Riso, tempi moderni. Ritorno alla collezione

È il giorno del restart, per il Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia. Che diventa, oggi, museo d’arte Moderna e Contemporanea. Dopo le roventi polemiche degli ultimi mesi, dopo l’improvvisa sospensione delle attività, dopo le dimissioni del direttore in guerra con l’amministrazione regionale, finalmente si riparte. Tanto spazio alla collezione ma nessuna programmazione. Tutto molto confuso, fragile, sotto tono. E la sensazione che la politica, ancora e ancora, non riesca a limitare le sue cattive ingerenze in fatto di cultura. Un problema di tutto il Paese…

Palazzo Belmonte Riso, Collezione permanente - foto Fabio Sgroi

Il Museo d’arte contemporanea di Palermo, Palazzo Riso, è stato chiuso dopo che un funzionario regionale ha provato a piazzarvi la moglie come direttore, poche settimane dopo che l’Unione Europea aveva destinato diversi milioni al finanziamento al Museo”.
Questo il lapidario cappello di un articolo scovato nei giorni scorsi sul sito del New York Times, all’interno di un focus dedicato a Palermo, nella sezione viaggi curata da Rocky Casale. Banalizzazione? Sintesi superficiale? In ogni caso, l’immagine che ne viene, per la Sicilia e per l’Italia, bella non è. Il trafiletto riprende la supposta vicenda di spoil system legata al Dirigente Generale dell’assessorato ai Beni Culturali Gesualdo Campo, che, secondo quanto raccontato dall’Onorevole Gianfranco Micciché, avrebbe provato a ritagliare un posto per la consorte nella cabina di regia del Palazzo. Tentativo subito inibito da parte dello stesso Micciché, allora Presidente dell’Ars. E poi c’è la questione budget, quei 12 milioni di euro stanziati dalla Comunità Europa a seguito dell’approvazione dei progetti Po-Fesr: soldi ancora congelati e – probabilmente – vero casus belli della vicenda.
Faccende confuse e complesse, che richiamano altri recenti episodi clamorosi: da quello del MAXXI, con tanto di ambiguo commissariamento e successive dimissioni del Presidente Pio Baldi, a quello del Madre, anche lì con questioni finanziarie irrisolte e sofferti giri di poltrone. Insomma, il punto è sempre quello: cambi di governance, beghe politiche e controllo delle risorse. Quanto basta per far saltare qualunque macchina o contenitore, efficiente o meno che sia.
Ma, per una bizzarra coincidenza, l’articoletto del Times arriva a un soffio dall’attesa riapertura di Riso, annunciata circa un mese fa in conferenza stampa: subito dopo, il Direttore, Sergio Alessandro, rassegnò le sue dimissioni.

Ecco dunque, al margine di quattro roventi mesi di polemiche, la bella notizia. Il Museo c’è, è vivo e riprende la sua corsa. Ma non è tutto così chiaro. Intanto, il Museo riparte, ma senza un direttore. Continua infatti il commissariamento da parte di Campo, che, in assenza di nuove nomine, tiene salde le redini della situazione. Peccato. Meglio sarebbe stato attendere e presentarsi con una identità e un taglio progettuale che portassero la firma di un vero capitano. Magari scelto tramite regolare concorso.
E già basta dare un occhio a catalogo e inviti, per capire che di nuova identità non si può propriamente parlare: la precedente grafica, in assenza di un vero restyling, viene spazzata via e sostituita da un layout privo di carattere. Scomparso pure il logo, che fa posto al marchio della Regione Sicilia. Ma non è tutto: anche il nome cambia. Da oggi, Riso diventa Palazzo Belmonte Riso – Museo d’arte Moderna e Contemporanea della Regione Sicilia. Con quell’aggettivo “moderna” sbucato fuori sommessamente per volontà dello stesso Campo, notoriamente poco appassionato di contemporaneità e molto sensibile alle suggestioni ottocentesche.

