Quei vecchi film educativi

Una laurea in Filosofia Teoretica, un inizio tardo, l’inattesa selezione al primo tentativo per una residenza, l’assistenza a suoi colleghi artisti, poche opere all’attivo e una sola mostra personale, a cui ha dedicato svariati mesi di preparazione. Francesco Bertocco mette mano alla Storia, quella collettiva con la s maiuscola, attraverso i cosiddetti educational films. Ma anche a quella di famiglie anonime, mettendo in scena vere e proprie sedute di psicoanalisi.

Francesco Bertocco - Quattro passi avanti, uno indietro e poi seduti - 2010

Che libri hai letto di recente e che musica ascolti?
Sto leggendo Le nevrosi di Joseph B. Furst, un saggio del 1960 sul rapporto tra nevrosi e società, partendo dalle letture di Fromm e Freud. Ho finito di leggere Retromania di Simon Reynolds, un ritratto delle nostre pulsioni a ricreare e rileggere il nostro passato culturale. Ultimamente sono molto legato alle prime ricerche di musica elettronica, in particolare al lavoro di Luciano Berio e Bruno Maderna. Ma anche Klaus Schulze, Amon Düül II, Wendy Carlos, Brian Eno, Philip Glass e Bobby Beausoleil. Tra i nuovi, Nico Muhly e Oneohtrix Point Never.

I luoghi che ti hanno affascinato.
Le alte dune del Sahara, viste in età molto suggestionabile.

Le pellicole più amate.
Penso subito al cinema di Polanski, in particolare a L’inquilino del terzo piano. Poi, la maggior parte delle pellicole di Derek Jarman, Robert Beavers, Gustav Deutsch, Gregory J. Markopoulos e Hamony Korine. Due film a me molto cari sono Un chant d’amour di Jean Genet e Pink Narcissus di James Bidgood.

Francesco Bertocco - Stanza valutazione sensoriale - 2012

Artisti guida.
Ho iniziato a seguire molto da vicino il lavoro di Harun Farocki, Yervant Gianikian/Angela Ricci Lucchi, Walid Raad e William E. Jones. Degli artisti più giovani trovo interessante il lavoro di Simon Fujiwara, Leigh Ledare, Luke Fowler, The Otolith Group, Ben Rivers, e alcuni film di Cyprien Gaillard.

Hai messo mano su vecchi educational films. Con quali interventi e obiettivi?
Gli educational films erano brevi film americani, diffusi durante la guerra fredda in ambienti di carattere educativo e propedeutico (scuole, associazioni). Una delle funzioni principali era educare le nuove generazioni a seguire determinate regole comportamentali in caso di incidente, pericolo o guerra. Questo sistema di paura/prevenzione generava un condizionamento ottico nel pubblico di allora e, di conseguenza, nelle generazioni successive. Mi interessava isolare all’interno di questi filmati l’elemento critico specifico di ciascuno di essi, ripeterlo fino a renderlo ipertrofico, come un organismo che si riproduce solo attraverso le sue funzioni vitali. Il risultato è una sorta di collasso dell’intuizione originaria (lo stato di tensione/allerta) fino a un completo paradosso.

Da tempo indaghi le dinamiche familiari, raccogliendo testimonianze video degli Anni Ottanta di sedute di psicoanalisi di gruppi familiari. Perché?
Il nucleo familiare è un sistema complesso e multiforme, che contiene una molteplicità di aspetti che permettono di indagare a fondo le diverse manifestazioni della società in cui viviamo. Mi interessa osservare le relazioni che sono alla base della nostra formazione, i diversi riscontri con quella che si può definire “storicità emotiva”. C’è nella famiglia qualcosa di indefinibile ed estremante critico. Osservarla attraverso la psicologia mette in luce una sorta di drammaturgia del quotidiano, che altrimenti resterebbe racchiusa ai soli membri.

Francesco Bertocco - Focus Group - 2011

Per la tua prima mostra personale hai messo in scena una seduta di psicoanalisi di una famiglia milanese. Gli spettatori potevano osservarla solo dall’esterno della galleria. Come nasce e si sviluppa questo lavoro video-performativo?
C’era la volontà di portare in galleria la stanza di una clinica dove vengono svolti i focus group. Ho cercato di essere il più fedele possibile: dalle sedie al tavolo, fino a rivestire le pareti della galleria in vetro specchio. La famiglia all’interno non aveva nessun contatto con il pubblico al di fuori. È stato un momento particolarmente intenso. Per la famiglia era la terza seduta, e la loro disponibilità a renderla pubblica in questo modo per me è stato un fattore indispensabile.

Lavori col found footage e con gli archivi, un fenomeno diventato di tendenza non solo nell’arte. Perché questa scelta?
Lavorare sugli archivi per me è stata una parte importante nella mia ricerca, un percorso iniziale che mi ha portato verso questo tipo direzione. Penso che sia una questione di rotta e di contingenze. Non la vedo ora come una priorità. Il mio prossimo lavoro sarà un documentario, una versione più estesa delle potenzialità della psicoanalisi applicata ai gruppi familiari. È vero che molti artisti ne fanno un uso/abuso. Penso che l’obsolescenza sia un canto di sirena, più lo si ascolta da lontano, ben saldo nella nostra attenzione, più ci si salva dal suo fascino, a volte un po’ fatale.

