La speranza, malgrado tutto

Sul numero cinque di Artribune Magazine proponevamo la chiusura del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Ora quella che poteva sembrare una provocazione (e non lo era) si conferma nelle nostre convinzioni.

Fondaco dei Tedeschi - Venezia

Il ministero e il ministro non esistono; l’interesse del Governo verso la più grande industria del Paese (dopo la criminalità organizzata) è nullo. Tanto vale eliminare le spese consegnando le deleghe della tutela, ma soprattutto della valorizzazione del nostro patrimonio, direttamente al Primo Ministro.
Già, tutela e valorizzazione: i due estremi entro i quali si muove il dibattito sull’heritage italiano. Come se fossimo negli Anni Cinquanta. Un nuovo episodio, in questo gorgo più di disgusto che di pessimismo, arriva da Venezia. Ed è un episodio di speranza. Speranza di non essere all’infinito quel patetico “presepe” di cui parla Fabio Severino.
Venezia. Commedia all’italiana con giallo. I protagonisti ci sono tutti: gli industriali cattivi, il bene culturale conteso tra speculazione e tutela (quando leggete ‘tutela’ dovete intendere ‘abbandono’, l’unica forma di tutela possibile in mancanza di soldi e idee), il sindaco illuminato, la città simbolo, il confronto internazionale.

Rem Koolhaas & OMA - Publicl Lbrary - Seattle

Il quadro è quello della trasformazione urbanistica del Fondaco dei Tedeschi. Strepitosa struttura cinquecentesca a uno sputo dal Ponte di Rialto. Ex ufficio postale, oggi abbandonato a se stesso. La proposta dei Benetton è di rilanciarlo, assegnando il progetto a un grande architetto, consegnando alla città non solo soldi sotto forma di oneri concessori (6 milioni!), ma anche spazi pubblici, terrazze, nuove prospettive in un angolo stereotipato e stancamente turistico. Si inizia a parlare del progetto due anni fa, il Comune sigla gli accordi, Giorgio Orsoni, il sindaco della Serenissima, si convince e tutto sembra istruito per partire. A quel punto partono gli strali dei Salvatorisettis (tutto attaccato!) di turno. Secondo i quali, sempre, riqualificare è speculazione edilizia. Loro pensano di preservare un presepe, in realtà lo stanno aiutando a consumarsi, perché chi non si trasforma deperisce. E ancor di più nei complessi sistemi urbani delle nostre città, che sono arrivate ad oggi così come sono grazie al fatto che si sono, sempre, trasformate. Al posto del Fondaco dei Tedeschi c’era una struttura medievale, duecentesca; ebbene, nel Cinquecento l’hanno buttata giù, facendovi qualcosa di meglio. Oggi farci intervenire un architetto come Rem Koolhaas è una speculazione edilizia che merita lunghi editoriali di reprimenda su Repubblica.

Una immagine dalle celeberrime campagne pubblicitarie di Benetton

Dove sta la speranza? Nella reazione di un sindaco che ritiene di rappresentare la sua gente dichiarando che “Venezia non è intoccabile”, affermando che “non ci si deve comportare da feticisti” e facendo presente che “pure la Piramide del Louvre all’inizio è stata contestata”. Eccola la reazione capace di zittire, per mancanza di argomenti, i Salvatorisettis di turno. Il rispetto delle nostre città passa per il loro sviluppo e la loro trasformazione. Il feticismo è una malattia per la quale occorre farsi curare da uno bravo.
La generazione dei Salvatorisettis è un’egemonia che si sta sfaldando? È una maggioranza che si sta ridimensionando? Per ora no. Per ora la classe dirigente del Paese la pensa in quel modo e i Salvatorisettis sono ovunque: nei licei, nelle accademie, nelle soprintendenze, negli enti locali, ma anche nelle aziende private. E poi ci sono gli Orsoni e, auguriamoci, i Monti. In ogni caso da scalare.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #6

