Arte Povera, piatto ricco

Otto mostre, altrettanti musei, sette città. Parte da Bologna, il 23 settembre, l’autunno di Germano Celant, con una grande celebrazione del movimento italiano, tanto amato all’estero. Da Artribune, istruzioni per l’uso e qualche riflessione prima di cominciare. Mentre lunedì, alla Gnam di Roma, si presenta l’intera kermesse.

Pier Paolo Calzolari - Senza titolo (mortificatio, imperfectio, putrefactio, combustio, incineratio, satisfactio, confirmatio, compositio, inventio, dispositio, actio, mneme) - 1970-71 - photo Paolo Pellion

Arte Povera, finalmente. Annunciata alla Triennale un anno e mezzo or sono, con uno schieramento di forze non indifferente formato dai direttori dei principali musei italiani, parte a settembre la grande mostra dedicata al movimento, nell’autunno dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il contesto è senz’altro diverso: sono trascorsi solo diciannove mesi, ma sembra una vita. Una vita in cui il mondo della cultura è stato sacrificato in nome di una ripresa che, senza cultura, non avverrà mai. Ma cominciamo dall’inizio. Risale all’anno 1967, quando alla Galleria La Bertesca un giovanissimo Germano Celant progetta la mostra Arte povera Im Spazio, la prima dove compare l’espressione che renderà il movimento uno dei capisaldi dell’arte e della cultura italiana a livello internazionale. Il passo avanti sta nella definizione: Celant e i “poveristi” si erano misurati insieme nella proposta critico-artistica che ne consacrerà la fama,  già, ad esempio, a Torino l’anno precedente da Sperone.
Malgrado l’eroico avvio, Genova, città che peraltro dà i natali a Celant, non è tuttavia fra le tappe del percorso “italico” che  inaugura a Bologna, al MAMbo, il prossimo 23 settembre, e attraversa lo stivale nelle due direzioni contrapposte. Sarà a Roma, al MAxxi e alla Gnam, a Rivoli, nel suo Castello, a Milano, in Triennale (che, insieme al museo torinese ora sotto il fuoco delle polemiche, coordina tutta l’operazione).  Si prepara, inoltre, al Madre di Napoli, nonostante le preoccupazioni iniziali.  Il 15 settembre, Eduardo Cicelyn ha dichiarato, infatti, al Corriere della Sera, pagina locale: “Vorremmo rassicurare artisti, collezionisti, prestatori e curatori che il pericolo di una cancellazione della mostra è al momento del tutto inesistente. E ha proseguito: “Le dimissioni del comitato scientifico sono giunte certamente inaspettate, ma l’approvazione del progetto espositivo da parte del professor Ficacci e di sir Rosenthal non è venuta mancare, per iscritto e con toni peraltro entusiastici. Dei costi (davvero bassissimi) della mostra sono stati informati a suo tempo sia i gestori dei servizi museali che hanno collaborato alla stima dettagliata, sia il Cda oggi dimissionario. Non si vede perché il futuro Cda dovrebbe negare l’autorizzazione alla spesa, che è parte minima del budget già formalmente assegnato dalla Regione Campania alla Fondazione per la gestione e per le mostre. Né il vecchio Cda ha mai preteso di avere, né a quello nuovo potranno mai essere assegnati poteri d’interdizione sulla programmazione culturale dell’ente, determinata secondo statuto dalla direzione generale e dal Comitato scientifico. Si aggiungono, infine, due tappe agli antipodi, non previste, o almeno non comunicate nel corso della famosa conferenza stampa triennalesca: la Gamec di Bergamo e il Teatro Margherita di Bari.

