Vista da fuori. La Biennale sulla stampa internazionale

Una prima rassegna stampa ve l’abbiamo fornita praticamente in diretta durante i giorni della vernice della 54. Biennale di Venezia. Ora, con un poco di calma in più, vi proponiamo una nutrita selezione, commentata da Alfredo Sigolo. Perché lo sguardo dall’esterno e dall’estero non è mica da sottovalutare.

Quotidiani

Sull’HuffPo, abbreviazione del celebre internet newspaper statunitense Huffington Post, il critico di Art in America e Parkett G. Roger Denson si schiera con Bice Curiger a favore del modello veneziano dei padiglioni nazionali, contro i molti che lo giudicano rappresentazione di un nazionalismo anacronistico e superato. L’idea di Denson è invece che la questione dell’identità nazionale sia oggi argomento quanto mai scottante e attuale, come dimostrano le recenti rivolte dei Paesi africani e mediorientali, ma anche lo spirito dominante in molti Stati emergenti.
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Anche Andrew McKie sul Wall Street Journal individua il tema dell’identità come centrale in questa Biennale e si sofferma sull’installazione dell’egiziano Basiony, morto durante la rivoluzione di gennaio, e su quella di Mike Nelson del Padiglione inglese. Poi però il corrispondente si lascia andare a toni più leggeri, dimostrando di essere più incuriosito dalle bizzarrie del pubblico che dalle opere, dal visitatore mimetizzato tra rami e piume a quello coperto di sacchi della spazzatura fino all’homeless griffato Gucci.
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Mike Nelson - I, Impostor - 2011 - British Pavilion - Venice Biennale 2011 - photo Cristiano Corte - thanks to British Council

Sempre sul WSJ, Mijuk Goran ricorda come Bice Curiger è ritenuta tra i personaggi di maggior potere del sistema internazionale, al 10° posto nella nota Power100, la classifica annuale stilata da ArtReview. La sua mostra ILLUMInations muove da un concetto antico e universale che ha soprattutto il pregio di riannodare i fili con la storia, addirittura partendo da Tintoretto. In questo sta la novità introdotta dalla Curiger, che con il suo progetto pone finalmente le basi per un nuovo dialogo con il passato, interrotto dell’euforia degli anni ’90.
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Lui alla Biennale non c’era mai stato. Forse anche per questo il Telegraph sceglie di dar spazio alla prima volta del critico Alastair Sooke, che paragona il circo dell’arte a Laputa, l’isola magnetica incontrata da Gulliver nei suoi viaggi, un mondo a parte abitato solo da intellettuali e vip, impegnati a chiedersi l’un l’altro cos’han visto, per poi concentrarsi alla caccia del party serale più esclusivo. Questa Biennale non è poi così diversa dalle altre, solo una tappa del disco volante che si posa di città in città per mettere in scena il suo spettacolo sempre uguale a se stesso.
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Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Lo sapevate che il carro armato di Allora e Calzadilla, capovolto e usato come tapis roulant per il Padiglione Usa, è in verità inglese? Lo confidano gli stessi artisti a Christopher Livesay sul National Public Radio di Washington, rivelando che quelli americani erano tutti impegnati. Quanto poi alla provocazione antimilitarista, niente paura, casca a pennello nella strategia dello smart power inaugurata da Barack Obama e Hillary Clinton per ammorbidire e rendere meno antipatica l’immagine internazionale dell’America, senza per questo rinunciare a esercitare la propria leadership.
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Un Jerry Saltz sottilmente amareggiato è quello che descrive l’imbarazzo di pubblico e curatori connazionali al cospetto dalla cacofonica installazione del Padiglione Usa. È l’Afghanistan tradotto a Venezia, il fitness club dell’inferno – sentenzia bruciante sul New York Magazine il noto critico – ma Allora e Calzadilla sono riusciti a dar forma all’opinione negativa che l’America dà di sé all’estero, forse anche a esorcizzarla.
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Allora&Calzadilla - Body in Flight - un momento della performance al Padiglione USA - Biennale di Venezia 2011

La diaspora di un popolo, dei suoi giovani artisti, e il bisogno di ricostruire un’identità sono raccontati dalla delegazione irachena alla corrispondente del Guardian Charlotte Higgins. L’Iraq torna alla Biennale dopo un quarto di secolo con un grande fardello sulle spalle, ma anche con la speranza di un futuro migliore, da conquistarsi tra mille difficoltà.
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Tra i blog ospitati dal New York Times vale la pena di segnalare il diario visivo di Christoph Niemann, noto grafico per lo stesso quotidiano statunitense nonché illustratore di successo di libri per bambini. Nella serie di schizzi, ecco le sue 72 ore da turista in laguna, tra assalti di piccioni, lunghe code e lunghi yacht, doppio cornetto a colazione e triplo Bellini in piazza San Marco.
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Yacht alla vernice della Biennale di Venezia