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • Una concezione dell’estetica e della bellezza in versione elitaria e fossilizzante, figlia di un idealismo duro a essere messo in discussione, pervade la “cultura” del paese. Trascura il fatto che c’è un solo modo di conservare, ed è evolvere. Tutelare vuol dire evolvere, cioè proteggere le condizioni dell’evoluzione. Un modo attuale di intendere l’estetica è considerarla come la struttura di legame responsabile che generiamo con il mondo. In ogni sua espressione, dall’ambiente naturale a quello fatto ad arte da noi esseri umani. La vivibilità dei luoghi e degli artefatti storici sta nelle scelte responsabili per viverli alla temperatura del presente. Allora la questione si colloca al punto di incrocio tra responsabilità e partecipazione delle scelte nel rispetto delle norme e delle regole del gioco. Ben venga perciò l’autorevole presa di posizione di Orsoni e l’innovazione immaginata del Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Per non morire nel falso dilemma tra utilizzo iperliberista e commerciale dei patrimoni da un lato, e fossilizzazione iperconservatrice e elitaria dall’altro. La via della vivibilità passa per l’innovazione responsabile. [ugo morelli]

  • Rita

    Mi sembra che qui si trascurino i contesti. Architetture come il MACRO, il MAXXI , il Parco della Musica e anche la Chiesa del Millennio a Roma, i ponti di Calatrava a Venezia e a Gerusalemme valorizzano l’ambiente circostante. Una struttura tipo quella di Koolhas (opportunamente presentata nella foto) a Venezia e “a uno sputo dal Ponte di Rialto” sarebbe nient’altro che un autoreferenziale pugno nell’occhio. La posizione di Orsoni non è autorevole e non può esserlo: è avvocato, uomo politico, amministratore, pertanto mancante di auctoritas nel campo specifico. Benetton è un notorio provocatore, ho condiviso molte sue scelte. Qui gli interessi in gioco hanno poco o nulla a che fare con quelli della città.

  • Eleonora

    Non basta rinnovare: bisogna riflettere su come farlo. E a me questo progetto non sembra rispettare l’ottica dell’ innovazione responsabile.
    L’articolo tratta il problema in modo retorico e poco problematico, senza entrare nel merito del progetto, che è l’unico punto su cui ha senso dibattere. “Al posto del Fondaco dei Tedeschi c’era una struttura medievale, duecentesca; ebbene, nel Cinquecento l’hanno buttata giù, facendovi qualcosa di meglio.” Un po’ semplicistico e pericoloso. Il dibattito e la cultura della conservazione non solo si sono evoluti dal ‘500, ma si sono anche allontanati dall’idealismo storico che li ha generati. E’ facile difendersi sbandierando la parola evoluzione, senza dire cosa significa, in cosa si sta cambiando: e se il cambiamento portasse a una involuzione?
    Proviamo a estremizzare il ragionamento: nessuno approverebbe la ristrutturazione dell’intero centro storico di Firenze se la Coca Cola lo comprasse e decidesse che va rinnovato costruendo nuove terrazze e centri commerciali. Magari chiamando il Koolhaas di turno che dà quell’apparenza di legittima genialità.
    Si può riutilizzare e evolversi senza distruggere, e la conservazione non è semplicemente elitario feticismo: la ricostruzione e il restauro devono avere un senso e un fine – ma soprattutto un senso dello spazio e nello spazio, non solo per quanto riguarda il palazzo nella sua singolarità, ma anche rispetto al luogo storico cittadino archeologico che sia. La Piramide del Louvre non è un intervento paragonabile in nessun aspetto a questo.
    Non c’è niente di più affascinante -e vincente- che usare gli spazi moderni in un ottica di ri-utilizzo contemporaneo, come da anni fa per esempio l’archeologia industriale. Il problema non è decidere se Il Fondaco debba essere rinnovato (è banale e ovviamente auspicabile). Il punto è capire COME lo si vuole fare, quali DECISIONI PROGETTUALI, (oltre che economiche e politiche) stanno alla base del rinnovo. In questo non c’è nulla del vecchio idealismo immobile: mi sembra invece che sia il progetto di rinnovo del Fondaco a spingersi in un ottica di utilizzo iperliberista e commerciale – senza tener conto della storia dell’edificio.
    Si potrebbe parlare anche di come riutilizzare questa costruzione, di cosa mettere a disposizione della comunità… e indovinate un po’: si opta per un bel centro commerciale…. proprio quello che manca in Italia. Che idea originale! I Benetton sono proprio generosi a investire così sentitamente sul territorio storico italiano.
    Consiglio questa lettura per andare un po’ in profondità sul progetto, e sulla storia del luogo:

