Come scegliere il nuovo curatore del Padiglione Italia?

Eh, bella domanda. Noi un’ideuzza ce l’abbiamo e, col vostro permesso, la buttiamo lì. Un’idea che punta tutto sulla rete italiana dei musei d’arte contemporanea. Il direttore, secondo Artribune, andrebbe ogni due anni pescato da lì. Una sola raccomandazione: fateci sapere cosa ne pensate.

Vittorio Sgarbi

Lo ha detto anche Roberta Smith sul New York Time: questo è il punto più basso raggiunto dall’Italia alla Biennale di Venezia. Concludendo: uno scandalo nazionale, se non ce ne fossero già troppi altri a cui pensare. Bingo. E vai con l’ennesima figura ignobile per il nostro Paese. Da aggiungere alla collezione.
Insomma, questa volta è andata così, ma tutto dovrebbe fare il nostro sistema dell’arte (esiste?) fuorché darsi per vinto. Abdicare al tentativo di riscattarsi. E rassegnarsi dopo una serie di uscite assolutamente inadeguate al contesto (quanti due anni fa dissero “peggio di così il Padiglione Italia non poteva finire”, e invece…) a non avere una rappresentanza nazionale in Biennale degna e seria.
Occorrono meccanismi. Occorre fissare le regole del gioco, l’architettura, la griglia. Che ora non c’è. Occorre evitare, per quanto possibile, che la politica metta il becco nelle nomine e nei nomi (almeno fin quando la politica sarà fatta da gente incompetente) e per questo occorre instaurare una prassi e fare in modo che venga seguita. Una prassi che salvaguardi il meccanismo della nomina del curatore del Padiglione Italia e che eviti – o almeno ne riduca sensibilmente la probabilità – scivoloni e derive patetiche, ridicole o, come quest’anno, atrocemente grottesche.

Il logo dell'Amaci

Una proposta potrebbe essere questa: puntare sulla rete dei musei. Che l’Italia abbia una rete di musei è una novità. Dieci anni fa questa cosa non c’era, oggi c’è. Questa rete va valorizzata, funzionalizzata, caricata di ruoli. Peraltro, questa rete esiste anche a livello associativo, è codificata e si chiama Amaci. L’Amaci potrebbe chiamata a innescare una convenzione (chiamiamola così) con il Ministero della Cultura: ogni due anni il curatore del Padiglione Italia sarà scelto dal Ministero – sentita l’Amaci – nell’ambito di una rosa composta dai direttori di museo italiani.
Si darebbe visibilità globale a realtà di qualità, ma magari locali e non conosciute all’estero. Si avrebbe un minimo di garanzia di qualità e comunque la nomina sarebbe frutto di un filtro automatico a monte.
Ovviamente la proposta potrebbe essere perfezionata. Potrebbe ad esempio comprendere anche i direttori di musei non appartenenti all’Amaci: pensiamo soprattutto a musei stranieri diretti da direttori italiani. Potrebbe comprendere anche, viceversa, curatori stranieri che si ritrovano direttori di musei nel nostro Paese. Potrebbe ricomprendere, infine, personalità che abbiano avuto di recente (con termini da definire) esperienze di direzione museale pur non avendole attualmente.

Luca Beatrice

La proposta eliminerebbe alla base la possibilità, dal parte del ministro citrullo di turno, di sbracare eccessivamente. Fisserebbe dei paletti definiti e inattaccabili. E magari spingerebbe le amministrazioni che gestiscono i musei stessi (soprattutto i comuni) a responsabilizzarsi ulteriormente all’atto delle loro, di nomine.

M. T.

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web “Exibart”. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss e l’Università La Sapienza di Roma. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Gambero Rosso, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. E' stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente è direttore di Artribune.
  • m.t.

    Presentare una rosa di nomi da cui il ministro di turno “debba” e non “possa” scegliere è un’idea interessante… In quanto a chi sia demandato al ruolo di selezionare i nomi, credo debba essere arricchita da chi ha uno stretto contatto con con il mondo dell’arte contemporanea: giornalisti del settore, curatori indipendenti, i critici d’arte (a proposito esistono ancora?), gli artisti stessi mai rappresentati. La commissione giudicatrice della Biennale Cinema di Venezia non comprende i produttori ma registi e attori … forse si potrebbe prendere ad esempio anche per l’Arte. Ogni settore potrebbe esprimere un nome così da avere una commissione …. potrebbe essere anche questa un’ideuzza???

