Il problema della ricezione: gli Smashing Pumpkins e lo “sporco” della vita

Uno degli aspetti più interessanti di come funziona la cultura contemporanea, e in particolare l’apparentemente indefinibile “blocco psicologico” che ha annullato la ribellione artistica e che inibisce ogni forma di innovazione autentica, è quello della ricezione. Sintetizzando al massimo, la domanda fondamentale potrebbe essere posta in questo modo: come può esistere un oggetto artistico rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo?

Gli Smashing Pumpkins oggi

Se gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori non sono minimamente preparati e allenati a riconoscere un capolavoro – ma solo oggetti costruiti secondo codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati – che fine fa il capolavoro?
Un primo caso studio può essere Oceania (2012), l’ultimo album degli Smashing Pumpkins, e soprattutto l’intervista rilasciata da Billy Corgan, storico leader del gruppo, a The Daily Beast a proposito dell’industria e del contesto musicali odierno. L’obiettivo principale dei suoi strali polemici è Pitchfork, blog musicale molto seguito – che naturalmente ha massacrato Oceania e tutti gli altri album recenti del gruppo -, piattaforma di riferimento per quel mondo cool, fighetto, che ruota attorno alle attuali band emergenti (in genere perfettamente intercambiabili, massimamente noiose e accademiche). E già qui un brivido corre lungo le nostre schiene, perché sembra proprio di sentir descrivere esattamente i tic e le abitudini del nostro piccolo sistema dell’arte.

Smashing Pumpkins – Mellon Collie and the infinite sadness – 1995

L’esempio tirato in ballo da Corgan è particolarmente illuminante: “Se hai vent’anni e aspiri a diventare come me o Kurt Cobain o Courtney Love o Trent Reznor, non ce la farai in quel modo. La comunità di ‘Pitchfork’ si approprierà del tuo disco; la tua compagnia discografica sfrutterà la faccenda, perché questa è la tua piattaforma di marketing. Ma nel minuto stesso in cui accede a quel mondo, sei congelato: la gente di ‘Pitchfork’ è estremamente legata  a determinati codici sociali, a quale maglietta indossi. Questa rigidità non è poi così diversa da quella di una squadra di football al liceo”. Corgan continua: “Ecco perché i Nirvana erano così pericolosi: avevano i giocatori della squadra di football tra i loro stessi ascoltatori! Kurt Cobain spesso notava come fosse strano suonare e riconoscere tra la folla adorante le persone che a scuola di solito lo sfottevano e lo picchiavano”.
Dunque, che cos’è precisamente che Billy Corgan rimpiange della sua giovinezza, del mondo culturale di cui ha fatto esperienza da protagonista negli Anni Ottanta-Novanta?

Kurt Cobain

Grunge: un’idea viene sviluppata, portata alle sue estreme conseguenze, e il “virtuosismo” – lungi dall’essere una pratica decorativa – significa saper scavare nel rumore, tirarne fuori qualcosa di strutturato ed entusiasmante. Sfondare l’oggetto di riflessione, esorbitare dai confini dati e stabiliti. “Grunge” è una sorta di “sporco” al quadrato, dal momento che l’aggettivo si carica di significati analoghi (arruffato, dimesso, sdrucito): molti oggetti e concetti legati al grunge hanno a che fare programmaticamente con la sporcizia (dirt, dirty: basta pensare agli Alice In Chains, A. D. 1992; e se ci facciamo caso, ancora oggi la terra stessa è associata all’idea di “sporco”, lo sporco del fuori che portiamo dentro lo spazio sicuro, interno, controllato delle nostre case e dei nostri ambienti). È qualcosa che non ha a che fare solo, ovviamente, con la moda, ma con i suoni, con una forma d’arte e i suoi materiali immaginari, con i modi in cui si costruisce uno stile, e con l’intero approccio alla vita e alla realtà.

Significa non escludere alcun aspetto di ciò che abbiamo costantemente davanti – inclusi dunque il rumore di fondo, la sporcizia appunto, il rimosso, il dolore, l’errore (e in questo il grunge è naturalmente la vera prosecuzione del punk; così come, da un’altra prospettiva, è la reazione al pop artificiale e commerciale degli Anni Ottanta; e, ancora da un altro punto di vista, è il modo in cui nel giro di pochissimi anni un’enclave di artisti in una isolata città costiera nel Nordovest degli Usa si è costituita e sviluppata attorno a intenti e interessi comuni) – senza però concentrarsi esclusivamente su questi elementi, sull’oscurità e sulla fonte del pessimismo.
Consiste nel fermare sulla pagina, sul disco, sullo schermo quello di cui facciamo esperienza, l’articolazione di dentro e fuori, di ordine e caos. Di sporco e pulito: del resto, l’alternanza di melodia e rabbia praticamente in tutte le canzoni dei Nirvana è, in questo senso, da manuale. “Tutto è sporco”, si potrebbe quasi dire, se non ci fosse il serio rischio di essere fraintesi.