Sul suo blog Carol Vogel dà conto invece dei disagi provocati dall’improvviso sciopero dei vaporetti, scopre che a far concorrenza allo shopper feticcio che inneggia alla libertà dell’artista cinese Ai Wei Wei c’è quella dorata di Hany Armonious del Padiglione Australiano e ci fa sapere che Cattelan non ha provveduto di persona ad abbattere i 2 mila piccioni installati a Palazzo delle Esposizioni, ma va dicendo di essersi servito di un’impresa di forniture teatrali.
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Tra i contributi più ficcanti non poteva mancare quello di Roberta Smith, che sottolinea come a Venezia sia andata in scena una vera competizione tra star internazionali del campo dell’environment, l’installazione ambientale: da Mike Nelson della Gran Bretagna a Christoph Schlingensief per la Germania, da Christian Boltanski della Francia a Thomas Hirshhorn per la Svizzera la partita è avvincente, con un outsider, il Padiglione della Repubblica Ceca, dove un semisconosciuto trentenne, Dominik Lang, allestisce una sorta di macchina del tempo per riscattare l’opera scultorea del padre. Quella di Lang è riflessione profonda sul tempo ma anche sulla capacità delle opere d’arte di risvegliarsi dall’oscurità e dall’abbandono cui spesso sembrano condannate. Proprio questo confronto tra passato e presente alla Smith appare il vero punto nodale di questa Biennale, che ha nella sala di Tintoretto l’episodio più emozionante.
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Thomas Hirschhorn - Crystal of Resistance - Padiglione Svizzera - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

Di nuovo la Smith riserva un bell’affondo spietato per il Padiglione Italia, descritto come il punto più basso della Biennale, installazione ridicola e kitsch, una mostra che sarebbe uno scandalo nazionale, se l’Italia non ne avesse già abbastanza…
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Quanto politica è questa Biennale? Molto, secondo Gareth Harris e Jane Morris, che su Art Newspaper ricapitolano: di politica trattano esplicitamente i padiglioni di Polonia, Egitto, Israele, Danimarca e Stati Uniti, ma in modo indiretto lo fanno anche UK, Grecia, Svizzera, Belgio, Svezia e Spagna, basta leggere i testi dei curatori come la greca Maria Marangou o il belga Luc Tuymans. La libertà di stampa, le lotte per i confini, quelle per l’identità, per le molte personalità politiche e capi di stato attesi in visita a Venezia, gli spunti di riflessione non mancano. Auspicando che non si facciano distrarre troppo dal contorno glamour della Biennale, tra feste, ricevimenti e star dello spettacolo.
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Anish Kapoor - Ascension - 2003/2011

89 padiglioni nazionali, 37 mostre collaterali, decine di eventi paralleli, il tutto in una cornice di lusso e di sfarzo sfrenato: la Biennale di Venezia sembra immune alla crisi che attanaglia la cultura in molte parti del mondo. Così Roderick Conway Morris sulle colonne del New York Times, che poi scende nel dettaglio giudicando perversa l’iniziativa di privare San Giorgio Maggiore della sua naturale installazione site specific, l’Ultima Cena di Tintoretto, per allestirvi quella di Anish Kapoor, che violenta l’architettura palladiana con i suoi tubi e strutture d’acciaio. Morris segnala le statue-candele di Urs Fischer tra le opere più efficaci, mentre boccia senza attenuanti il progetto di Mike Nelson, che ha richiesto la rimozione del tetto del padiglione ed è costato la cifra spropositata di 300mila sterline.
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Gayford Martin per Bloomberg afferma che questa non è la migliore né la peggiore delle Biennali di Venezia, ma probabilmente la più grande di sempre. Ci sono nuove nazioni rappresentate (Andorra, India, Iraq, Arabia Saudita) ma, anziché affermarsi le diversità, sembra rinsaldarsi una vaga genericità e omogeneità. Il fatto è che l’arte contemporanea è un linguaggio che nel volgere di pochi anni si è trasferito da un piano esclusivamente occidentale a una dimensione pan-globale, a uso e consumo del sistema di mercato che lo alimenta.
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Vittorio Sgarbi