  • feu

    caro Tonelli,
    certamente lodevole la sua indicazione, mi lasci tuttavia dissentire nella sostanza. Purtroppo – anche se neppure voi l’avete detto – vi sono ampie resposabilità da parte del sistema museale in relazione al pessimo padiglione italiano 2011. In che senso? Certo, come possiamo dimenticare che noi siamo il paese dove oltre la metà delle mostre nei musei (soprattutto quelli amaci) sono dedicate ad artisti stranieri? La Francia (per esempio) – con un livello museale dar far sembrare l’ associazione di cui si sta parlando un gruppo di lillipuzziani – non accetterebbe mai un indirizzo simile delle sostanze statali! Amaci risponde sempre con il vecchio adagio riguardo lo scarso livello qualitativo degli artisti italiani. Io tuttavia non condivido, perchè Illuminations e molte altre rassegne o gallerie straniere ce lo insegnano, esistono buoni artisti italiani, tanto quanto vi sono in altri paesi. Ciò che delude è, se caso, l’infimo livello dei nostri operatori, curatori e direttori di museo in testa, i quali non si prendono mai il “rischio” (quale poi?) d’invitare un buon artista italiano, giovane o meno, a fare una bella mostra nei musei ai quali sono a capo, nonostante si reggano, seppur traballanti, con soldi pubblici.
    Non possiamo lamentarci della mediocrità di Sgarbi se poi il sistema “buono” non fornisce occasioni ai nostri artisti nazionali. Il padiglione italiano è una reazione scomposta di un clima creato proprio da quei curatori e direttori senza fibra ne idee di cui Amaci è contenitore privilegiato. Dimostrino prima di esser all’altezza del loro incarico, successivamente potranno anche contare qualcosa, per ora l’unico dato certo – cito Giacinto Di Pietrantonio – è che il Ministro non li ha mai ricevuti, forse qualche domanda nei loro confronti, anche noi, dobbiamo porcela.
    Nessuna fiducia per Amaci, meglio l’attuale lotteria sortita dalla pancia del politico di turno, in senso statistico potrebbe uscire anche un buon curatore.
    Lanciando una contro proposta, visto che il presidente Baratta ha dimostrato di esser l’unico dirigente nazionale all’altezza del sistema globale, cambiamo la legge e facciamo nominare direttamente a lui, ed a lui solo, il curatore del nostro padiglione.

    • Redazione

      Io ritengo che questo tipo di impostazione potrebbe peraltro indurre i direttori dei musei italiani a fare maggiormente attenzione agli artisti italiani. No?
      M. T.

  • oronzo savastano

    certo che siete proprio cinici, nell’articolo che parla dei disastri italiani a venezia fate fare capolino alle facce di sgarbi e beatrice…
    ma non avevamo detto che non si parlava di corde a casa dell’impiccato?

  • L’amaci da quando è nata non è ancora riuscita a farsi riceve da un Ministro della Cultura. Che in due anni possa succedere e che l’amaci possa proporre il direttore del padiglione italia mi sembra una cosa difficile.

    E poi affidare il padiglione ad un direttore di Museo???? Il Museo come mezzo purtroppo arranca, si tende all’effetto luna park o walt disney. Ci vorrebbe invece una figura che conosce l’arte contemporanea ma che è lontana dal sistema italiano. Quindi uno straniero cari Miei.

    • feu

      beh, certo, uno come te figuriamoci se poteva proporre qualcosa di concreto. al massimo potevi concludere dicendo “uno straniero”. Mi sorprendo solo che non tu non abbia proposto te stesso, come fai di solito sul tuo blog. pagliaccio.

    • Francesca Sassu

      Sono d’accordo con Luca: uno straniero sarebbe più imparziale e meno legato ad una corte di artisti specifica. Per quanto riguarda l’esclusivo riferimento ad AMACI mi sembra eccessivo dare una visione dell’arte italiana basata solo sull’istituzione museale, che molto spesso – soprattutto in Italia- è indietro sui tempi e propone mostre anacronistiche perchè non rischia. Rimane indietro rispetto a curatori freelance, galleristi e spazi no profit. Certo è difficile trovare una regola per scegliere questo curatore…

      • arrogante

        VERGOGNATEVI…!!!!, esterofili compulsivi. Già siamo una colonia di merda e voi che fate auspicate un curatore straniero al Padiglione Italia..???..VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA!!!!!!!

  • Hai ragione, o io o una straniero :)
    E un pagliaccio potrebbe fare sicuramente meglio di molte cose che avvengono in italia e non solo. Innanzitutto prendersi meno sul serio. Caro Feu.

    • Luca Orso

      Voto Luca Rossi pagliaccio alla Biennale

      • arrogante

        IO vi voto tutti e 3 a curare i CESSI della Biennale…!!!