    http://ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2012/2/112126.html

    E. Quadri

  • anna

    non conosco il progetto, non vorrei fosse una seconda Ara Pacis… perchè non un architetto italiano, dei tanti, ad es., nato e pasciuto nella ns. tradizione….? Il gusto contemporaneo alieno, diventa tentazione irresistibile a ferire la perfezione tradizionale, perchè inaccessibile….. I Benetton affondano in questa tentazione….ignoranti? certo

  • And

    Perfettamente d’accordo con Eleonora. Troppo facile e semplicistico attaccare i Salvatorisettis, come se fossero loro il problema! Non pensate che ci possa essere qualche via di mezzo tra il ri-valorizzare un bene culturale (come un edificio storico in disuso) mantenendo allo stesso tempo la sua struttura originaria? D’accordo che pecunia non olet e 6 milioni sono un bel gruzzoletto, ma qui nn stiamo parlando di pubblicità sul Colosseo (sulla quale sono assolutam. a favore) ma di trasformare un palazzo ‘500esco in una Rinascente!

  • riccardo

    Salvatore Settis non ha bisogno di essere difeso da me, ricordo solo ai tardo-futuristi fuori tempo massimo che il riconoscimento del contesto urbano come valore, e quindi non del solo “monumento” isolato e a sè stante è una delle conquiste italiane nella cultura del restauro, riconosciuta a livello mondiale dalle migliori menti del settore (tra cui non si annoverano sindaci, industriali, pubblicitari).
    I ragionamenti sull’Architettura della città li hanno fatti in tanti, tra i primi Aldo Rossi, il cui testo eponimo è uno dei capisaldi dell’analisi urbana. Kolhaas non è propriamente un esponente di questa visione dell’architettura, ma non escludo che possa fare bene anche nel restauro (ripristino, riqualificazione … sono termini ambigui che non dicono niente o nascondono qualcos’altro). Del resto, a Venezia, c’è già un capolavoro di questo genere, Punta della Dogana. La frase : “Il rispetto delle nostre città passa per il loro sviluppo e la loro trasformazione. Il feticismo è una malattia per la quale occorre farsi curare da uno bravo” è di livello talmente basso che non vale nemmeno la pena controbattere, se non considerandola una boutade e rispondendo che tra modaiolo e feticista, molto più interessante il feticista.

    • Cristiana Curti

      Non desidero entrare nel merito del discorso perché – per quanto mi riguarda – non condivido una sola parola dell’intervento di Tonelli (come è mio diritto senza passare per retrograda) e altri qui sopra (eleonora, riccardo, ma mi pare che tutti siano d’accordo per questa linea, chi in un modo chi in un altro) hanno già espresso pefettamente e ben meglio di me i limiti di questa nota.
      Da veneziana residente, desidero però puntualizzare che il Fondaco (o Fontego) dei Tedeschi non era affatto un palazzo in disuso. Era la nostra Posta Centrale che per Venezia (che ha difficoltà di recapiti missive e pacchi che ben si possono prevedere) aveva un’importanza notevole e il fatto che fosse in un posto così ben raggiungibile e comodo da ogni sestiere della Città era di grande vantaggio per tutti. Se abitaste a Venezia ve ne rendereste conto.
      Il palazzo, poi, è stato chiuso quando si sono aperte le trattative con il Comune per la “riqualificazione” ed è rimasto chiuso sino a che le trattative non si sono definitivamente concluse. In tutto c’è voluto all’incirca un anno e mezzo, forse poco più, da che ricordo. Cosa fulminea nell’Italia delle Soprintendenze che (soprattutto a Venezia e io ne so qualcosa) ti tengono in ballo anni per darti la possibilità di riaprire una porta o una finestra là dove già c’era magari dal Trecento (e c’è ancora la pietra d’Istria a indicarlo).
      Tutta la sezione “lamentatio incuriae” deve essere quindi cestinata. Il palazzo era oneroso e QUESTO era il problema, ma la perniciosa (s)vendita del monumento (iniziata già con Cacciari, per la verità) per far cassa in una città che vive sulle erogazioni quasi senza fondo della legge speciale merita di essere considerata in modo ben più approfondito della rappresentazione falsata di una querelle fra moderni e antichi.

