Aspettando Alberto Garutti. Intervista a Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist

Tra pochi giorni, gli spazi del Pac apriranno al pubblico la più completa celebrazione, nonché raffinata antologia progettuale, del percorso artistico di Aberto Garutti. Con “Didascalia” si potrà ripercorrere la storia di un artista italiano che ha trasformato tempo e spazio in architettura d’interazione. Artribune ha incontrato i due curatori della retrospettiva, Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist, per un’anticipazione approfondita del percorso.

Alberto Garutti durante un sopralluogo al PAC, 2012

Quando e come tutto è cominciato, riguardo alla relazione con Hans Ulrich Obrist e con il parterre del Comune di Milano?
Paola Nicolin: Hans Ulrich Obrist è stato sin dall’inizio una figura centrale all’interno della rete di collaborazioni e scambi internazionali che Milano sta cercando di costruire.
Hans Ulrich Obrist: Tutto è iniziato quindici anni fa, quando Stefano Boeri mi invitò a tenere una conferenza alla Triennale di Milano. Ricordo che cominciammo a parlare in motocicletta, sulla strada verso Linate. Da allora la nostra conversazione non si è mai interrotta, anzi credo che i progetti portati avanti fino ad oggi siano una naturale continuazione di quei pensieri, di quella primigenia sintonia. Nell’arco degli anni sono intercorse diverse mostre assieme, come quella organizzata al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (2003), Mutations curata anche da Rem Koolhaas. Senza contare le molte interviste che ho sottoposto a grandi designer e architetti come Sottsass, Mari, Magistretti e Mendini; dialoghi poi pubblicati su Domus, quando Boeri era direttore. È in questo modo che ho cominciato a ricreare una mia mappa culturale di Milano e delle sue grandi personalità. Senza dimenticare i seminari che ho tenuto allo IUAV a Venezia, dove gli studenti miei e di Boeri alternavano le nostre reciproche lezioni, tra arte e architettura. A Milano mi ha sempre portato un lungo dialogo multidisciplinare fatto di viaggi e di ricerche compiute con continuità.

Alberto Garutti – Ai nati oggi – 2011 – Ponte Patriarshy, Mosca

Analizzando il concetto in sé, potreste spiegare quale specifico significato assume il titolo Didascalia in relazione alla carriera ultra-trentennale di Alberto Garutti?
P.N.: Didascalia è una parola molto importante per Garutti. È il mezzo attraverso il quale l’opera pubblica è comunicata: sotto questo profilo è parte integrante dell’opera ed è necessaria e indispensabile nel contesto della città e del territorio per avvicinare il pubblico al lavoro. È la vera opera perché è il dispositivo che fa scattare il senso del lavoro. La frase può essere più o meno lunga, stampata su formati diversi e divulgata con media diversi: ma invita sempre alla partecipazione e alla fruizione dell’opera. Tutti i lavori di Garutti condividono questo desiderio di mettere in relazione mondi paralleli e lo fanno attraverso la didascalia, breve o lunga che sia. In un certo senso è la stessa cosa che succede nei film muti: la didascalia fornisce allo spettatore battute dei dialoghi tra personaggi e coinvolge attivamente nella trama chi legge. Si passa da battute “sospese” come Senza titolo, a frasi più o meno compiute come “Credo di ricordare”, a trame fitte come “Il cane qui ritratto appartiene a una delle famiglie di Trivero. Questa opera è dedicata a loro e alle persone che sedendosi qui ne parleranno”…
H.U.O.: Garutti, fra gli artisti della sua generazione, ha avuto un ruolo di grande influenza, portando i propri insegnamenti a diversi livelli di lettura e di approfondimento del pensiero. Ma nessuno, per precisa volontà dell’artista, gli ha mai dedicato un catalogo. Eppure la sua idea di riflettere apertamente sul presente, come nella frase Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora appartiene a una lista di regole del gioco che non sarebbero tali se, parafrasando Hamilton, non fossero ricordate come mostre grazie al loro allestimento. Dunque fare esperienza delle opere di Garutti significa, ad esempio, ripercorrere anche tutta la struttura del PAC, lungo la quale correranno microfoni. Elementi che ricordano una sorta di trigger per incentivare le conversazioni della gente, rappresentando un nuovo allestimento sul presente. Non è un caso dunque, che questa stessa atmosfera creata dagli insegnamenti appresi di Garutti si sia evoluta in un evento gemello e parallelo come Fuori Classe, a Villa Reale.