  • ludovico pratesi

    Caro Massimiliano,
    l’idea mi sembra ottima, e assolutamente in linea con quanto viene fatto da anni in paesi dove la cultura istituzionale dell’arte contemporanea è una realtà con cui tutti fanno giustamente i conti. Mi stupisco invece delle inesattezze che compaiono sui commenti a questo articolo, e cito per conoscenza : il Centro Arti Visive Pescheria, museo che mi onoro di dirigere dal 2001, ha proposto mostre personali di: Francesco Gennari, Gianni Caravaggio, Stefano Arienti, Flavio Favelli,Cristiano Pinaldi,Luigi Carboni, Paolo Icaro, Alfredo Pirri,Pietro Ruffo, Giovanni Ozzola, che non sono nè turchi ne inglesi nè americani, ma italiani! Alla Gamec di Bergamo, museo diretto da Di Pietrantonio, sono passate mostre di Boetti, Roccasalva,Cucchi, Paladino, Beecroft ecc ecc. Andrea Bruciati, direttore di Monfalcone, propone quasi esclusivamente mostre collettive tematiche di artisti giovani italiani, e così il MAXXI con Paolo Colombo (Marisaldi,Arienti, Manzelli,la collettiva Apocalittici e Integrati). Così il MACRO, con Eccher abbiamo visto mostre di Accardi, Nunzio, Dessì, Tesi, Pivi, e ora con Barbero Roomates sui giovani romani, Eighties are Back sugli italiani degli anni Ottanta. Per favore, prima di parlare di cosa fannoo non fanno i musei italiani informatevi . Una delle ragioni per cui il Padiglione è di Sgarbi è la superficialità di tutti noi.

    Ludovico Pratesi
    Consigliere AMACI

    • Redazione

      Caro Ludovico, come vedi (anche se va molto più di moda lamentarsi o chiacchierare sul nulla) le idee ci sono e c’è quacuno che le mette sul tavolo. Poi però vanno colte e in questo caso sta a voi, dell’Amaci, proporvi presso il Ministero per un vero e proprio accordo di programma, per un protocollo di intesa che ci prmetta, alla Biennale 2013, non dico di riscattarci, ma almeno di non coprirci ulteriormente di ridicolo.
      C’è “ciccia” a sufficienza, per di più dopo quel che è successo in questi giorni sulla stampa internazionale che ha umiliato il nostro paese per colpa non tanto di Sgarbi, ma di chi l’ha nominato, per chiedere un appuntamento con Galan… Datevi da fare e fateci sapere.

      • ludovico pratesi

        Caro Massimiliano,
        ci daremo certo da fare e faremo in modo che questa idea arrivi sul tavolo del ministro, onde evitare future figure pessime.

    • arrogante

      Senti chi Parla: Il “Maestro” dei curatori inesistenti!!!!!

  • iome

    feu = luca rossi

    infinite sadness

    • hm

      mellon collie colluchetto rossi and the infinite sadness

  • Caro Ludovico,

    Tutti siamo d’accordo sulla giustezza dei vostri programmi. Ma perché il Ministro non vi vuole ricevere? Non pensi ci sia un vuoto tra voi e il sistema politico? Vuoto in cui si e’ insinuato Sgarbi oggi e Luca Beatrice ieri. Sara’ mica che tendete a sviluppare un sistema chiuso ed autoreferenziale?

    Grazie
    Luca Rossi

    • ludovico pratesi

      caro Luca,
      il neo ministro Galan probabilmente ci riceverà, e faremo sentire le nostre istanze, che sono serie e motivate. Personalmente ritengo che il fenomeno Sgarbi appartenga ad un passato molto recente, ma che probabilmente non si ripeterà. Ognuno di noi deve avere un rapporto più diretto e critico con il potere politico, che va aiutato, e a volte costretto, a fare sempre meglio, e non assecondato in scelte errate.

      Ludovico

  • Marco

    L’Amaci hahhahhaaa … L’ASSOCIAZIONE MEDIOCRI AMATORI ARTE CONTEMPORANEA ITALIANI…. Ma cosa combinano, oltre a frignare che non ci sono risorse (eufemismo per soldi) con i quali diventa facile il quotidiano lavoro… Bleah… Poi una bella responsabilita’ di nessuno, le solite scuse bla bla bla…

  • Caro Ludovico,

    io invece vi faccio “in bocca al lupo” e ti ringrazio per la tua apertura al confronto in questa sede dei commenti. E’ ovvio che un curatore scelto dall’Amaci (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiani) sia la cosa più auspicabile per il futuro padiglione Italia. Non vorrei che però saltasse fuori lo Sgarbi del fronte opposto: e quindi una visione solo su amici di amici e chiusura al confronto rispetto al linguaggio. Per intenderci non vorrei la Controbiennale di Milovan Farronato del 2009: mostra messa insieme via mail con qualche amico raccolto tra le viuzze milanesi. Ecco. Vorrei un padiglione con un’ idea curatoriale che non diventi autoriale ma che ottimizzi gli artisti. Ammesso che la parola artista non coincida già con quella di curatore nel 2013.

    Luca Rossi

  • hm

    sì ma tanto luca morsi alla fine se fai l’artista devi pensare all’arte, cosa te ne sbatte dei curatori? cioè sì sono importanti ma tu mi sembri un po’ ossessionato ultimamente, come ti dice sempre di piedrandonio se ci credi tira dritto e basta . alla fine conta l’arte e tu esalti tutto quello che funziona all’estero acriticamente . secondo me in fondo ti piace anche laura pausini dai ammettilo .

  • tu hm sogni.

    Io esalto l’estero ?????