Hai svolto una residenza alla Spinola Banna. Cosa hai tratto da quell’esperienza e dall’incontro con Leigh Ledare?
È stata un’esperienza incredibile, il confronto con i miei colleghi di residenza e il percorso svolto con Leigh Ledare hanno avuto un forte impatto sul mio lavoro.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico d’arte, curatore e consulente strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, è stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “GQ Italia” “GQ.com”, “ArtReview” “Mousse” “pagina99”. E' stato capo ufficio stampa e consulente strategico per la comunicazione della Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea, Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.
  • michele saggiomo

    E che palle questi artisti, tutti uguali fra loro.

    Mai uno a cui piaccia la musica di Battisti, Ligabue, Baglioni, che so Vaso Rossi. E men che meno che si nutrano dei film dei Vanzina, Virzì, appassionati della saga di James Bond, etc.
    No, tutti appiattiti culturalmente sui nomi più pallosi (ma strafighi) che si riesce a trovare in giro.
    Tanto che ci vuole a dichiarare una cosa nell’intervista e poi la sera nel bagno leggere l’ultimo libro di Harry Potter o, ancora meglio, Zagor, Tex, Topolino, Il Monello, Lando e via discurrendo…

    E’ ovvio che poi i lavori di questi artisti sono tutti uguali, tutti un po’ tristi, senza luce, tutti malati di citazionismo ossessivo-compulsivo.
    La vita, quella vera, è un’altra cosa.

    • Massimo

      Sig. Saggiomo,
      condivido in pieno la Sua analisi.
      EVVIVA!!!
      e che cazz!!!

      • MATUSA

        concordo con Michele, sembra una solita grigia verità

        • Matusalem

          I soliti rosiconi

    • Eleonora

      Meno male che almeno gli artisti non si rifanno ai Vanzina e a Harry Potter!

  • Wikipedia+Moussoscope: prendiamo citazione a caso da wikipedia (possibilmente dal periodo vintage anni 60-70) e formalizziamo copiando quello che vediamo sulle fanzine fetisch mousse e kaleidoscope.

    La giovane arte italiana e non solo è ormai ridotta a questo. Rossella Biscotti sembra l’unica giovane italiana invitata a Manifesta e Documenta, e anche lei è esattamente questo. Mille citazioni alla storia e alla guerra fredda, l’ennesimo immaginario, opere come gadget dell’ennesimo film blockbusters…

    Questa retorica citazionista sembra il modo che adottano i giovani per essere accettati da “un paese per vecchi”. Paese che paga con la Nonni Genitori Foundation la loro arrendevolezza. Non se ne esce.

    LR

  • Giovanni

    Io penso invece che il problema sia la lunghezza delle interviste, il poco spazio che uno ha per raccontare cosa fa e cosa gli piace. é ovvio che poi sembrano semplificazioni. In secondo luogo credo che sia meglio per un giovane artista avere come riferimento un immaginario che gli artisti che lo hanno preceduto hanno già percorso, provando a rinnovarlo. Cosa dovrebbe fare un’artista contemporaneo? occuparsi di arte classica?

    grazie

    • Ciao Giovanni,
      veramente ritieni che lo spazio sia poco?
      Non è una domanda retorica, mi interessa la tua opinione.

  • berto

    artribune rivistina per ragazzini

  • Giovanni

    Ciao Marco,
    sinceramente penso che lo spazio di questa intervista sia sufficiente, come piccola vetrina per un giovane artista. Nel mio commento intendevo il fatto che spesso non si riesce ad approfondire e quindi alcuni artisti possono sembrare superficiali o modaioli.

    Buon lavoro

    g

    • mario

      penso che domande migliori, meno piatte (sembrano quelle che si fanno a sanremo giovani) aiuterebbero. ci sono almeno 4/5 domande da prima elementare, a cui a volte non è facile rispondere senza cadere in ovvietà, citazionismo e via dicendo. e comunque probabilmente ci sarè anche un limite di battute, altrimenti sarebbe un peccato non approfondire. A volte penso che si dovrebbero sviluppare altri format per dare voce ad artisti e ricerche non ancora conosciute, non so, forse affidargli un pezzo, o qualcos’altro, penso sia utile pensarci un pò, puoi venire fuori qualcosa di più fresco e vivace magari per il sito, o almeno di intellettualmente consistente.

      certo che i commenti reazionari di Luca Rossi fanno ridere tra qualunquismo, faciloneria, sembra Scilipoti che si scaglia contro le banche e i mercati mentre palpa il sedere di una sgualdrina offertagli da chi con i mercati c’ha fatto fortuna. ancora mi sbellico dalle risate rileggendo l’articolo su exibart di Fabio Cavallucci sulla fenomenologia di Luca Rossi, che esordisce : “Non si sa chi sia realmente. In ogni caso, Luca Rossi è la personalità artistica più interessante del panorama italiano di questo momento (2010). Lo è perché, insieme ai contenuti, rinnova anche il linguaggio. In prospettiva, potrebbe modificare anche il sistema.” Degno dei migliori Ipse Dixit di quelli che il calcio! Grandissimo rinnovamento si!

  • Francesco

    Un’intervista interessante, nella quale l’artista protagonista mostra di essere provvisto di un certo retroterra culturale.

  • Angelov

    Da questa intervista emana, a prima vista, un senso indecifrabile ma indelebile di Mistificazione, che con il passare del tempo lascia spazio ad un pressante desiderio di cliccare altrove.