Il medium e il messaggio vanno di pari passo in questa 54. edizione secondo Laura Cumming del Guardian. Dominante è l’attualità politica, ma più che il grande carro-scarafaggio rovesciato degli Usa è esemplare il progetto di Luc Tuymans per il Padiglione belga: Angel Vergara con la sua pittura tenta di fermare e dare un senso al flusso incessante di notizie. Il suo fallimento genera un inedito espressionismo astratto che si oppone alla pervasività del mezzo televisivo.
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Il Padiglione italiano ideato dall’ex ministro della cultura (sic!) e performer TV Vittorio Sgarbi è un fiasco, un ammasso indistinto di cose meno che mediocri, talmente orribile che può essere inteso solo come una provocazione. La stroncatura dell’inviato del Boston Globe Sebastian Smee è feroce.
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Yael Bartana - ...and Europe will be stunned - Padiglione Polonia - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

Sul LA Times si riprende la critica al modello veneziano dei padiglioni nazionali, inadatti a rappresentare la realtà contemporanea transnazionale. Così accade che l’israeliana Yael Bartana possa essere invitata a rappresentare la Polonia o che due dei quattro artisti ospitati dall’India non vivano lì o ancora che vi siano padiglioni collettivi come quello dell’Asia Centrale o quello dell’America Latina. Il progetto Borderless Bastards dello svedese Fia Backström per il Nordic Pavilion punta chiaramente al superamento dei recinti nazionali, invadendo gli spazi esterni di transito con le sue sculture.
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Celebrità e super-ricchi, sono questi i volti protagonisti della Biennale 2001 secondo Ben Hoyle dell’Australian, che raccoglie alcune osservazioni autorevoli, come quelle del curatore Mark Coetzee, il quale rileva come sempre più il mercato abbia estromesso le istituzioni, a esclusivo vantaggio dei magnati, o del direttore dell’Institute of Contemporary Art di Londra Gregor Muir, che lamenta una perdita di purezza della manifestazione lagunare, divenuta un’enorme fiera, una piattaforma di marketing.
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L'Italia in croce di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011

A Venezia trionfa la Pop Culture. A sostenerlo è Peter Goddard sul Toronto Star, che cita tra gli esempi i Padiglioni francese, statunitense, canadese, ma solo per mettere a fuoco il vero bersaglio, la mostra ILLUMInations e la sua curatrice, Bice Curiger, che scrive di prendere come suo punto di partenza privilegiato la cultura popolare. Secondo Goddard, l’arte contemporanea è vittima di questa strana forma di nostalgia che affonda le sue radici negli anni ’60 e che costituisce un fardello che impedisce l’avvento di nuove avanguardie e che perpetua uno storicismo semplicistico e un conservatorismo convenzionale privi di reale urgenza critica.
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Le Monde, il maggiore quotidiano transalpino, affida a Philippe Dagen il compito di sollevare alcuni punti critici senza affondare troppo il colpo. Può dirsi un tempo di ILLUMInazioni quello dominato da crisi, guerre e paure? Alla Biennale si fronteggiano due approcci antitetici, quello degli artisti che si ispirano alla storia dell’arte recente, e non riescono a liberarsene, e quello di coloro che non hanno occhi se non per il tempo presente.
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Di nuovo dalle colonne de Le Monde arriva la stilettata al Padiglione Italiano di Sgarbi. A metterla a segno è Harry Bellet, che descrive gli autori esposti come una massa di dilettanti di strada ai quali incomprensibilmente si è riusciti ad associare qualche artista vero come Adami o Pizzi Cannella. L’Italia crocifissa di Gaetano Pesce è il simbolo perfetto del padiglione nel quale Sgarbi ha sepolto i suoi artisti.
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Alfredo Sigolo

  • Pantzela

    Il progetto originario della Biennale non era soltanto Illuminazioni e il Padiglione Italia Sgarbi.
    Mi chiedo che fine abbiano fatto le altre proposte originali dei giovani studenti delle accademie, le esposizioni decentrate e gli artisti designati dagli intellettuali.
    Perchè non se ne parla?
    Approfondire su questi apetti forse ci consentirebbe di (oltre il padiglione Italia) sapere qualcosa di più sull’arte italiana presente e futura e una qualificata visione della cultura italiana da parte dei nostri intelletuali.