    Vado scrivendo dal 2009,anche su Flash Art, che in italia si acuiscono alcune dinamiche che investono da qualche anno la scena internazionale. Di fare l’artista non mi importa nulla….molto meglio fare lo spettatore visto che in italia (questo più che all’estero) non ci sono spettatori ma solo curiosi, addetti ai lavori e collezionisti danarosi pronti a farsi prendere in giro nell’arredare casa………

    quindi sempre spettatore, altro che artista!

    • hm

      sì ma scattelan per esempio non lo tocchi perchè funziona, o altre motivazioni simili . stessa cosa per quanto riguarda peecroft e vezzosi . il tuo alfabeto morsi non mi convince . se non ti importa nulla di fare l’artista allora non vedo perchè continui a proporre mostre immaginarie sul tuo blog e inviare mail agli uffici stampa delle gallerie (scrivendo che se siamo interessati dobbiamo telefonargli per informarci), per quanto mi riguarda è mail art vintage chiusa e autoreferenziale .

      • Telefonargli? Se tu vai di immaginazione….io non so cosa dire…io ti chiamo “di fame”:)

        Cattelan è un valore consolidato negli anni 90, oggi sviluppa coerentemente una certo percorso…anche con una riflessione di ruolo che pochi fanno

        Vezzoli è un pop vintage, molto ruffiano ma che ha grandissimi limiti (warhol docet)

        Beecroft si è arenata su un ‘unica idea e negli ultimi 5 anni perde colpi….anche lei sviluppa una valore consolidato ma in modo più passivo e limitato….in qualche modo si è seduta, anche se lei vorrebbe essere identificata con la novità che ha portato negli anni 90.

        Tutti e 3 lavorano su corde pop-glamour di massa….e non so questo quanto, nel 2011, abbia senso nell’arte contemporanea.

        • hm

          guarda caro luca morsi che lo avevi scritto tu che per renderci conto delle tue mostre avremmo dovuto telefonare agli uffici stampa delle gallerie, se non ti ricordi le tue mosse e quello che scrivi non so cosa dirti, applicati di più . d’altra parte tutti i post del tuo blog dopo un po’ si autoeliminano o si fagocitano da soli, quindi non posso nemmeno portarti la prova .

  • L’idea di avere l’Amaci in funzione di “suggeritore” del Ministero per la nomina è buona se non altro perché “spoliticizzerebbe” e darebbe una maggior base tecnica al meccanismo di scelta, e fin qui tutto bene.
    Ma fatto questo passo avanti (sempre positivo, se si riesce a fare), i problemi sono tutt’altro che esauriti. Il Padiglione Italia 2011, da tutti vituperato (e certamente vituperabile per superficialità e approssimativitá di realizzazione) presenta peró alcune novitá sulle quali non è inutile riflettere.
    La prima è la concezione stessa di “Padiglione Nazionale” e precisamente : deve essere uno “show” limitato all’eccellenza (uno o pochissimi artisti quasi-storicizzati o storicizzati) o deve rappresentare un panorama articolato e vasto dello “stato dell’arte” (e quindi molti artisti giovani, non giovani, noti o poco noti, ma possibilmente interessanti per novitá e profonditá di ricerca). ?
    La seconda è quella radicale e rivoluzionaria di tagliar fuori un “sistema” chiuso, autoreferenziale, tecnicamente “mafioso” e praticamente limitato “territoralmente” a tre/quattro grandi città, con rigorosa esclusione di tutte le realtá regionali e provinciali Che tale idea sia stata realizzata male nulla toglie alla sua potenziale bontà ed al suo portato profondamente rivoluzionario.
    Sistematizzare e dare una base “tenica” alla scelta del Direttore sará sicuramente un passetto in avanti ma solo da un punto dii vista “istituzionale”, sotto il profilo del superamento di un sistema “chiuso” e “clientelare, temo che sará totalmente inefficace: senza offesa per nessuno (e fatte le debite, per altro rarissime, eccezioni) dato il nome di un Direttore di Museo Nazionale designato quale Direttore del Padiglione Italia ci sono probabilità superiori al 70% di essere automaticamente in grado di “prevedere” i nomi degli artisti invitati ed il 100% di probabilità che, comunque, questi provengano dall’ “imprescindibile” scuderia dei “soliti noti”.
    Certo, se ci si preoccupa solo “di far bella figura” agli occhi di “addetti ai lavori” stranieri (tutti profondamente “radicati” nel “sistema” ) la via è semplice, la strada si fa, invece, estremamente difficile ed erta se si volesse dare al Padiglione Italia la caratteristica di “meta” cui tendere, difficile ma non impossibile, per tutti gli artisti Italiani, giovani, vecchi, noti, ignoti e, su questa via, il metodo di scelta del Direttore di turno, purtroppo, non da alcun aiuto o vantaggio

  • hm

    poi per quanto riguarda l’estero come dimenticare la tua critica per gente tipo vascellari che hai accusato infinite volte di non essere considerato all’estero, e il migliore sistema italia che non riesce ad imporsi all’estero già da 20 anni a parte i soliti 3 noti blablabla cioè se vuoi fare il critico dovresti concentrarti di più sul lavoro secondo me, quando scrivi che vascellari fa cagare perchè è un’attention whore vintage per vecchi va bene (anzi questa è una mia definizione ma più o meno sei d’accordo anche tu) ma tutto il resto che ci ricami sopra no .

