Un’isola a Venezia. Il Capricorno di Bruna Aickelin

Prosegue l’appuntamento di Artribune con i galleristi che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea in Italia. E in occasione della 55. Biennale di Venezia vi regaliamo, in esclusiva assoluta, la prima intervista completa mai rilasciata da Bruna Aickelin, anima della storica Galleria Il Capricorno. Dal 1970 al 2013, sempre in prima linea nella promozione di giovani artisti da tutto il mondo, al centro di una rete di contatti che, dalle migliori gallerie di New York e Londra, tiene vivo a Venezia il vento della contemporaneità.

Bruna Aickelin alla Galleria Il Capricorno - Mostra colletiva del 1996

Il nome di Bruna Aickelin si lega inevitabilmente a quello della Galleria Il Capricorno di Venezia. Ma da dove proviene Bruna Aickelin e quando nasce la sua passione per l’arte contemporanea?
Finiti gli studi a Venezia mi sono sposata con Emilio Aickelin, da cui ho preso il cognome. Lui aveva una grande passione per l’arte antica, in prevalenza per il Settecento. Abbiamo viaggiato molto: il Libano, la Siria, la Giordania e tanti altri Paesi. Ricordo in particolare la scenografia di Petra e la luce del cielo di Palmira. Tutto questo era molto affascinante. A me, però, mancava vivere il mio presente.

Dove abitavate?
In una grande casa a San Marco, dove erano esposti Marco Ricci, Zuccarelli, Guardi, un bellissimo Magnasco e tanti altri. Dopo la morte improvvisa di mio marito, l’amore per l’arte mi ha fatto, coraggiosamente, aprire una galleria: Il Capricorno, cedutomi da Ettore Viancini, una persona meravigliosa. Il nome deriva dal suo segno zodiacale. Era il 1970.

Come furono gli inizi? E quali le prime mostre?
La prima mostra fu fatta con opere di collezionisti che mi erano sempre stati vicini, anche per manifestare loro la mia grande riconoscenza.

Ma non passano molti anni che la Galleria Il Capricorno inizia a ospitare artisti internazionali, divenendo un punto di riferimento per la ricerca contemporanea.
“Favoloso” fu l’incontro con Ileana Sonnabend e Antonio Homen, la conoscenza di Michael Sonnabend e di Leo Castelli. Per tutto questo devo ringraziare il noto gioielliere Attilio Codognato, celebre anche per la sua Galleria del Leone. Fu da lui che vidi per la prima volta Lucio Fontana. Ero con il grande collezionista veneziano Manlio Cappellin. Era il 25 aprile 1962.

Leo Castelli e Ileana Sonnabend
Leo Castelli e Ileana Sonnabend

Che rapporto si stabilì con Ileana Sonnabend?
L’incontro con Ileana è stato decisivo per la mia formazione. Come ha scritto Mariuccia Casadio su Vogue, non sarei quella che sono se non l’avessi conosciuta.

In America ci andava spesso?
Certamente, il più possibile. Ero sempre da Ileana e fu proprio Michael Sonnabend che mi presentò alle gallerie più importanti. Conobbi così le storiche Paula Cooper e Barbara Gladstone. In seguito mi avvicinai alle gallerie più giovani.

Quali conobbe per prime?
La 303 di Lisa Spellman, con i suoi gioielli Karen Kilimnik, Sue Williams e molti altri. Poi Gavin Brown e Andrea Rosen, gallerista di Elliott Hundley, grande artista e persona dolcissima.

Da questi viaggi nascono le grandi mostre del Capricorno. Ne ricorda qualcuna in particolare?
Quella di un artista straordinario, Robert Rauschenberg. Ileana Sonnabend mi fece fare una sua personale di indescrivibile bellezza. Ebbi modo così di conoscerlo bene, apprezzarlo e godere della sua stima e amicizia. Recentemente, con grande successo, ricordo anche Nick Mauss della 303 Gallery (New York), Lesley Vance della David Kordansky Gallery (Los Angeles) e NS Harsha, artista indiano di infinita dolcezza, della Victoria Miro Gallery (Londra).

Galleria Il Capricorno, Venezia
Galleria Il Capricorno, Venezia

Splendide mostre, ma anche bellissime amicizie. Ci può raccontare qualche episodio significativo?
Ricordo James Lee Byars che, per la settima Documenta di Kassel, mi volle tutta vestita di bianco, con Wally Moro in nero, per aprire in piazza San Marco un lunghissimo Sette di carta nera che l’attraversava tutta. Un’emozione che non si può dimenticare. Ne fu fatto anche un video.

Tra le persone che ha conosciuto, quale ricorda più spesso?
Giuseppe Santomaso, maestro di vita. Sensibile artista innamorato di Venezia. Unica e brillante la sua conversazione. Con lui sono stata a Monaco di Baviera, a Basilea e più volte a San Gallo, dove mi ha fatto conoscere Eugène Ionesco, stupendo incantatore. Importante, per me, da Santomaso ho imparato con quale amore si presenta un’opera a un collezionista.

E poi c’è Mario Testino.
Non ci sono parole sufficienti per descriverlo. Ho per lui un’adorazione tutta particolare. Non potrò mai dimenticare la sua casa e la sua collezione. A Lima, ora, c’è il suo MATE. Il 20 aprile è stata inaugurata la mostra Alta moda. Eccezionale anche l’invito.

E Peggy Guggenheim?
Ero commossa quando Santomaso, suo grande amico, me la fece conoscere. La ricordo ancora, elegante, seduta sul letto con il suo cane. Mi accolse con grande dolcezza.