      • And

        Bravissima Cristiana, come sempre centri il problema in poche righe e sopratt. senza tante polemiche inutili!!

  • Luca Grossi

    Ma li avete visti i rendering di Koolhaas?
    Un vero mall all’interno di Venezia, un intrico di scale mobili e backlit!
    Trasformare non significa evolvere, significa anche solo trasformare.
    E a Tonelli raccomando medicine appropriate contro il feticismo (provinciale) da archistar.

    Ps. Koolhaas fatelo sfogare a Porto Marghera…

  • Torno sulla questione della soppressione del MiBAC, citando l’articolo di Luca Del Fra (L’Unità, 1 marzo 2012) ripreso qualche tempo fa proprio su Artribune:
    http://www.artribune.com/2012/03/artribune-trend-maker-che-sia-il-caso-di-cominciare-a-pensare-alla-soppressione-del-mibac-e-l%E2%80%99unita-rilancia-la-nostra-tesi%E2%80%A6/
    In realtà il giudizio del giornalista sull’eventuale soppressione del Ministero, espresso nella conclusione dell’articolo, non mi sembra particolarmente entusiasta: “L’idea sta facendo breccia anche in settori del centrosinistra, e andrebbe laicamente valutata: si profilerebbe una sconfitta per i settori tecnico-scientifici e la gestione sarebbe certo più disinvolta e flessibile, ancor più soggetta al potere politico, in sostanza più manageriale e decisionista. È quindi arduo scorgere i vantaggi per il patrimonio e la comunità, vantaggi che diverrebbero invece certi per alcuni alti papaveri e le lobby. E poi, come nel caso della Protezione Civile, sarebbe questa la soluzione agli scandali?”
    Sono spesso d’accordo con Tonelli quando critica l’operato di Ornaghi, ma trovo inutile, anzi dannoso, prendersela con le istituzioni se i singoli individui non sono in grado di farle funzionare a dovere, come ritengo sia controproducente screditare la politica perché certi politici sono corrotti e incapaci.

    • Caro Vincenzo ho già altre volte espresso la mia opinione in merito e se ci ritorno sopra e’ perché, quello del MIBAC, e’ un problema che dovrebbe stare a cuore a noi tutti che, per un verso o per l’altro, con l’arte non abbiamo un rapporto superficiale o episodico. I problemi che Del Fra rappresenta sono reali ma ce ne sono anche altri.
      In tutti i Ministeri (checche’ ne pensi la gente) la “struttura” burocratica tende ad essere forte ed il Ministro che, a differenza di altri paesi, non può certo “disfarsi” di direttori e direttori generali che eventualmente non gli siano graditi ha sempre un bel po’ di filo da torcere per farlo funzionare secondo i suoi programmi ed intendimenti.
      Ma il MIBAC, per una serie di motivi che sarebbe lungo spiegare ma che, alla fin fine si riassumono nella debolezza, non autorevolezza, disinteresse o addirittura latitanza dei vari Ministri che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, e’ un caso quasi da “mission impossible”.
      Detto questo, torno a ripeterlo, credo che la soluzione non sia quella di abolirlo ma quella di affidarlo ad un Ministro dotato in eguale, altissima misura, di competenze, visioni ed “attributi”… ammesso che si riesca a trovarne uno… peccato che la nostra Costituzione non ci consenta di utilizzare stranieri o oriundi !

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