  • Sgarbi per sempre

    Quello che dite mi convince sempre di più che Sgarbi sia la persona giusta e spero faccia le prossime 10 biennali!
    Poveri malati di esterofilia e banale snobbismo.

  • Peppino de Filippo

    Parlare dell’eventuale nuovo curatore del padiglione italia, in questo momento, mi sembra quanto meno fuoriluogo, così come parlare di grande insuccesso del padiglione italia, ricordando, a chi non lo sapesse, o a chi fa finta di nulla che il padiglione italia è diffuso anche nelle varie regioni che attraverso mille difficoltà stanno mettendo in piedi mostre di tutto rispetto.

    Come spero qualcuno di voi sappia (qui su artribune neppure una parola) hanno preso il via i padiglioni regionali con la prima apertura al Masedu di Sassari il 10 giugno.
    Grande successo di pubblico, ottima location ed organizzazione oltre che una ottima selezione di artisti e opere che nulla avrebbe avuto da invidiare ad un qualsiasi padiglione nazionale ai giardini, fatta eccezione per due o tre.
    se non siete potuti andare di persona al vernissage, guardatevi le foto e/o i filmati il web ne è pieno… DOCUMENTATEVI

    Pertanto, obiettivamente aspetterei e verificherei con attenzione ciò che sta accadendo e cosa accadrà nei vari padiglioni regionali che stanno prendendo il via, poi ognuno di noi (di voi) trarrà le prorpie conclusioni.

    Il PADIGLIONE ITALIA NON E’ SOLO L’ARSENALE

    Una domanda ai grandi esperti:
    Parliamo tanto di Sgarbi e del suo “ridicolo” progetto ma siamo assolutamente certi del fatto che Bice Curiger abbia fatto uno splendido lavoro ai Giardini con i padiglioni nazionali?

    • Cristiana Curti

      Caro Peppino, hai tutte le ragioni nel difendere il progetto “locale” del Padiglione Italia, ma non era la Biennale il contesto giusto per questo progetto, che poteva essere ottimamente (e meglio) effettuato nell’ambito di una mostra nazionale all’interno dei festeggiamenti per il 150o dall’Unità d’Italia.
      Chi contesta il Padiglione sgarbiano contesta l’uso che Sgarbi (non) ha fatto dell’occasione della Biennale di Venezia.
      Ciò che è di Bice è di Bice, ma noi avevamo il diritto di avere una nostra rappresentanza forte in una ribalta mondiale. Quando avremo finito di giustificare la mancanza di professionalità, facendola passare per genialità da bricoleur, saremo più consapevoli di ciò che abbiamo il diritto di pretendere per la nostra cultura.
      Sono felice di sapere che a Sassari la rassegna sia degnissima, ma questo non si deve a Sgarbi, quanto alla meritoria organizzazione delle forze culturali della Città. Siine sicuro. Un cordiale saluto.

      • Peppino de Filippo

        Ciao Cristiana,

        Ammiro sempre la pacatezza dei tuoi post ed anche, ovviamente, le tue argomentazioni.

        Vorrei precisare che la mia non vuole essere una difesa a spada tratta di Sgarbi e del suo operato ma semplicemente una ricerca quasi affannosa nel voler valutare il tutto con la massima obiettività, cercando di non tralasciare nulla, poi come spesso accade qualcosa si dimentica durante il percorso.

        Io ribadisco fortemente che l’idea Sgarbiana non era e non è completamente da gettare nell’immondizia, semmai l’organizzazione ed il contesto nel quale si è mosso ed i collaboratori di cui si è circondato magari fidandosi ciecamente.

        E’ assolutamente vero che con i “se e i ma” non si fa nulla di concreto, ma visto che qui spesso si realizzano articoli proprio basandosi sui “se e i ma” allora lo faccio anch’io.

        Se arthemisia avesse operato meglio, se fosse stata più vicina agli artisti e se il numero degli invitati all’arsenale fosse stato inferiore, non so 100 artisti invece che 260 (non 230) ed i restanti fossero stati distribuiti sui padiglioni regionali, staremmo qui a parlare di “polpettone” sgarbiano?

        Se gli artisti che non hanno voluto partecipare al progetto del Padiglione Italia si fossero limitati a non dare il proprio consenso privatamente senza sbandierarlo ai mille venti, ci sarebbero state tutte queste polemiche? Fra l’altro ricordo che gli artisti che non hanno aderito all’iniziativa sono veramente un numero sparuto, per quanto fra loro vi siano nomi di una certa importanza, rispetto a tutti quelli che hanno risposto con entusiasmo ma che non hanno argomentato la loro partecipazione dalle colonne di Artribune.

