In Italia l’opera è in crisi. Chiedetene le ragioni ai registi

Le 13 fondazioni liriche italiane hanno accumulato un debito di 300 milioni di euro, hanno un pubblico anziano (e in via di estinzione). Secondo le statistiche europee, l’Italia – dove l’opera è nata e ha avuto un ruolo fondante nella storia nazionale – è tra i 27 Paesi dell’Unione Europea quello con il più basso numero di spettatori paganti in rapporto alla popolazione.

Ole Aners Tandberg - L’Incoronazione di Poppea

Una delle ragioni dell’inarrestabile declino dell’opera in Italia è la presentazione di spettacoli polverosi. Le fondazioni liriche italiane non conoscono la funzione del “dramaturg”, tipica di teatri di altri Paesi.
Non solo. Una “scuola” di regia di opera lirica ha dominato la scena italiana per decenni: quella delle regie sontuose e accurate ma tradizionali di Visconti, Samaritani, Zeffirelli, Pizzi, Ronconi (nomi di grande livello apprezzati anche all’estero) e dei loro allievi. Tale scuola ha, sotto molto aspetti, frenato tendenze differenti che avvicinavano l’opera ad altri generi di spettacolo dal vivo aperti alla sperimentazione.
La critica musicale, particolarmente quella della stampa generalista, ma anche quella delle cinque riviste specializzate, non ha agevolato il rinnovamento perché è rimasta legata, soprattutto in temi di regia e drammaturgia, a impostazioni tradizionali. Ad esempio, spettacoli recenti importanti nella stessa Milano, come la messa in scena di Die Frau ohne Schatten di Richard Strauss in un nuovo allestimento di Claus Guth o di Tosca firmata da Luc Bondy sono stati duramente criticati dai maggiori quotidiani. Analogamente, a Roma, un allestimento innovativo di Tosca curato da Franco Ripa di Meana, un regista emergente e innovativo, è stato tolto dalla programmazione dopo poche sere.
Di conseguenza, alle nuove generazioni l’opera appare spesso come un reperto museale, lontano, ove non avulso, dalla loro realtà, spesso polveroso e dominato da intrighi di amministratori e “prime donne” d’antan . Ciò spiega la flessione e l’invecchiamento del pubblico agli spettacoli dal vivo. In effetti, si è verificato quello che gli economisti chiamano “un oligopolio collusivo” tra la “vecchia guardia” delle regie liriche e i loro allievi (le cui possibilità di lavoro dipendono in gran misura dalla capacità dei loro “maestri” di aprire porte) e una critica musicale ancorata anch’essa a vecchie tradizioni e sovente priva di una vera esperienza internazionale.

Ole Aners Tandberg – L’Incoronazione di Poppea

Non mancano giovani registi (Damiano Michieletto, Francesco Micheli, Lorenzo Mariani, Leo Muscato) che stanno portando un’aria nuova. Ma chi oserebbe mettere in scena L’Incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi come ha fatto Ole Aners Tandberg all’Opera di Oslo (scene di Erlend Bikeland, costumi di Mario Geber) che si può osservare in un dvd della EuroArts appena arrivato in Italia?
Non c’è nulla del finto colossal hollywoodiano che ha caratterizzato messe in scena recenti in Italia. Monteverdi e il suo giovane librettista avvocato Gian Francesco Busenello guardavano alla corruzione dello Stato Pontificio nella metà del Seicento come una vicenda di potere, sesso e sangue (a sfondo morale) ma non troppo diversa di un film di Kim Ki-duk. La vicenda si svolge ai tempi d’oggi in costumi moderni. Unico elemento scenico: una piattaforma inclinata con al centro un pozzo rotondo dove fare defluire il sangue. Poppea (Birgitte Christensen) è assetata più di potere che di sesso; la asseconda la nutrice Arnalta (Emiliano Gonzalez-Toro). Poco importa che Nerone (il controtenore Jaceck Laszczkowski) è bisessuale e ha un rapporto anale con Lucano (il tenore Magnus Staveland) quasi sul cadavere di Seneca (il basso Giovanni Battista Parodi) che è stato fatto “suicidare” per non ostacolare l’ascesa al trono di Poppea. Vengo trucidati anche il marito di Poppea (un giovane e splendido controtenore britannico, Tim Mead) e la moglie dell’Imperatore (Patricia Bardon). Su questo massacro per il potere veglia Amore (Amelie Aldenheim).

Ole Aners Tandberg – L’Incoronazione di Poppea

Il lascivo duetto finale viene cantato in un lago di sangue. Il direttore musicale, l’italiano Alessandro De Marchi (raramente chiamato dalle nostre fondazioni liriche) riapre tutti i tagli “di tradizioni”. Per tre ore di musica (senza contare intervalli) si resta inchiodati. L’allestimento è stato visto e ascoltato dal vivo in vari teatri europei (tra cui l’English National Opera, l’Opéra National di Lione e il nuovo teatro dell’Opera di Digione). Nessuna fondazione italiana lo ha accolto.
In compenso, l’anno scorso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ci ha propinato un noioso e vetusto allestimento di Pier Luigi Pizzi e Alan Curtis. A ciascuno il suo.

Giuseppe Pennisi

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.
  • Fabio

    Non ne fate una questione di stile (almeno non solo). Iniziamo a liberare gli enti dal controllo della politica e degli incapaci a far quadrare i conti, liberiamo l’opera dagli snob che vogliono rappresentazioni ‘solo per loro’ che, di buon grado, si fregiano da soli della medaglia di possessori di una ‘cultura alta’! Il male non sono i registi, ma chi permette ai registi di fare gli spendaccioni. Vogliamo poi parlare dei prezzi gonfiati degli allestimenti e di tutto il malaffare riversato sulle tasche pubbliche? Pensate forse che gli uomini di cultura o la cultura siano vergini dalle corruttele? Piuttosto all’estero le compagnie sono in scena almeno per il triplo delle rappresentazioni. Iniziamo a spendere di meno in costi fissi, abbassiamo i biglietti e apriamo le gratuita’ agli under venticinque, mettiamo piu’ date in cartellone, vedrete che l’opera non sara’ piu’ una faccenda per pochi e si creera’ una nuova generazione di appassionati. Spendendo meglio le risorse avremo piu’ diffusione della cultura e maggiore occupazione. Come avviene all’estero, ma la gestione dell’opera, purtroppo, non e’ poi diversa dalla gestione del calcio … soldi, tanti, per pochi e debiti per tutti! Beati lor signori!

    • giuseppe pennisi

      concordo Giuseppe Pennisi

  • balthuz

    Ma parlate di ciò che conoscete, tuttologi dei miei stivali a caccia solo di polemiche più stupide che sterili!

  • balthuz

    PS Pennisi scriveva sul settimanale di Dell’Utri (l’amico di Berlusconi destinatario di 40 milioni di euro), il non compianto “Il Domenicale”. Non a caso è finito qui.

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  • Nicolás

    Caro signor Pennisi, la sua analisi è di una banalità e superficialità imbarazzanti e distoglie dal problema. Le racconto un aneddoto: Dalla Svizzera e dalla Germania arrivano pullman di melomani ASSETATI di spettacoli “tradizionali” o che almeno abbiano qualche attinenza col libretto perché sono STUFI di vedere sangue e nazisti in scena a FIUMI !
    Come vede il problema non è creare uno spettacolo “moderno” il problema è la MODERNITÀ a partire dalla gestione..
    Alla redazione invece chiedo gentilmente di far scrivere certi articoli “riempitivo” a qualcuno un po’ più competente e consapevole.
    Grazie