La fabbrica dell’arte: cultura e industria nell’Italia deindustrializzata

La fabbrica è scomparsa dall’immaginario collettivo? Sì e no. In realtà, la sua figura aleggia nel comparto culturale, che pullula di “industrie” e “laboratori” e “officine”. Una cultura piena di sensi di colpa, che deve sempre dimostrare la propria produttività.

Mario Sironi - Paesaggio urbano con camion - 1920-23

Di fronte alla scomparsa della fabbrica nell’immaginario collettivo e all’effettivo arretramento del comparto industriale, la cultura italiana ha reagito in maniera diversificata. Si è innanzitutto risvegliato, quasi come una reazione al declino, un notevole interesse per la stagione più dinamica del capitalismo nostrano e gli anni in cui furono più stretti e proficui i rapporti tra intellettuali e grande capitale: riedizioni, articoli sui giornali, incontri testimoniano della grande attenzione per la letteratura industriale degli anni Sessanta (Volponi, Ottieri, Parise) e per figure cardine, a cominciare da quella di Adriano Olivetti. A riaccendere l’interesse ha contribuito la fioritura di una nuova letteratura sul lavoro, che a sua volta ha tratto ispirazione dai capisaldi di quella stagione; protagonisti ne sono, nella gran parte dei casi, non più gli operai, ma – conformemente alla drammatica evoluzione del mercato del lavoro – i precari, dagli operatori dei call-center ai supplenti.
Di segno ben diverso è il travaso di termini che designano luoghi di lavoro manuale in ambito culturale, artistico, ricreativo, spesso (ma non sempre) giustificato dal reimpiego di strutture produttive. Il fenomeno riguarda spazi espositivi e centri d’arte (dalla Fabbrica del Vapore alla bolognese Manifattura delle Arti, a Fabbrica Arte Rimini), festival (Fabbrica Europa), locali con venature artistiche, solitamente covi di radical-chic (le tante Officine, con o senza ulteriori specificazioni). Il risultato dell’operazione (che trova il suo antecedente nella Factory warholiana) è duplice: da un lato tali denominazioni servono a identificare musei ed eventi come luoghi e momenti di produzione di “qualcosa”, con una loro responsabilità sociale, legittimandoli agli occhi della pubblica opinione, che potrebbe incorrere nel grossolano errore di ritenerli enti inutili, teatri dell’autorappresentazione di una comunità chiusa; dall’altro la fabbrica perde, nell’immaginario comune, lo statuto di luogo di sudore e sangue, per divenire quasi un locus amoenus, pimpante e, incredibile a dirsi, creativo.

Il calcolatore Programma 101 della Olivetti – 1962-64

È tuttavia un altro, nel dibattito pubblico, il principale fenomeno che lega, nel segno di un’improbabile sostituzione, i destini dell’arte e della cultura, da una parte, e dell’industria, dall’altra. L’apparato produttivo del Paese è alla frutta. Negli ultimi decenni è stato depauperato – a causa di scelte dissennate della classe dirigente, politica ed economica – un patrimonio enorme di conoscenze e competenze, settori vitali e all’avanguardia (l’esempio classico è quello dell’informatica) sono stati fatti colare a picco. Il Paese è così giunto all’“ora fatale”, al duello con la famigerata crisi con le armi spuntate, senza uno straccio di idea e soprattutto privo di un piano di rilancio industriale basato sull’innovazione. Ed ecco che nella testa di molti si è accesa una lampadina: facciamo dell’arte e della cultura un settore fondamentale della nostra economia, anzi il pilastro della nostra struttura economica. L’arte prima industria della nazione, o meglio al posto dell’industria. E nemmeno intesa, si badi bene, come produzione artistica contemporanea (cinema, teatro, arti visive e performative, etc), cosa che potrebbe anche avere un senso (benché difficilmente ci si tenga in piedi un Paese). Il riferimento è prima di tutto al patrimonio storico-artistico che così capillarmente punteggia la Penisola. Le grandi “fabbriche” degli Antichi e del Rinascimento, nel senso architettonico che il termine aveva in passato, al posto delle fabbriche dell’era industriale.
E allora giù con i manifesti sulla “cultura che fattura”. Giù con i discorsi da imbonitori che devono piazzare un prodotto, sull’Italia che vanta “il più grande patrimonio culturale del mondo” e che possiede il cinquanta, l’ottanta, il centoventi per cento dei beni storico-artistici del pianeta. Chiacchiere da bar che incredibilmente sono state fatte proprie da intellettuali e élites: “Ti rendi conto che il patrimonio artistico della sola Firenze vale quanto quello di tutta la Spagna?” (Armando Torno, cit. da Roberto Napoletano, “Il Sole24Ore”, 5 febbraio 2012). Discorsi che purtroppo fioccano soprattutto a sinistra: per ribattere al tremontiano “la cultura non si mangia”, si ripete il mantra secondo cui con la cultura ci si strafoga, senza la minima riflessione su cosa sia la “cultura”, senza chiedersi quanto, di quello che viene oggi spacciato per “culturale”, sia effettivamente tale (pensiamo ad un settore tra i più redditizi, le mostre: quante producono realmente cultura?). Insomma, un ossessivo discorso intorno alla cultura che è il meno culturale possibile; e non stupisce, in un Paese nel cui governo tecnico l’unico ministro non tecnico è proprio il fantasmatico Ministro della Cultura.