Ma veniamo al cuore della faccenda: le mostre. Come annunciato, il nuovo Riso si presenta con la collezione, quel nucleo di quaranta opere acquisito anni fa in blocco e mai più rimpolpato, oggi piazzato in permanenza su uno dei due piani. Una politica vera sulle acquisizioni? Macché. Non un soldo per gli acquisti in tanti anni e, visto il periodo di vacche magre, nessuna inversione di rotta a breve. Allestimento soffocato, nell’esiguo spazio a disposizione, per una mostra che, viste dimensioni e tipologia della raccolta, esclude la possibilità di una selezione critica o tematica. A curarla l’architetto dell’Assessorato, Francesco Andolina. Tra i nomi, oltre a maestri come Isgrò, Accardi e Boltanski, molti siciliani giovani e mid-career: Laboratorio Saccardi, Andrea Di Marco, Alessandro Bazan, Croce Taravella, Barbara Gurrieri, Loredana Longo, Domenico Mangano, Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza.

Più a Sud - Sislej Xhafa, i manu - foto Fabio Sgroi

Mancano all’appello l’opera di Richard Long, realizzata per Gibellina ma di cui si era annunciato il rientro a Palermo, e la mega installazione di Jannis Kounellis, quei poderosi armadi lignei sospesi al soffitto che, misteriosamente, il pubblico non troverà al loro posto. Sarà questo, come ribadito in conferenza stampa, il vero cuore del Museo: non più  centro votato alla ricerca e alla produzione, ma principalmente luogo di conservazione. Nella nuova ala, che l’imminente cantiere regalerà al Palazzo, sarà accolto anche un corpus di opere del Novecento attualmente custodite oggi negli spazi di Palazzo Aiutamicristo. Guttuso, Consagra, De Pisis, Sironi: la virata al passato non è solo di nome, ma anche di fatto.
Nelle tre stanze del primo piano, destinate da ora in poi alle temporanee, è allestita una piccola, delicata mostra sul tema delle migrazioni, ispirata alla realtà di Lambedusa: Più a Sud, curata da Paola Nicita, mette insieme tre interventi di Manuele Lo Cascio, Francesco Arena e Sislej Xhafa. Il progetto, dal taglio concettuale e dal timbro poetico, arriva  da un più ampio programma dedicato al tema della fuga, elaborato dalla precedente direzione nell’ambito dei famosi Po-fesr.

E il futuro? Manco a parlarne. Nessuna programmazione espositiva è stata ancora annunciata, nessun palinsesto di attività. Ma intanto, che fine hanno fatto l’archivio SACS o la sezione di didattica? A quando i nuovi numeri di Annex? Dove sono i programmi con gli scambi di residenze? Dove gli special project, gli eventi, le installazioni en plein air, le produzioni site specific, i laboratori con gli artisti? Che ne è stato di bookshop e caffetteria? Solo un ricordo, ad oggi.
Ma siamo fiduciosi: che si replichi  la vecchia formula o se ne tiri fuori un’altra, ciò che conta è che un po’ di succo venga fuori. Per dare senso e struttura a quello che è – o dovrebbe essere – un centro di produzione per l’arte contemporanea di livello internazionale, e non una polverosa teca per la conservazione di un gruppo di opere acquisite una tantum e – fatta qualche eccezione – nemmeno così straordinarie. Nel frattempo si apprende che del neonato comitato scientifico non farebbe più parte Anna Mattirolo (la quale precisa, in realtà, di non avere mai accettato l’invito); al suo posto subentrerebbe il marchese Berlingeri. E il budget? Quello del 2012, preventivamente fissato a 490mila euro, è sceso a 343mila, dopo gli ultimi tagli che hanno riguardato l’intero bilancio regionale.
In conclusione, se Sir. Rocky Casale, semplificando di molto, adduceva la chiusura del Museo al tentativo di piazzarvi ai vertici la moglie del Dirigente Generale – esperta d’arte moderna – noi qui ci limitiamo a constatare che il museo riapre, non con la moglie, ma col marito: archiviato Alessandro, Campo fa adesso le sue veci. Fino a quando? Più che in un cantiere proiettato in avanti, pare di trovarsi dentro a uno strano limbo. Le mostre appena inaugurate dureranno fino al 30 settembre. E poi? Poi si torna alle urne. Con la prossima Presidenza della Regione gli scenari cambieranno ancora. Altro che Musei dei cittadini. Bacini di voti, merce di scambio, roccaforti di potere, casseforti per silenziose razzie, ammennicoli consacrati all’incuria. Sono davvero ridotti a questo, negli anni dieci del XXI secolo, i Musei d’Italia?