  • cristiana

    Ne aggiungo un paio della stampa tedesca …. tradotti al volo:

    in un articolo uscito Süddeutsche Zeitung, Kia Vahland si chiede :come si uccide l’Arte? Dopo aver citato l’esempio della censura cinese, rivolgendosi al padiglione italiano, scrive: “l’Italia nel suo padiglione invece che puntare sulla censura punta sulla sovrapproduzione. Ma non di arte, bensì di spaventapasseri coi quali nessuna trattoria così scadente farebbe del male ai propri clienti. (…) Alcuni dei centocinquanta Artisti per hobby scelti da note personalità – spesso parenti o amici – hanno già visto ma non capito René Magritte o Andrea Mantegna. Altri si misurano con gli artisti di strada di piazza san marco.
    “L’Arte non e’ cosa nostra” è il titolo che Vittorio Sgarbi ha dato alla mostra. (…) Il motto si potrebbe tradurre anche “L’ Arte non è nostra cosa”, (n.d.t. Non è la nostra materia) che centra la questione con più precisione. (…)

    la rivista tedesca Monopol pubblica un articolo di Elke Buhr sul padiglione italiano dal titolo “L’Arte è dominata da una mafia”.
    “Il padiglione italiano è una summa di orrori. Più di cinquecento opere di duecento artisti – molti dei quali evidentemente espongono di solito al bar – si ammassano come in un supermercato dell’Arte. (…)”…….

    • Carlo

      Beh è quello che ha detto Bonito Oliva. Si spara sulla crocerossa.

    • alf

      Grazie del contributo, molto gradito

  • E’ evidente che il “mondo dell’arte” (leggi il ben collaudato “sistema” di potentati e vassalli) vede con terrore un’idea che, se prendesse piede, sarebbe l’unica vera possibilitá di scalzarlo, meglio di ignorarlo bypassandolo. Molto “furbescamente” invece di “criticare l’idea in se” (sarebbe troppo scoperto) o la frettolositá e quindi inadeguatezza della preparazione (sarebbe troppo pericoloso, perché, implicitamente avallerebbe l’idea) punta a denigrare la qualitá dei lavori esposti, dimenticando (volutamente) che c’erano anche lavori di artisti internazionalmente noti (ed altre volte dalle stesse “colonne” lodati) e la butta su “gli artisti della domenica”, vedi caso, cavallo di battaglia e leitmotiv del buon Giancarlo Politi, da tempo immemore. La paura fa novanta! Se quest’idea prendesse piede, tutti quei signori vedrebbero pressoché azzerata la quota di “potere” faticosamente accaparrata e dovrebbero i iniziare da capo a fare il loro mestiere: andare in giro, vedere artisti e loro opere, battere molte strade, faticare, anziché comodamente “promuovere” gli amici degli amici e chi paga il prezzo migliore.

  • cristiana

    il punto è un altro: al di là delle giuste considerazioni che ho appena letto sopra, bisogna essere consapevoli del fatto che una mostra arrangiata e caotica penalizza, anzi addirittura umilia le opere degli artisti, bravi e meno bravi. per me è interessante leggere cosa scrivono di noi – anche i giudizi emessi con superficialità, pressapochismo o furbizia – e non solo quello che noi scriviamo su noi stessi. Siamo comunque stati noi ad aver offerto loro la possibilità di infierire. Non deve succedere.

    • Cristiana Curti

      Concordo in pieno.

  • cristiana

    post scriptum
    Nel caso dei tedeschi: nella stampa tedesca non sono mancate le critiche al padiglione tedesco stesso ed al premio che ha ricevuto.

    • a. p.

      perché? cosa dicono i tedeschi sul padiglione tedesco e sul relativo premio? mi interessa…

      • cristiana

        ecco…tradotto un po’ di fretta:

        Kia Valhand ha scritto – sempre süddeutsche Zeitung –

        “Come un luogo di preghiera in un bunker nobile della seconda guerra mondiale: il contributo tedesco alla biennale di Venezia fa involontariamente la caricatura dell’opera di Christoph Schlingensied. Non gli hanno lasciato nemmeno la follia” Ed è solo una parte di un lungo articolo che critica l’allestimento del padiglione. Più avanti scrive “Le scale marmorizzate dell’altare installato si inseriscono così perfettamente nella vera pompa di marmo del padiglione, che il tutto già entrando ha l’effetto opprimente di un luogo di preghiera in un bunker della seconda guerra mondiale. A ciò si aggiungono note del Parsifal e, nell’angolo, due bare di bambini.” e poi “Naturalmente si può utilizzare il padiglione anche così: come commento ad una funesta, sempre ed ancora appiccicosa tradizione del Pathos tedesco” (…)