Turisti a Fontana di Trevi

Ora, siamo tutti contenti se con la tutela e la promozione delle nostre bellezze si riescono anche a creare posti di lavoro e si produce indotto, se nel settore si evitano gli sprechi. Ma il pensiero unico afferma ben altro, propinando una ricetta (peraltro illusoria) che, facendo della cultura unicamente una voce dell’economia, ne contraddice il carattere più profondo, che è quello di essere un’altra cosa rispetto al denaro e al mercato e al soddisfacimento dei bisogni materiali. Una ricetta che, inoltre, non fa bene al Paese: davvero vogliamo ridurci a parco giochi d’Europa e del mondo?
Inseguendo la chimera della valorizzazione come panacea di tutti i mali, l’Italia rinnega ancora una volta se stessa e la sua storia. Per quanto la Penisola sia sempre stata attraversata da orde di pellegrini, per quante anticaglie e patacche possiamo aver rifilato ai rampolli impegnati nel Grand Tour, nessuno si è mai sognato di far campare l’Italia sulle sue bellezze. Dietro Giotto, Michelangelo e Bernini ci sono sempre stati (ora più ora meno, e con differenze marcate da città a città) un tessuto produttivo vivo e commerci fiorenti. La cultura contribuisca al progresso più che allo sviluppo, educando, facendoci vivere meglio e in maniera più piena, alimentando la creazione di altra cultura. L’Italia la smetta di adagiarsi sugli allori del passato e valorizzi, più che chiese e castelli, il suo spirito industre.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.
  • Tutto condivisibile. In particolare sulle balle sul nostro patriminio culturale di cui si riempiono la bocca quelli che non fanno nulla per conservarlo. E anche sulla definizione di “fantomatico” del nostro Ministro ahimè della cultura e dell’ambiente. Sono certo che, se si favorissero i valori culturali del Paese in quanto tali, ci sarebbe una ricaduta (non immediata nè diretta, ma notevole) sul contributo economico della “industria culturale” al reddito nazionale. Se non altro sulla bilancia turistica, posta essenziale della bilancia dei pagamenti (che sta sopra la bilancia commerciale).
    Ma non bisogna dimenticare che l’italia è uno dei maggiori paesi industriali dell’Europa (seconda, dopo la Germania) e del mondo, che è un paese esprotatore, che la sua economia è retta da circa cinquemila medie imprese estremamente competitive, tanto che se ne parla come protagoniste di un “quarto capitalismo”. Rendere l’italia più attrattiva da questo punto di vista a mio parere si integrerebbe perfettamente con un suo primato culturale.

  • Faber

    Per fare cultura bisogna anche sporcarsi le mani e sudare, è un lavoro, è ricerca ed è sviluppo di idee. Negli ultimi tempi l’acculturato o intellettuale era quello che rifletteva e meditava sui concetti tenendosi bene alla larga dal mondo reale.
    L’artista è l’artigiano che arriva ad una conoscenza superiore del fare.
    Giustamente è l’ora di spazzare via l’atteggiamento radical-chic o snob di quelli che “io l’avrei fatto in un altro modo e sarebbe stato migliore”. Ridiamo maggiore dignità al lavoro fisico.
    L’archi-star che scarabocchia il progetto geniale sul tovagliolo del ristorante di lusso è una cosa che funziona solo nei film.
    Troppa gente non ha mai visto un cacciavite da vicino.

  • Federico

    Ma appena un mese fa non scrivevate che “Ostia Antica ha, da sola, più valore di tutti i beni culturali della Slovacchia, della Danimarca e della Croazia messe insieme”?

    http://www.artribune.com/2012/08/larcheologia-dellorrore-con-tanto-di-foto-una-lettera-straziante-ci-svela-quel-che-sapevamo-gia-cosi-sono-messi-i-nostri-beni-culturali-ostia-antica-e-una-discarica-anche-moral/

    • Fabrizio

      Sì, ogni tanto si trovano anche su Artribune queste sciocchezze (e già l’avevo segnalato in un commento a quell’articolo). Il bello della rivista, tuttavia, è proprio il fatto che accoglie contributi di diverso orientamento.

  • Angelov

    Due o tre cose riguardo l’articolo.
    Paragonare la Factory di Warhol a quei collettivi che gestiscono questi centri culturali megalomani in fabbriche dismesse, mi sembra eccessivo.
    Giotto ha senz’altro contribuito al tessuto produttivo che gli stava dietro, infatti era lui stesso un usuraio, come il suo amico Scrovegni, che per farsi perdonare e togliere la scomunica (per usura), gli affidò da affrescare la famosa cappella.
    Qualcuno ha affermato che “ogni popolo ha il governo che si merita”, per cui è affermare troppo, il dire che ogni governo ha gli intellettuali che si merita, e sopratutto viceversa?
    Per un intellettuale autentico, il problema non sussiste: ha Berlino o New York o Londra, ed ancora altro, tra cui scegliere come alternativa.
    In un tessuto socio-culturale percepito così disgregato, la tentazione è di affermare che “si salvi chi può”.
    Ma non si può escludere che a volte il farlo, sia anche legittimo.