Alberto Garutti – Temporali – 2010 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino

In qualità di curatori, potreste definire una sola, unica caratteristica, una qualità totale, un requisito essenziale che rappresenta il percorso di Garutti?
P.N.: Garutti pensa più al come che al che cosa. E lo fa meticolosamente. Ha sempre dimostrato interesse nel curare il suo lavoro all’interno del contesto espositivo, se con “curare” si intende il mettere in discussione i meccanismi stessi del sistema dell’arte.
H.U.O.: Credo non si possa ridurre la pratica di Garutti a una solo particolare, a causa della molteplicità delle dimensioni che egli riunisce e sovrappone. Didascalia infatti è caratterizzata da una polifonia di aspetti che gli stessi spettatori ricomporranno come se fosse uno script autogenerativo. Oltre la metà del significato di ciascun intervento o installazione in mostra sarà conferito proprio dal pubblico, come le voci che verranno registrate dai microfoni. D’altronde la storia espositiva di Garutti comincia trentotto anni fa, alla Galleria Diagramma [Credo di ricordare, 1974, N.d.rR.], momento in cui lui ha iniziato a mostrare una narrazione individuale insistente ricorsivamente su temi precisi. Il primo di questi è la memoria del presente. La sua analisi del ricordo, infatti, non è mai malinconica, perché non include la staticità, ma al contrario incentiva il dinamismo. Moto di accesso a uno storage della memoria che si modifica in continuazione (vd. ad esempio ai lampi ricreati per ogni neonato, nell’installazione Ai nati di oggi). Al riguardo, la sua ricerca di luce nell’arte è un altro aspetto che sottolinea quanto la natura entri a far parte dell’opera di Garutti (vd. installazione a Villa Manin). Da non dimenticare anche la dimensione pubblica delle sue opere, che tra Bolzano e Malpensa, ci mostrano un’epifania della scultura sociale intesa come innesto e disseminazione dell’arte nel museo urbano.

Alberto Garutti – Madonna – 2007 – Courtesy Museo Carlo Zauli

Usando entrambi gli emisferi celebrali, in che modo il lavoro di Garutti, attraverso Didascalia, delinea precisi luoghi in cui spazio e tempo collassano per diventare campi d’interazione? Potreste portare ad esempio uno o più dei trenta progetti che verranno esposti al PAC?
P.N.: La prima cosa cui penso è uno dei nuovi lavori di Alberto per il PAC. Si intitola Didascalia (tanto per cambiare…) e si tratta di pile di migliaia di fogli colorati: sui fogli ci sono stampate tutte le didascalie delle sue opere installate nelle città nel corso degli anni. L’opera delle opere sta al centro dello spazio espositivo a comporre una piccola architettura di carta. I brevi testi che nello spazio urbano operano come attivatori del lavoro, trasformano una via, una piazza di una città in un luogo nuovo di attesa, esplorazione o contemplazione modificandone radicalmente la natura, qui all’interno dell’istituzione, si rivelano come la mappa geografica della mostra, un sistema “d’ordine e dis-ordine” tra le opere e le tracce presentate nelle sale dell’istituzione. Il visitatore è invitato a raccogliere i fogli di carta in mostra, portarli via con sé e ricostruire nello spazio del PAC il proprio percorso di relazioni, il proprio paesaggio tra testi e immagini, tra indizi e oggetti. Non so se ho risposto però.
H.U.O.: L’opera che rispecchia al meglio questa idea di sovrapposizione spazio-temporale è Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora. Questa frase stampata su pile di fogli colorati – come durante la Serpentine Gallery Marathon, lo scorso 14 ottobre – diventerà una sorta di cartografia personale della mostra. Traccia che ogni visitatore potrà prendere e portare via con sé, per ricreare un proprio, personalissimo percorso prospettivo (come sottolineava Boetti, amico e ispiratore di Garutti) più che retrospettivo dell’artista lombardo. In questo lavoro torna nuovamente il concetto di disseminazione dell’opera d’arte attraverso la fruizione del pubblico, trasformandosi in una sorta di rinvio contenutistico di Didascalia stessa. La didascalia in sé, infatti, è l’esperienza dell’opera che, attraverso le pile di fogli colorati, potrà essere posta dentro e fuori al museo, come a delineare un passaggio, un esperimento partecipativo. La didascalia di ogni lavoro diventerà quindi una sorta di protesi, parafrasando Joseph Grigely, di installazioni e interventi, che estesi al di fuori della loro oggettività diventeranno pura lettura da parte dello spettatore.