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • antonellop

    Lancio una controprovocazione : come sarebbe l’Italia se fosse la cultura a gestire la politica ? Nessuno sano di mente potrebbe provare nostalgia per il MinCulPop , ma se le poesiole di Bondi non producono niente , almeno il danno è limitato . La Cultura è un biglietto da visita internazionale , come la credibilità politica ; allora è meglio che della “res” umanistica sia gestita da chi la Cultura la produce e ci crede fino in fondo , il resto è consequenziale .

    • MARSEGLIA SAVINO

      Forse ancora non ha ben compreso che la politica e la cultura si confondono fra di loro e si appoggiano reciprocativamente… è una contraddizione in termini, un pradosso tipicamente italiota….

  • vito&paola

    Ieri per le sale ci chiedevamo: ma cos’è una fiera di paese o l’esposizione della collezione di un museo pubblico? Cosa “raccontano” le opere in mostra… qual’è il percorso critico d’insieme? Peccato, un’occasione perduta!
    Così come un’occasione perduta l’esposizione con tre opere (interessanti, bravi gli artisti) che poco giustifica l’inaugurazione contestuale di una temporanea proprio nelle sale su un tema così attuale quale l’immigrazione

    • [email protected]

      Non si capisce in che lingua è scritto questo intervento

      • Giovanna

        in italiano, lo insegnano a scuola, non è mai troppo tardi.

  • dust

    … che squallore. bravissima Helga Marsala, che nonostante tutto non si dà per vinta, ma è inutile cavare sangue dalle rape

  • Martina

    C’era una volta Riso…
    Riso svende! attenzione apertura di grande magazzino di opere..
    Brava Helga Marsala, un racconto lucido e vero, soprattutto senza omissioni!

  • Francesco

    Ritorno al passato: se questo è l’obiettivo dovrebbe quanto meno essere perseguito al meglio. Marc Fumaroli e Jean Clair potrebbero apprezzarlo…

    • vito&paola

      …ci mancano alveari e api, così sono a posto !
      ;)

  • Giulio Corrao

    il problema dell’annunciata chiusura di Riso, si capisce, era un problema di LINGUAGGIO. Alcuni operatori culturali che sapevano parlare politichese con l’amministrazione (che in Sicilia non conosce altri linguaggi) hanno detto che si chiudeva una stagione culturale seria (non che si chiudeva, politicamente, uno spazio).
    Era una messaggio chiaramente rivolto alla popolazione civile, alla popolazione culturale. Che l’amministrazione non poteva che smentire perchè quella lingua NON LA PARLA. I progetti culturali forti in Sicilia non si riconoscono, perchè non esistono. quello di Riso era l’unico. Ed è agghicciante, che proprio il mondo culturale a cui era rivolto quell’appello, invece di stringersi attorno a una dirigenza che coraggiosamente aveva spezzato una lancia pro cultura, abbia preferito, in molti casi, imparare a parlare POLITICHESE. Come sempre gli “intellettuali” siciliani si vendono per poco. Da siciliano provo molta vergogna. Anche perchè questo è l’unico articolo che parla di come stanno le cose. Perfino il giornalismo, il cui compito dovrebbe essere l’informazione e non la pubblicità, sembra aver dimenticato gli antefatti di questa squallida riapertura. Si vede che non Siciliani ci meritiamo nient’altro che questo: un gruppo di capi-padroni ignoranti che fanno quello che cavolo vogliono, prendendoci per il culo faccia a faccia. Condoglianze al fù Museo Riso.

  • Antonio Raspante

    l’opera con le mani accavallate mi ricorda quando da bambino giocavo a “porco” con le carte siciliane…. che sia quello il tema della mostra???

  • Ottimo intervento, Francesco. Ma prima bisognerebbe spiegarglielo a questi signori chi sono Jean Clair e Fumaroli… E, guarda caso, pare che uno dei due studiosi che citi fosse nella lista dei nomi da coivolgere per uno dei famosi progetti europei in cantiere, poi naufragati. Peccato, l’avremmo tutti ascoltato volentieri.

  • [email protected]

    Che noia l’articolo che noia i commenti che noia la collezione

    • Giovanna

      consiglio oltre all’italiano da apprendere anche gli anti-depressivi da ingerire, se trovi la giusta scuola privata te li danno anche alla ricreazione.

  • Stella L.

    Meno male che c’è il suo di commento, a spezzare la noia. Contributo brillantissimo.

  • massimo

    non per cosa.. ma manca l’opera di francesco arena titolo :
    corridoio.