        Per quanto riguarda il premio è stata pubblicata da Art e da Monopol la dichiarazione di Peter Weibel (http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=Weibel_Peter): “E’ una chiara trasgressione della regola che dice che vanno premiati solo artisti viventi.” (…) “La prossima volta un paese porta Picasso e vince (…)” La dichiarazione di Weibel si spinge oltre, fino ad una criticabilissima critica generale al mondo dell’Arte Contemporanea. Anche in relazione a biennale di Mosca che sta preparando. Ha detto: “è diventato estremamente difficile trovare buoni artisti.”….. ma questa è un’altra storia.

        • a. p.

          Grazie Cristiana! Comunque mi sembra un giudizio troppo severo quello della stampa tedesca, e francamente trovo pretestuosi gli argomenti di Weibel. A quanto so, l’artista era stato scelto prima della sua scomparsa, e dopo la sua morte la curatrice ha deciso di mettere progetti vecchi e non quello nuovo, incompiuto.

        • alf

          interessanti anche queste due aggiunte, grazie

  • In effetti “estrapolare” i giudizi dal contesto dei vari articoli (senza almeno darne il tono generale) e’ sempre un’operazione dubbia e pericolosa. Anche se con un po’ di esagerazione credo pero’ che SerenoVariabile non sia poi tanto distante dal vero.

  • cristiana

    Ho estrapolato alcune parti per non mettermi a tradurre tutto. è un lavoro! In ogni caso l’articolo intero è critico nei confronti dell’allestimento non, ovviamente, dell’artista. Può essere un’operazione dubbia ma non avevo certamente il tempo di tradurre tutto. il tono generale è critico e ironico.

    Una prossima volta mi asterrò.

    Se volete leggerlo: http://www.sueddeutsche.de/kultur/schlingensief-und-die-biennale-gut-gemeintes-pathos-1.1104059

    POST Sriptum: mi sono limitata a tradurre quello che ho letto senza fare alcun commento. severo o non severo, non ho commentato. (tranne vedere criticamente l’atteggiamento di Weibel “è difficile trovare buoni artisti”)

    Oltre ad essere giornalista tesserata in Germania sono traduttrice. Un minimo di credibilità anche se la traduzione è gratuita ce l’ho!

    Cordiali saluti

    • Cara Cristiana, non ho alcun dubbio sulla tua competenza di traduttrice né sula tua bravura di giornalista, intendevo solo dire che una frase critica (nei confronti del Padiglione Italia) fuor dal tono generale dell’articolo poteva ingenerare il dubbio che questa fosse l’unica “nota negativa” magari in un contesto di lodi ed apprezzamento generale per la Biennale, il tuo post successivo e la tua precisazione in questo “rimettono le cose nella giusta prospettiva”. Non credo ci possano essere dubbi sulla inadeguatezza della preparazione e dell’allestimento del Padiglione Italia, purtroppo, mentre termini come “spaventapasseri” e “dilettanti” sono, sinceramente, gratuitamente denigratorii, ed era per questo che concludevo dicendo che mi nasceva il sospetto che quanto detto da SerenoVariabile, nel suo pos,t fosse non troppo lontano dal vero.
      Con stima,

    • a. p.

      Cristiana, spero che lei non mi abbia fraintesa, la qual cosa mi dispiacerebbe. Le sono molto grata per la gentilezza e il tempismo col quale ha fornito la traduzione, che mi è stata molto utile e che, a onor del vero, sebbene ‘antologica’ è in ogni caso emblematica. Quel che ho scritto erano, appunto, le mie perplessità personali (ovviamente opinabili) sui giudizi di Weibel, da lei tradotti in modo palesemente oggettivo.
      Mi auguro che la questione si sia chiarita e le auguro buona serata

      • cristiana

        tutto chiaro! ci mancherebbe!

        • cristiana

          non si preoccupi! Era errato il mio tono!

  • Per l’Artista Antonio Pesce, nella sua Italia in Croce: dove colloca la Sardegna!
    Visto che non la rappresenta affatto. Distrazione o ignoranza.

    • r. v.

      la Sardegna c’è, spiaccicata per terra ma c’è

    • Valentina Trisolino

      ma non è gaetano pesce????

  • do

    Via una certezza c’è stata unanime il Padiglione italiano era critico ora è criticabilissimo !