Jannis Kounellis - Senza titolo - 1969 - coll. Margherita Stein - photo Paolo Pellion

Gli artisti protagonisti saranno, com’è ovvio, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio e spesso, come a Rivoli, saranno messi a confronto con ciò che avveniva nel frattempo all’estero.
Cominciamo con le note positive: troviamo davvero molto interessante la doppia curatela, che affianca al critico genovese i direttori dei musei nei quali le singole mostre si svolgono. All’estero direbbero challenging. Il confronto fra due punti di vista, il primo militante, biografico e complessivo, il secondo meno partecipato, con una visione della corrente nel contesto attuale, ci sembra uno dei punti di forza dell’intero progetto. Come pensiamo sia interessante l’approccio tematico che ha valorizzato la specificità della relazione che i singoli territori hanno avuto con il movimento dell’Arte Povera. Si prenda ad esempio Bologna. L’esposizione che inaugurerà la prossima settimana è una riflessione, a partire dalla mostra storica che nel 1968 si è tenuta alla Galleria De’ Foscherari e sul dibattito che ne è conseguito, coinvolgendo personaggi del calibro di Maurizio Calvesi, Francesco Arcangeli, Giorgio De Marchis, Renato Guttuso e lo stesso Celant, in un confronto che era prima di tutto generazionale e che riguardava l’“esigenza di identificarsi con l’azione e il processo in corso, la tensione ad attivizzare la dimensione psicofisica del comportamento fattuale e mentale per sfuggire all’utilizzazione del prodotto originato e dell’oggetto creato, siamo cioè al tentativo di uscire dall’integrazione oggettuale per sbloccare ogni sperimentazione fattuale dall’alienazione all’oggetto e dall’oggetto (Germano Celant, intervento per il Quaderno della Galleria De’ Foscherari). Un altro buon esempio è Napoli.  La mostra che Cicelyn ci assicura aprirà al pubblico è un ripensamento di Arte Povera + Azioni Povere, promossa nel 1969 insieme a Marcello Rumma presso gli Arsenali di Amalfi.

Giuseppe Penone - Albero di 11 metri - 1969/1989 - photo Paolo Pellion

Queste esposizioni ci fanno riflettere su due punti. Il primo è che bisogna ammettere che un passo in avanti è stato compiuto. Sullo scorcio degli anni ’60 la ricerca e la documentazione in ambito contemporaneo venivano condotte esclusivamente grazie alla buona volontà dei privati e all’iniziativa personale di qualche direttore di museo illuminato. Anche oggi è in parte così, ma la sfida è stata nel contempo raccolta da un numero più ampio di istituzioni. Il secondo ha a che vedere con il tempo. L’Arte Povera è nata come un movimento rivoluzionario, in contrapposizione con ciò che c’era in precedenza. Oggi appartiene alla storia. Sembra, ed è, la scoperta dell’acqua calda, ma il dibattito si ha – come dimostra anche il confronto incoraggiato dalla Galleria De’ Foscherari nel ’68 – con la contrapposizione.
Chi alterca oggi con l’Arte Povera? Si potrebbe affermare, proprio in virtù di questa “struttura” itinerante, che chiama in causa più istituzioni, che il percorso sia un “contro-Padiglione Italia” o viceversa, ma sarebbe un errore, perché si promuoverebbe un paragone fra eventi, non fra tempi storici e generazioni. Sicuramente entrambe le manifestazioni sono la dimostrazione di due modi differenti di concepire la cultura in Italia, con il rischio, che si è avverato per il progetto lagunare, di cadere nella trappola della logica del “grande evento” (dove le opere e i loro messaggi spesso spariscono tra promozione, dibattiti e polemiche), che assume contorni ancora più rilevanti nel 150esimo compleanno italiano.

Pino Pascali - Cavalletto - 1968 - Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Una celebrazione che è stata quanto mai emblematica nel dimostrare la debolezza a livello identitario del nostro Paese (conseguenza della scarsa posizione che la cultura ha tra le priorità nazionali), la frammentazione che lo caratterizza, la nostra incapacità di confrontarci con il nostro essere italiani, in virtù di una divisione che – prima di essere politica, fiscale, geografica – è mentale. Una celebrazione che è stata percorsa da eventi, avvenimenti, incidenti esterni che hanno, se è possibile, ancor di più ferito e sminuito quella che doveva essere la “nostra festa”.
Ma detto questo, l’Arte Povera, che di certo non ne ha colpa e che al momento della presentazione era stata annunciata con squilli argentei di tromba e con un entusiasmo realmente coinvolgente, aprirà a settembre a un pubblico che tuttavia ha, suo malgrado, l’amaro in bocca. All’armata di Celant, dunque, il compito e l’onere di risollevare le sorti di un autunno culturale che pur essendo così caldo ha già visto cadere qualche foglia.

