di giudicare, ma di un guru eccezionale, quasi taumaturgico, brava, io mi sono emozionata tantissimo, ma credo che si può parlare di catarsi. Mi dispiace che non abbiano permesso alla ragazza nuda di intervenire. saluti