Alberto Garutti – Storie d’amore – 2002 – Ospedale Sant’Andrea, Roma – Courtesy Zerynthia – Associazione per l’Arte Contemporanea

Sareste in grado, al momento, di rivelare I vostri futuri programmi, attualmente in itinere, a Milano o all’estero?
P.N.: Dobbiamo fare due nuovi libri su Garutti oltre il catalogo della mostra! O “decinaia di libri”, come dice Hans Ulrich… Dopo Garutti vorremmo dedicarci a un progetto “estivo” per il PAC: vorremmo riuscire a trovare una formula efficace per istituire un programma annuale dedicato alla ricerca indipendente che opera a Milano e fuori Milano nell’ambito dell’arte contemporanea. Di esempi come questi ce ne sono molti, tutti di grande qualità. Il PAC tuttavia è un luogo complesso che forse potrebbe essere il posto migliore dove andare a capire che cosa succede alla ricerca indipendente quando “entra in contatto con” l’istituzione: che rapporto può instaurare con il patrimonio culturale, fino a che punto una cosa può essere l’enzima dell’altra? Mi interessa questo aspetto quasi più sul piano delle risorse umane  e della possibilità di rendere familiare e quotidiana l’esperienza dell’arte contemporanea nella istituzione. Vedremo. E poi continuare il programma di collaborazioni internazionali con mostre personali e progetti sugli artisti emergenti.
H.U.O.: A Londra, alla Serpentine Gallery, stiamo preparando una mostra in omaggio a Jonas Mekas. Il percorso inaugurerà il 5 dicembre, pochi giorni prima del compimento del suo 90esimo anno d’età. Sarà, ed è stata, una mostra molto impegnativa perché verrà coinvolto anche il Centre Pompidou, ma soprattutto perché Mekas ha influenzato moltissimi cineasti e artisti d’avanguardia. Infine, un’altra avventura che mi aspetta, oltre al catalogo di Alberto Garutti, è un percorso fra arte e architettura all’interno della casa di Lina Bobardi, la verdeggiante Glasshouse di San Paolo, in Brasile.

Ginevra Bria

Milano // fino al 3 febbraio 2012
Alberto Garutti – Didascalia
a cura di Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist
PAC
Via Palestro 14
02 76020400
www.comune.milano.it/pac/

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Grande Alberto!!!! Onorato di aver esposto le tue opere nella mia galleria 22 anni fa.

  • Rosanna

    Non è un commento, ma cambiate la data di fine della mostra da 3 febbraio 2012 a 3 febbraio 2013, comunque l’esposizione credo sia da NON perdere.

  • johnny

    Io non me la sono persa.Ho perso 45′.