Santa Nastro


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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • umpf

    epperò che palle!

  • occhio

    bene, una grande reazione alla oramai diffusa paura di ritrovarsi i magazzini con cubature di scenografie da rottamare, insomma ecco il grande colpo di coda del morente!

  • Teresa

    Ha già fatto il suo tempo…

  • Anita

    come in politica, chi ha il potere se lo tiene bello stretto e si dichiara essere, la storia, il presente ed il futuro, proponendo da quarant’anni sempre le stesse cose e facendosi arbitro e giocatore…

  • Cristiana Curti

    Sono molto colpita dai commenti sino ad ora. In Francia, Inghilterra, Germania (ovunque, per farla breve) a nessuno verrebbe in mente di dare della cosa che “ha fatto il suo tempo” a un movimento artistico (fra l’altro uno dei pochi propriamente detti della seconda meta del XX secolo in Italia, per il resto povera – nel vero senso della parola – di altri progetti teorici di livello internazionale) così importante per tutta l’arte italiana a venire e quella a tornare (ciò che è già visto è la scopiazzatura presente dell’arte povera dei tempi “giusti”, se mai).
    Quel poco che abbiamo prodotto in un tempo affollato dall’arte americana quant’altri mai (neppure adesso siamo così ancelle degli USA in arte) oggi lo rifiutiamo perché ci sta “antipatico” il critico (fra l’altro uno dei pochi che possa davvero considerarsi tale) che lo presentò allora. Non riuscirò mai a comprendere questa vocazione al suicidio tutta italica.
    E tutto questo malgrado l’articolo – ben costruito e condotto da Santa Nastro – si appelli proprio ad evitare ulteriori lacerazioni e ritrovarsi nella giusta considerazione di artisti fondamentali dopo la miserabile figura del Padiglione Italia, che in nulla potrebbe contrapporsi a questa operazione, peraltro anticipata da una mostra bellissima presentata a Mosca pochissimi mesi fa, con la collezione di Arte Povera del Castello di Rivoli in grande spolvero.

  • Cara Cristiana Curti,

    lei ha presente quante mostre sono già state fatte su questi artisti in questi ultimi anni in Italia?

    Per lo più le opere di questi artisti sono troppo “ripetitive”, nulla toglie al loro valore (anche se ricordando i loro intenti… o almeno quello che scriveva G.Celant molti dubbi vengono …), ma pensare che il “pubblico” non manifesti una certa stanchezza sarebbe un poco ironico…

    d.o)

  • LorenzoMarras

    Cristiana , lessi un giorno una intervista a Pier Paolo Calzolari (una bella e suggestiva intervista) in cui mi colpi’ una risposta del medesimo circa una domanda sul suo voluto allontanamento da certe pratiche. Disse : L’arte povera , o meglio, i suoi linguaggi si sono Accademizzati ovverossia , parole mie se ne interpretai lo “spirito”, sono stati neutralizzati, ovverossia ancora , sono diventati COSE tra altre COSE ed il loro messaggio (quel messaggio che chiamava ad un rinnovamento nel percepire non solo il significato ma lo spirito che le animava, si è andato dissolto.
    Dissolto , nelle solite forme di rientro o riflusso che sempre caratterizza ogni movimento che in se “rivoluziona”, cambia, apre nuove possibilita’ di intendere l’atto artistico.
    Quegli artisti, o meglio quegli uomini che diedero vita a quella, per certi versi meravigliosa esperienza in cui l’arte fuori usciva dai suoi binari rassicuranti del “bello” , con il tempo, si Sistemarono si trasformarono insomma in delle icone rassicuranti per i nipotini a venire.
    I teorici , sai bene a chi mi riferisco, non si comportarono diversamente e misero all’incasso quella stagione. Non è difficile vedere come.