        La domanda che rivolgo a te Cristina:
        Se Sgarbi non avesse avuto questa idea avrebbero visto ugualmente la luce iniziative lodevoli come quella del padiglione italia diffuso?

        Sono stati recuperati spazi museali per contenere tali iniziative che altrimenti forse mai sarebbero stati recuperati o mai recuperati in tempi così celeri, se le manifestazioni regionali non fossero state “targate” biennale di venezia, ciò anche a livello mediatico.
        La città di Sassari e soprattutto l’accademia di belle arti che ha organizzato l’evento, lo ha fatto ed è stata spronata a farlo perchè Biennale, se fosse stata una mostra dedicata alla commemorazione dei 150 anni senza partyicolari patrocini si sarebbe mossa in questo modo e sarebbero accorse circa 1500 visitatori il giorno dell’apertura?

        • Cristiana Curti

          Caro Peppino, io temo che anche legare la rinascita di uno spazio dismesso (inutilizzato, dimenticato) dalla collettività a un’occasione effimera come la Biennale di Venezia (che poi non lascia tracce sul territorio se non dove è di casa) sia cosa pericolosa.
          Avrei preferito che il progetto sgarbiano fosse stato ammannito per altra occasione, e forse anche la maggior parte di queste – spesso poco stringenti – polemiche non avrebbe neppure avuto ragion d’essere.
          Ho un’idea della Biennale molto precisa, espressa anche altrove, forse non condivisibile dai più: la Biennale è la summa dei progetti critici (NON curatoriali) che organizzano la composizione e mostrano lo stato dell’arte (metaforico e non) al 2011 (2013…) per gran parte del globo. Per far ciò, un’idea critica forte deve avvalersi di un artista (o due, o tre, non cento) con cui il critico è in profonda sintonia per esprimere al meglio, secondo un disegno culturale largamente individuabile (non ho detto condivisibile), ciò che indica la cultura artistica di una Nazione in quel dato momento.
          Affermare che il padiglione sgarbiano proprio in ciò costituisce lo specchio del nostro tempo mi pare riduttivo e dequalificante per l’arte e per la Biennale, che è bene prezioso, benché pare non ce ne rendiamo conto.

          E’ importante, secondo me, rivalutare il contenitore oltre che il contenuto: io non solo non ci vedo alcunché di male, ma vedo una grande opportunità per chiunque sia scelto a prendere parte a una rinascita critica dell’arte. Valutare è qualificare. Svalutare (o depistare dalle prerogative culturali oggettive) un luogo è svilire chi vi si avvicina.

          La politica attuale (di destra, sinistra, centro) in questo pecca di clamorosa cecità. E sarebbe giusto affidarsi, per la scelta di chi ci deve rappresentare culturalmente davanti al mondo, a meccanismi gestiti da coloro che sono del mestiere (ancorché, come ovunque peraltro, non costituenti ciò che potrebbe essere il “meglio” sulla piazza). E’ incredibile che sia stato un Ministro (fra l’altro della caratura di Bondi, il che già di per sé è qualificante) a scegliere dall’alto chi deve esprimere il senso della nostra cultura ai massimi livelli possibili nell’agone (competizione! perché questo è la Biennale e ce lo scordiamo sempre) veneziano.
          Perfezione non è data. Accontentare tutti nemmeno. Ma nemmeno è data giustificazione di una tale sbracatura di senso e di cultura.
          Comunque hai davvero ragione sull’occasione da cogliere (nella tristezza della catastrofica esperienza biennaliera di quest’anno) per almeno i cosiddetti “padiglioni locali” di cui sarebbe bene avere conto ma dei quali dal “great curator” non avremo mai notizia in quanto egli non sa ed è già indaffarato in altri incarichi “vittoriosi”.
          Quando non ci sarà più “questo” Sgarbi, ne avremo un altro, possiamo esserne certi. E’ razza sempre esistita e dura a morire, anzi in genere sopravvive benissimo a ogni temperie. Ma non è razza nemica: se non si sa domare la situazione è colpa di chi non sa domarla, non di chi si insinua nele more dell’ignavia altrui.
          Bisogna essere più coraggiosi e pretendere, conquistandola, più forza contrattuale per imporre un sistema professionale di gestione delle risorse culturali nazionali. Fra gli illustri componenti dell’AMACI sono personalità di forte propulsione della nostra intellighenzia migliore, mentre altri sono solo delle comparse. Ed è senz’altro più semplice affossare le proposte che spingere verso un progetto comune nel nome del bene comune. Alzare la voce potrebbe essere un buon inizio. Bisogna solo smettere, ogni tanto, di aver paura di perdere il posto…

  • Ma quel “sistema dell’arte”… sarebbe bello se NON esistesse.

    E se il New York Times dice una cosa, cosa cambia? Chi è il New York Times?
    Uno dei massimi coacervi di pennivendoli e sgherri del potere.

    Io dovrò vederlo il padiglione italiano, ma a prescindere dai teatrini partitocratici sostengo l’idea di Sgarbi, che va proprio contro l’art system.