Bacci, Tancredi e Peggy Gugenheim a Palazzo Venier dei Leoni
Bacci, Tancredi e Peggy Gugenheim a Palazzo Venier dei Leoni

Vi vedevate spesso?
Arrivava in galleria con la sua gondola. Si sedeva di fronte a me e spesso si incantava a guardare la magia delle gondole che, silenziosamente, passavano lungo il rio su cui si affaccia Il Capricorno. Mi disse, più volte, che era stupita del mio grande amore per l’arte.

Qual è, invece, il suo rapporto con l’ambiente veneziano in genere?
Una cosa le posso dire: che qui mi sento come un’isola. Non ho un solo collezionista veneziano.

Quale, tra le mostre del Capricorno, ha sentito più “sua”?
Certamente quella di Grayson Perry, per l’allestimento e la preziosità dei suoi vasi. Guardando la mostra con le mezze luci della sera, avevo la sensazione di essere nella sala di un museo.

Quale invece, a suo avviso, ha lasciato un segno indelebile?
Ricordo quella di James Brown nel 1984, carica di una suggestione unica. Con l’artista c’era Keith Haring e alcuni dei graffitisti. Un evento veramente grande e importante.

E tra le più recenti?
Tra le ultime mostre, sicuramente quella di Wangechi Mutu, in occasione dell’ultima Biennale. Un successo che non ha eguali. Importanti sono stati i collezionisti: tedeschi e coreani. Tra gli italiani, Nunzia e Vittorio Gaddi e Serena Corvi Mora. Come sempre, devo ringraziare Victoria Miro e Glenn Scott Wright, che hanno reso possibile questa mostra indimenticabile.

Ubu Re secondo Hernan Bas
Ubu Re secondo Hernan Bas

Il più grande successo tra i giovani?
È difficile non dirlo: Hernan Bas. L’ho visto per la prima volta a Basilea, e grazie a Victoria Miro e Glenn Scott Wright feci nel 2006 la sua prima mostra in Italia. Hernan aveva 28 anni. È amato dal mondo intero. Dall’avvocato Giuseppe Iannaccone all’avvocato Andrea Pucker, da tutti i miei collezionisti e dai più fedeli: Renato Alpegiani, Paolo Zanasi e Gastone Ranzato. Per descrivere Hernan, una sola parola: commovente. Sono in attesa della sua quinta mostra.

Ha mai curato delle mostre al Capricorno per il puro piacere di farle?
Sì! E in questo senso ne ricordo due eccezionali: Bianco su bianco con Manzoni, Castellani, Fontana, Kounellis e con la Saffo di Paolini ora al Museo d’Arte Moderna di Monaco. L’opera fu scelta direttamente del grande Eric Steingräber, allora direttore di tutti musei della Baveria. Nel 1995 la mia Personal Choice con Matthew Barney, Karen Kilimnik, Sylvie Fleury e Cady Noland (che ora impreziosisce la mia collezione).

Tra le mostre storiche che ha visto, ce n’è una che l’ha influenzata in modo particolare?
È stato molto utile per me vedere nel 1992 la mostra Post Human curata da Jeffrey Deitch, anche per conoscere artisti che poi ho presentato nella mia galleria.

In genere cos’è che la colpisce di un’opera?
Mi colpisce quello che provo guardandola. Così è nata, dopo averla vista al Chelsea Hotel di New York, la prima mostra in Italia di Elizabeth Peyton. Fu allestita, con amore, da Gavin Brown e Burkhard Riemschneider. Un grande successo, sia alla prima che alla seconda sua mostra.

Ha mai comprato per puro istinto?
Sempre! Frequentando ogni anno la fiera di Colonia, ho conosciuto e acquistato da Tony Shafrazi di New York due bellissime opere di Donald Baechler, ora nella mia collezione. Nel 1983 la sua personale: presentarlo per la prima volta in Italia è stato per me molto importante.

Verne Dawson, Jonah and the Whale, 2009 - Courtesy of the artist and Gavin Brown’s enterprise
Verne Dawson, Jonah and the Whale, 2009 – Courtesy of the artist and Gavin Brown’s enterprise

Che rapporto ha con le fiere? A quali partecipava abitualmente?
Con la mia galleria ne ho fatta solo una a Basilea e molte, in passato, a Bologna. Nell’ultima avevo opere di Elizabeth Peyton, Karen Kilimnik, Sue Williams ed Elke Krystufek. Non ne vendetti una, ma la mia fortuna fu di conoscere Gianni Donati. Persona di vasta cultura e sensibilità, oltre che grande collezionista. Ne nacque una profonda amicizia. Quando si fanno le fiere, le conoscenze sono più importanti delle vendite.

Quali nuove sorprese ci riserva?
La prossima mostra al Capricorno sarà una personale di Verne Dawson il 27 maggio. Dopo aver visto i suoi lavori a Frieze, da Gavin Brown, è nato in me il desiderio di dedicargli il mio spazio per questa Biennale. Poi, finalmente, il 7 settembre, ospiterò Christopher Orr della Galleria Ibid. di Londra. Attualmente, fino al 30 giugno, è alla Kunsthalle di Basilea.

Che impressione si è fatta di questa nuova Biennale di Massimiliano Gioni? Tra critiche ed entusiasmi, lei che cosa si aspetta?
Devo dire che sono stata felicissima quando ho saputo che l’avrebbe organizzata lui. A mio avviso è uno dei più bravi operatori nel mondo dell’arte contemporanea. Sono sicura che il Palazzo Enciclopedico, bellissimo titolo, ci aprirà nuovi orizzonti per amare ancora di più l’arte.

Simone Rebora

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #13/14

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.