    Questo la dice lunga su quale destino è riservato ad ogni tipo di “INNOVAZIONE”.

    Un destino di assorbimento.
    Naturalmente io osservo la cosa , da un angolo completamente diverso dal tuo e dunque sono condizionato da quello che io PENSO essere la funzione, o meglio i suoi modi ed i suoi obiettivi di essere “ARTE” che , ripeto per me, riguardano la Totalita’ di ogni esistere.
    Cio’ non toglie che quel movimento ha fatto la STORIA e l ha fatta in una maniera decisamente piu’ avvicente rispetto a quella creata solo a tavolino di ben altri, in un decennio certamente piu’ miserabile per vigliaccheria e cinismo.

  • Cristiana Curti

    Caro doattime, so bene che ci hanno traforato ovunque le fantasie con i “Poveri”, ma rileggere in chiave storica e farlo in modo strutturato, coinvolgendo numerose sedi, un momento importante della nostra arte non mi sembra davvero un male. Del resto che altro potremmo offrire per festeggiare il 150o dell’Italia Unità in arte contemporanea, l’Italian Factory? Perdonami ma non sono d’accordo con te. Se celebrazione deve essere – e deve essere – bisogna fare le cose con i sacri crismi. Poi se non piace, si può sempre stare a casa. Ai più c’è ancora da insegnare. Ai più sembra ancora “arte contemporanea” e quindi da scartare per principio. Questo modo di snobbare la nostra arte moderna solo perché “POCHI” fra noi la conoscono a fondo, mi sembra suicida (ripeto). Ma capisco senz’altro un poco di “troppo pieno”. Con stima.

    Caro Lorenzo, è vero, abbiamo modi diversi di vedere le cose, ciò non toglie che io mi inalberi sempre quando con ritmo da tamburo battente e senza motivare partono le solite litanie contro i soliti noti. Anch’io ho qualcosa da dire sul critico Celant, ma non è interessante la mia opinione, qui. Inoltre Calzolari può senz’altro affermare ciò che riporti: lui E’ arte povera e può (DEVE) distaccarsi da ciò che fece e che costruì, anche perché negli ultimi anni è approdato ben altrove. Fra l’altro, permettimi una nota su Artribune: leggo un articolo ben fatto e anche con un’opinione espressa correttamente e sono contenta di rimarcarlo. Tu dirai, che c’azzecca? C’azzecca eccome, perché stupisce un’interessante posizione che viene cassata dai commentini acidi di coloro che forse neppure hanno letto il pezzo. Basta dire la parolina magica: “Arte Povera” e si parte lancia in resta.
    Comunque la pensiamo, però, Lorenzo, mi pare che ci intendiamo sempre, credo.

    • Cristiana Curti

      Un’ultima cosa: vediamo le mostre e poi ne parleremo; nulla è detto sino a che non è fatto.

  • LorenzoMarras

    No Cristia’ , io giustamente come hai notato mi sono espresso sul Movimento e sopratutto cercando di gettare un ponte verso il tempo in cui FU.
    L’articolo di Santa Nastro è scritto non solo bene ma ri propone quei temi su cui , io, indirettamente ho indirizzato il faro.
    Ti volevo dire : tu vedi le cose da Studiosa e con una prospettiva di interesse diversa dalla mia perche’ sei orientata su un orizzonte di verita’ di quel periodo che cerca di fare piazza pulita sui luoghi comuni che OGGi si hanno di essa. La mia invece è la visione di una persona che condividendo quei modi decisamente rivoluzionari di vivere il fatto artistico , ne constata a distanza, ovvero oggi con amarezza ed impotenza i suoi sostanziali fallimenti nel contaminare i luoghi diversi dai suoi ambiti di origine.

    Due modi diversi , ma non in conflitto.
    ciao Cristiana.

    • Cristiana Curti

      E poiché non in conflitto, più interessante è la tua posizione, che la mia. Ma per arrivare alla tua (considerazioni sul portato nella contemporaneità di un movimento di arte passata), prima bisogna conoscere e poi parlare. Un caro saluto.