    “L’Arte non è Cosa Nostra” – Vittorio Sgarbi

  • Purtroppo sappiamo bene come vengono distribuiti politicamente anche gli incarichi museali. La cosa più importante sarebbe realizzare un vero decentramento, con curatori presi di volta in volta nelle regioni, a rotazione. Rendiamoci conto che l’idea di Sgarbi è un disperato tentativo ( spesso riuscito come in Sardegna al Masedu di Sassari che ha aperto una mostra di tutto rispetto) per eliminare dei poteri che governano il mondo dell’arte da 50 anni. In Sardegna è la prima volta che si vede un critico d’arte di quelli che contano verificare di persona cosa si produce anche in quest’isola dimenticata. Altrimenti bisogna ricorrere nuovamente alle famigerate selezioni regionali del sindacato fascista, responsabilizzando i critici locali che conoscono la realtà del loro territorio. Spero che questo tentativo di Sgarbi porti i suoi frutti in futuro, eliminando i molti difetti e certe scelte veramente ridicole.

    • Pantoli Lei mi stupisce, un artista che scrive “purtroppo” non è un bell’esempio da offrire (se ovviamente e beninteso cogliamo nella parola “ARTISTA” un soggetto che sperimenta su di se e su quello che fa, quel meraviglioso luogo d’ atti che porta il nome “liberta”” (la liberta’ quando è tale, espone sempre nelle conseguenze ).
      Scrivendo di poteri, sembra non si sia accorto che quelli locali (isolani per intederci) riproducono (certo in piccolo) quelli nazionali (qui a Sassari e perlomeno negli anni 90 e prima meta’ del 2000 la cosidetta arte contemporanea , Ufficiale, è stata rappresentata dai soliti noti (la critica fatta in casa per intenderci) che hanno potuto usufruire di spazi come il masedu (la famosa mostra delle regioni tanto decantata dal mensile flash art ad esempio del 1999) con esiti tutto sommato molto modesti dal momento che quegli operatori scimiottavano semplicemente linguaggi , tra l’altro e viene da ridere, gia’ ripresi e di seconda mano da operatori del continente (ma il punto non è neppure questo , quanto l’omologazione a pratiche di esercizio nella promozione delle annesse ridicole, finte carriere).

      Certo, il ghetto sardo fa ancora piu’ tristezza di quello nazionale non solo perche’ il tozzo di pane da dividere è infinitamente piu’ piccolo ma anche perche’ , duro a morire , è il sentimento di perifericita’ che tormenta aime’ troppi , locali, operatori (di quest’isola dimenticata, cita Lei.)
      Che dire del Masedu, in salsa sgarbiana? trovero’ i cinque minuti necessari a farLe una visita. Vedremo.

  • Carlo

    Questo Padiglione Italia è solo l’inizio di una trasformazione fisiologica. Nel senso che l’arte contemporanea è ormai una cosa vecchia che si sta esaurendo e il sistema che la promuove si sta disintegrando. Tutte le arti, dopo lo sperimentalismo delle neoavanguardie degli anni sessanta -settanta, stanno tornando alla ricerca di un’universalità estetica (il “bello”) e all’intemporalità, in antitesi all’arte contemporanea. La trovata di Sgarbi, mette in evidenza semplicemente una cosa: che la maggior parte della gente al di fuori del mondo dell’arte contemporanea non la considera “arte”, a per lo meno non la considera l’unica arte valida. Da qui a essere certi di nuovi valori ce ne vuloe, ma è comunque un inizio: il crollo del muro di Berlino, dello “specialismo” dell’arte diventato autoreferenziale.

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    Il sistema dell’arte italiano ricompensa più spesso le apparenze che la sostanza delle cose. Occorrerebbe fare una morotatoria sull’attuale classe dirigente museale e curatoriale che si dimostra incapace di uscire dal recinto autoreferenziale. Non è riuscita a crearare canali per far partecipare il grande pubblico; gli stessi gurù che gestiscono i musei pubblici italioti, rinunciano al senso critico di massificazione del giudizio. Un sistema museale intrappolato in logiche clienterali, senza svolgere un ruolo estetico, tipico di quei musei internazionali proiettati nel futuro.

  • marco corseda

    Mi pare che hm abbia colto nel segno criticando rossi:

    citando gdp:

    “Intanto [ROSSI ] non metterti sempre in mezzo

    lamentando che non vieni riconosciuto ecc ecc, perché ogni volta che lo fai vieni visto come uno che si lamenta, lascia fuori questa parte e fai il tuo lavoro. Ti ho già detto tira dritto. Poi andiamo avanti e non insistiamo solo e sempre su questa storia del pubblico di cui abbiamo già parlato altre volte […]”

    • Marco Corseda, francamente non mi lamento….ma cerco di argomentare una critica e proporre un’alternativa…..Se argomentare in torno ad un problema (quello che avviene anche intorno a Sgarbi) significa lamentarsi…allora forse bisogna farlo…cercando di proporre un’alternativa costruttiva….

