Tweetology n. 7: i nomi e le cose

Settima puntata, e diverse altre già son pronte. Insieme per comporre un manifesto corale di voci prese in prestito, ma che correttamente dosate e miscelate… Beh, potrebbero essere rivoluzionarie.

Grande Depressione

“Il senso anche di trovarsi nei chip di memoria di un computer di fronte all’avventura umana ricapitolata in vista della fine del millennio, centrifugata nei doppi inautentici dell’uomo, nelle sue intensità primitive e nelle sue utopie futuribili. E proprio qui risiede il cuore dell’atteggiamento selvaggio e avventuroso; qui dove si scatenano le voglie di animalità, qui dove il senso collettivo si perde nei microcircuiti dell’elettronica, per giungere alla celebrazione della propria inautenticità e della consapevolezza che non c’è niente di nuovo nel sole e nella pioggia, e la nostra sopravvivenza è legata alla possibilità di ripercorrere simultaneamente il passato e i suoi fantasmi.” (Pier Vittorio Tondelli, Trip savanico [1982], in Un weekend postmoderno [1990] Bompiani, Milano 2005, p. 203)

“Il suono della sua voce, per quanto parlasse grossolanamente, introdusse un elemento discordante. Gli dava fastidio parlare, con Charlotte o chiunque altro, perché gli sembrava che le parole riempissero le cose dei significati sbagliati.” (J. G. Ballard, Condominio, 1975)

Pier Vittorio Tondelli

“I lavoratori s’erano ormai ostinati. Mentre si affollavano con vero entusiasmo nelle riunioni socialiste, restavano insensibili alle trovate dei vecchi politicanti. Costoro si trovavano di solito davanti a sale vuote, che solo ogni tanto si affollavano di gente che riservava loro tale accoglienza che più di una volta era stato necessario l’intervento della polizia. La storia incalzava; l’aria vibrava di avvenimenti attuali e imminenti. Il paese era sull’orlo della crisi, dovuta a una serie di anni prosperosi durante i quali era divenuto sempre più difficile collocare all’esterno l’eccesso della produzione. Le industrie lavoravano a orario ridotto; molte grandi fabbriche avevano addirittura smesso la produzione, in attesa di smerciare l’eccesso di quella precedente, e dappertutto i salari venivano ridotti.” (Jack London, Il Tallone di Ferro, 1907)

“L’attualità mortifica continuamente il nostro talento.” (David Shields, Fame di realtà, 2010)

Luca Del Baldo, Ballard desert, The Magician (Study for a Portrait) mixed media and collage, 2009

Ho capito come le generazioni precedenti alla nostra devono percepire artisti, appena trentenni, che elaborano opere spettrali. Che fanno dell’apparenza fantasmatica l’argomento centrale – e quasi unico – della loro elaborazione. Manca forse, ancora, la costruzione di un’alternativa; di un’ipotesi positiva. Manca proprio la costruzione. I migliori si dedicano sempre e comunque all’articolazione dell’assenza, di ciò che manca. Di ciò che non siamo (“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”…). La ricostruzione, però, è una fase ulteriore. Successiva: più ‘piena’, più densa. Intessuta di pensieri e riflessi differenti. Epici? (Sostanziata, comunque, di realtà e di confronto con la realtà.)

“Sempre senza sapere da quanto tempo fosse sveglio, o cosa avesse fatto mezz’ora prima, Laing sedette fra le bottiglie vuote e i rifiuti sul pavimento della cucina. Fissava la lavatrice e il frigorifero in disuso, che ora utilizzava solo come bidoni della spazzatura. Faceva fatica a ricordare quali erano state le loro funzioni originarie. Entro certo limiti, avevano assunto un significato nuovo, un ruolo che doveva ancora comprendere. Anche il disfacimento del grattacielo era un modello del mondo in cui sarebbero vissuti in futuro. Era uno scenario post-tecnologico, dove ogni cosa era o in abbandono o, più ambiguamente, rivista secondo modalità inaspettate e più significative. Laing meditava… A volte gli era difficile non pensare che stessero vivendo un futuro già realizzato, e che anzi quel futuro si fosse ormai esaurito.” (J. G. Ballard, Condominio)

Jack London - Il Tallone di Ferro

“In seguito, in America, ancora più nocive per l’immagine del capitalismo furono la palese insensatezza delle speculazioni immobiliari in Florida, la crescente tracotanza dei grandi gruppi industriali e finanziari e la folle corsa all’acquisto di azioni dei tardi anni Venti. Avvisaglie seguite dal crollo della Borsa del 1929 e dai dieci lunghi anni della Grande Depressione. Evidentemente nel capitalismo c’era qualcosa di sbagliato. Al punto che con quel nome esso era ormai impresentabile. (…) Negli anni seguenti il punto di riferimento fu il New Deal, che però era troppo legato a Frankin D. Roosevelt e alle sue coorti per sopravvivergli. Così, tra le persone relativamente colte, prese piede il termine ‘market system’, sistema del mercato. Un’espressione che non evocava cupi precedenti storici; o meglio, che non evocava nessun precedente, né bello né brutto. Sarebbe stato difficile escogitare un’espressione più anodina. Proprio per questo ebbe successo.” (John Kenneth Galbraith, L’economia della truffa, 2004)

John Kenneth Galbraith

“La classe lavoratrice era agitata da idee sanguinose di vendetta, ma era anche annientata. Eppure la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche, che già costituivano una forza non indifferente per l’oligarchia, continuavano ad accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street trasformò la borsa in un turbine che spazzò via tutti i beni del paese. E sui disastri e sulle rovine, s’innalzò la forza della nascente oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sé. Questa serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottenere lo scopo, essa non ricorreva soltanto a tutta la propria potenza, ma anche a quella del Tesoro degli Stati Uniti. I capitani dell’industria si erano poi volti contro la media borghesia. Le associazioni padronali, che li avevano aiutati a sconfiggere l’organizzazione del lavoro, erano alla loro volta sconfitte dai loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri e industriali, i trust resistevano magnificamente. Non solo erano solidi, ma anche attivi. Seminavano vento, senza paura né esitazioni, perché essi solo sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto.” (Jack London, Il Tallone di Ferro)

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • Angelov

    Queste citazioni dal Tallone di Ferro di Jack London, rilette oggi, sono da brivido.