  • Concordo con Cristiana, sta’ diventando un’abitudine ma e’ cosi’! L’articolo e’ molto bello e “L’Arte Povera” avra’ anche “stufato” chi si lamenta di averne sentito parlar troppo (forse se ne avesse visto e magari studiato piu’ che averne “sentito parlare” sarebbe meglio e potrebbe avere differente opinione), ma e’ stata e rimane l’ultima grande “contribuzione” Italiana all’Arte (si, quella con l’A maiuscola). Il fatto che, come dici tu caro Lorenzo, non abbia realizzato i fini “rivoluzionari” che si proponeva (ma vorrei che non si confondesse tra i fini rivoluzionari che si proponevano gli artisti e la “prosa” rivoluzionaria, un po’ “di maniera” visto l’epoca, di Celant nel presentarli) nulla toglie alla grandezza dei lavori ed all’importanza del movimento che, a dispetto di quel che ne pensano (o non ne pensano per scarsa capacita’ di pensiero analitico) coloro che dicono “che palle”, ha ed avra’ ancora, influenza e non marginale, sull’arte di oggi e di quella a venire. E poi dimmi, Lorenzo, quale movimento rivoluzionario ha mai pienamente (e per la maggior parte di essi anche solo parzialmente) raggiunto i fini che si proponeva? Non credo che proprio a te debba ricordare il grande Giambattista Vico !!!

  • LorenzoMarras

    le espressioni che ho usato Luciano non avevano il sapore di una accusa (tanto a che serve) ma solo segno di un sentimento. Un fatto puramente emotivo e non certamente razionale.
    Sia chiaro che non mi associo a tutti coloro che liquidano la cosa con le solite (queste si) noiose battute , del tipo gia’ visto, gia’ fatto, monotono e quant’altro perche’ riesco ancora a comprendere che la faccenda Arte non è questione di INTRATTENIMENTO o per dirla, con piu’ semplicita’, una occupazione come un altra per coprire un vuoto (tanti piccoli vuoti).

    Ciao Luciano.

    • Caro Lorenzo spero ti sia chiaro (e con te a chi ci legge) che la prima parte del mio commento, sino al “Il fatto che, Caro Lorenzo…) non era certamente rivolto a te ma ai tanti che (e non solo nei commenti a questo articolo) sembrano, appunto, pensare che l’arte sia come un film d’intrattenimento che visto una volta basta e avanza o peggio come il quotidiano che una volta letto serve, al piu’ quale umile imballaggio. A tutti coloro che confondono la novita’, intesa come assenza di plagio o di acritica e superficiale aderenza ad uno “stile”, che va’ sempre pretesa e la cui assenza va’ giustamente denunciata, con novita’, intesa come espressione di concetti e linee di pensiero nuovi, diversi dai quelli precedenti che, se pur elemento interessante, non e’ requisito ne’ sufficente, ne’ necessario al miglior operare artistico.
      Riprendendo poi la tua frase “i suoi sostanziali fallimenti nel contaminare i luoghi diversi dai suoi ambiti di origine” dicevo a te ma sopratutto ai soggetti di cui sopra, che l’Arte Povera continua oggi e continuera’ per molto ancora ad esercitare la sua influenza sia diretta che indiretta, anche proprio nella logica dei “corsi e ricorsi” vichiani. Un ultima osservazione, questa proprio a te: se per “luoghi” si dovessero intendere i luoghi fisico-spaziali, non sarei affatto d’accordo ma credo che tu, invece, usi quel termine per intendere “campi” o “ambiti” dell’agire umano e qui la sua capacita’, efficacia e successo nel “contaminare” diventa, a mio parere, estremamente difficile a quantificarsi e comunque un giudizio in tal senso e’, io credo, sempre altamente opinabile.

      • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

        L’ARTE POVERA DI SPIRITO ?