Christian Caliandro

 

CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • cristiano

    Ma il testo sotto all’immagine di Cobain è collegato al precedente? Sembrano due articoli completamente separati tra di loro. La prima parte parla del presente, la seconda del passato, ma non si capisce quale sia il filo logico che li unisce. Il fatto che i Pumpkins fossero grunge? Ma allora perché partire parlando dell’inadeguatezza del pubblico contemporaneo. Forse che nei 90 eravamo tutti più intelligenti e preparati?
    E se fosse invece che essendoci meno piattaforme mediatiche, c’era più selezione ed era un po’ più raro che qualcuno scrivesse cose senza capo nè coda?

  • Anna

    Sì, anch’io non ho capito che senso ha questo articolo. Se il punto è che nella musica pop contemporanea manca il senso dello sporco posso ribattere che Strokes et similia, Beth Ditto e persino Lady Gaga con le sue lattine nei capelli hanno un rapporto perfino spettacolare con la sporcizia, il disordine e la promiscuità.
    Se il problema è che le case discografiche oggi fagocitano tutto, avviso i meno avveduti che queste esistevano anche ai tempi di Cobain. Oggi invece i canali per accedere al pubblico sono aumentati a dismisura. Ma quest’ultima rischia di essere una banalità come l’articolo di Caliandro qui sopra.
    E comunque lo sanno tutti che da Ava Adore gli Smashing Pumpkins fanno schifo.

    • francesco sala

      ‘nsomma…
      per me “machina” è un ottimo album. anzi: ce ne fossero!

      • Anna

        del non capire il concetto di rilevanza culturale

  • Angelov

    Ringo Star in un’intervista, disse che il pubblico che seguiva i Beatles, era di età compresa tra i 14 e i 90 anni.
    A sua volta Bjork, ha reso noto di avere dei collaboratori che le lasciano totale libertà creativa: quando incidere, lo decide lei, e cosa.
    Ma non è sempre così: l’arte in tutte le sue espressioni, deve fare i conti con le esigenze e necessità della distribuzione e del mercato, degli intermediari insomma, con tutti gli annessi e connessi.
    Oggi si applica una micrometrica attenzione alle esigenze di un pubblico giovanile, e gli si confeziona su misura il prodotto adatto.
    Ma si tratta di prodotti con data di scadenza.

  • cristiano

    Billy Corgan dice di Pitchfork le stesse cose che la maggior parte dei gruppi indie inglesi degli anni 80 dicevano della triade NME, Melody Maker e Sounds in tutte le interviste che leggevo all’epoca su Rockerilla.
    Il fatto è che il sistema della musica pop, indifferentemente dal genere, è un sistema che si basa sulla novità, per cui un artista che ripropone le stesse cose in più album, finirà per stufare la parte del pubblico più esigente. Poi c’è anche da dire che nel mondo della musica pop, ci sono pochi geni e molte meteore, per cui è molto facile che un gruppo o un artista produca uno o due buoni album e poi non sappia riproporsi all’altezza. Inoltre, in questa costante ricerca di novità, sono privilegiati tutti gli artisti che riescono ad evolversi anche a scapito della coerenza. I motivi della grandezza di Bowie nei 70 o nella durata di Madonna nell’arco di un ventennio stanno proprio nello loro capacità di cambiamento attraverso l’uso dei collaboratori giusti. Viceversa artisti che ripropongono sempre le stesse cose, tipo i REM o anche Bjork, che nonostante tutti gli sforzi faccia, canta sempre uguale, col passare degli anni perdono rilevanza o vengono dimenticati. Insomma, nel sistema della musica pop le azioni di un artista dopo un po’ scendono sempre, inevitabilmente, e questa è la grossa differenza con il mondo dell’arte.
    È una differenza è dovuta all’identità che c’è nella musica tra copia e l’originale, cosa che con buona pace di Benjamin nel sistema dell’arte non esiste. Nella musica pop, quando hai una buona idea puoi venderla a migliaia di persone nel giro di pochissimo tempo, ragion per cui quando ti riproponi sul mercato devi averne un’altra. Nell’arte invece puoi continuare a produrre la stessa idea per anni perché il mercato la assorbe molto più lentamente. Voglio dire, a differenza della musica, ogni opera ha un solo compratore

  • Kate

    Mi sembra un articolo un po’ senza né capo né coda… Che ragionamento si voleva comunicare al lettore?
    Non mi viene neanche da dire (malignamente) che si intendesse fare sfoggio di cultura rock/grunge et similia perché sono stati lasciati fuori gruppi come Pearl Jam, Temple of The Dog e altri importanti.
    Mi piacerebbe però capire davvero cosa voleva dirci l’autore dell’articolo.
    Forse vorrà integrare il suo pensiero?
    Grazie

  • bacca m.

    ma esiste ancora qualcuno che ascolta rock?
    ma dai non lo sapevo . interessante . yesterday was the greatest day I’ve ever known can’t live for tomorrow, tomorrow’s much too long (lacrimuccia full of infinite sadness) .