        Dobbiamo domandarci se tutta questa “arte povera”, nata ricca dalle ceneri del “poverismo dadaista”…, a distanza di mezzo secolo, oltretutto non è riuscita a scalfire, minimamente le ricerche o meglio quelle “mode” artistiche contemporanee. Per esempio, a contaminare la cosiddetta “transavanguardia”, per i suoi detrattori è (retroguardia) che dominava i dorati anni ottanta, o altre tendenze del secolo appena finito. Inoltre, l’affermazione ”arte povera, piatto ricco” – credo sia un’espressione superflua che lascia il tempo che trova: se si discute solo in termini di rilancio e non di influenza che questo movimento ha esercitato nel provinciale sistema dell’arte italiano. E’ su quest’ultimo punto che bisogna fare una breve riflessione: l’arte povera è nata apparentemente nuova, in realtà ha lasciato tutto immutato, nella misura stessa in cui questo movimento rispolverava i materiali naturali o industriali. Già utilizzati all’inizio del secolo scorso dagli artisti dadaisti, come mezzi di insensatezze contro l’afasia culturale di un modello di società, ormai disumanizzato nei suoi valori fondamti.

        Penso che sia superfluo ricordare quanto lo spettro dadaista, ancora oggi continua a turbare i sonni dell’ “arte povera” e di tutta l’arte contemporanea. Peraltro, l'”arte povera”, allo stato attuale, (non senza qualche spunto interessante di pensiero o produzione di senso) si è trasformata in un linguaggio statico, senza ulteriori sviluppi.

        Si presenta incartapecorito di materiali inoffensivi e privi di energia propria. Tuttavia, restano importanti alcuni artisti come Pino Pascali ed altri ancora viventi che io stimo e che non sto qui ad elencare o liquidare con le consuete e noiose categorie della critica d’arte.

        D’altronde la critica è un diritto, oltre che un dovere, ed è sempre costruttiva nella misura in cui si esprime, liberamente il proprio punto di vista.

  • … ovviamernte … “Un’ultima osservazione..”, mi scuso

  • babajaga

    ma questo curatore indipendente, SAVINO MARSEGLIA (tra partentesi: cosa ha curato, indipendentemente?) è ITALIANO?? Come diamine scrive??! Da ricovero…: bocciato! L’italiano, la grammatica, la sintassi, sono improtanti: basilari se si è un intellettuale, un critico, un curator… Studiate anche la forma, poi provate a cimentarvi con la Storia e i contenuti, santoiddio!!!

    • tony russo

      babajaga: ma chi è? è uno scrittore very cool… la sua arte l’ha pubblicata prima sul suo quaderno, poi sul suo blog… infine sul suo facebook… praticamente si ristampa da solo…

  • Venerdì pomeriggio sono stato con la famiglia al MAMbo per l’open day Arte povera 1968.
    Sinceramente mi aspettavo qualcosina in più.
    http://www.pivari.com/arte/arte-povera-a-bologna-le-mie-impressioni-20520/

  • PS: scelta tattica fare l’inaugurazione di Arte povera 1968 al MAMbo in contemporanea a quella di Shozo Shimamoto a Reggio Emilia!
    Bonito Oliva vs Celant.

  • alberto esse

    Una domanda a proposito della mostra
    Arte Povera 1967-2011

    Posto che uno dei tratti maggiormente connotanti l’arte contemporanea è che essa è figlia ed espressione del proprio tempo e che in particolare questo assunto vale per l’Arte Povera legata indissolubilmente ad un periodo storico, tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, del tutto peculiare se non unico, è criticamente e storicamente corretto definire appartenenti all’Arte Povera, opere, ho detto opere quindi non parlo di autori o influenze, concepite e realizzate negli anni ’80, ’90 o addirittura fino al 2010, in un contesto storico, quindi culturale ed artistico, totalmente altro?
    Dato che lo stesso Celant, agli inizi degli anni ’70, ha decretato la fine del movimento e giustamente nel manifesto del 1967 poneva il problema dell’artista “costretto a produrre un unico oggetto che soddisfi fino all’assuefazione il mercato”, non crede che presentare come opere di Arte Povera lavori, pur degnissimi, ma prodotti con 30 o 40 anni di ritardo non sia come se presentassimo come opere dada o come opere surrealiste o impressioniste o futuriste lavori creati decenni dopo la fine di questi movimenti?

    alberto esse
    Piacenza
    [email protected]