      Caro Corseda, scommetto che sei un artista…vero? L’unico pubblico veramente interessato ed appassionato in italia è fatto da artisti sedicenti e addetti ai lavori….questo è un altro punto nodale…..quindi ridimensioniamo il Sig. Rossi che è meglio :)

  • DONI

    POSTO L’ARTICOLO DI PANZA CHE ESEMPLIFICA IN MANIERA ESAUSTIVA LA SITUAZIONE ATTUALE

    Il giorno di Sgarbi contro tutti «La moda ha mercificato l’arte»
    Il curatore difende la scelta del Padiglione: «Oggi conta più Vogue di Vasari». La conferenza stampa si trasforma in un duro attacco a critici e collezionisti. Accuse a Prada, Trussardi, Fendi: una K nel nome non fa un genio
    Sfide – Paralleli

    Il giorno di Sgarbi contro tutti «La moda ha mercificato l’arte»

    Il curatore difende la scelta del Padiglione: «Oggi conta più Vogue di Vasari». La conferenza stampa si trasforma in un duro attacco a critici e collezionisti. Accuse a Prada, Trussardi, Fendi: una K nel nome non fa un genio

    VENEZIA – Per la civiltà dell’arte, contro il sistema della moda che l’ha fagocitata. Presentando ieri il «suo» Padiglione Italia intitolato «L’arte non è cosa nostra», Vittorio Sgarbi ha sferrato un attacco agli stilisti-collezionisti, ai critici omologati e asserviti al mondo radical-chic, alle sovrintendenze per gli spazi concessi a installazioni di archistar e all’ipocrisia di alcuni artisti.

    La contestata «Ascension» di Anish Kapoor nella Basilica di San Giorgio (foto Monica Silva)
    L’attacco più duro è quello alla moda, che inventa opere-brand per poi mercificarle in una dimensione ipercapitalistica sulla quale avevano già messo in guardia Heidegger (in Sentieri interrotti) e Debord. «Al pensiero delle Sozzani, Prada, Trussardi e Fendi preferisco quello, lontano dai soldi, degli eredi di Montale e Testori», afferma con ironia il critico. «La moda parla di maestri, ma se non hanno una K o una H nel nome, meglio se in fondo, non li espongono nemmeno. Quelli di cui oggi tutti parlano sono i maestri dei piccioni, i tipi alla Damien Hirst». Il riferimento è alle esposizioni della Fondazione Trussardi a Milano curate da Massimiliano Gioni, alla collezione Prada seguita da Germano Celant (Prada ha inaugurato l’altro ieri un museo a Ca’ Corner a Venezia) e così via. Questo insieme di iniziative configura un nuovo pensiero unico: «Oggi sembra che la direttrice di “Vogue” sia diventata come Vasari». E giù esempi di mostri generati dall’intreccio arte-marketing. Primo fra tutti la (per ora) non riuscita esposizione Ascension di Anish Kapoor alla Basilica di San Giorgio: «La sovrintendenza non doveva consentire un tale scempio, fatto con ventilatori e un aspiratore, all’interno di un’architettura palladiana». E ancora: «Per non parlare di quell’aborto che il cosiddetto artista Schnabel, uno che va in giro in pigiama, ha collocato in una nicchia del Sansovino. Palladio vale 1.800 Kapoor».

    Dopo le accuse alla moda e ai sovrintendenti per l’accondiscendenza verso quel mondo, Sgarbi è passato all’attacco dei sedicenti critici d’arte, una figura professionale nata nel Settecento come mediatore tra gli artisti e il nascente mercato che, forse, ha fatto il proprio tempo. «Decenni fa, alcuni critici impedirono l’esposizione dell’orinatoio di Duchamp; oggi, invece, scrivono senza vedere. Tutti quelli che hanno recensito il Padiglione Italia non si sono nemmeno accorti che era esposto un Piero della Francesca. Questa mostra è proprio contro il loro sistema autoreferenziale, ignorante e ridicolo. Vorrei ricordare che tra i circa 200 intellettuali che hanno scelto le opere in esposizione, e che giustamente non devono essere degli specialisti perché l’arte è per tutti, ci sono figure come D’Ormesson, Fumaroli, Kureishi, Eco, Fo, Ozpetek e Olmi, credo tutti culturalmente superiori alla Sozzani. Ma questo i giornalisti e i critici non lo sanno. Per loro, Montale vale meno della Sozzani».

    Due immagini dell’allestimento del Padiglione Italia

    L’intenzione di Sgarbi è quella di riscoprire il rapporto tra letteratura e arte, a suo avviso non più esplorato dai tempi di Pasolini e Moravia, un mondo alternativo a quello di critici come Bonami e Bonito Oliva. «Perché dovremmo affidarci a quelli che, con civetteria, si fanno chiamare curatori indipendenti? Forse perché ci indichino i loro protetti e ci portino nella loro infermeria dove curano i loro pazienti? Con loro, l’arte è diventata un sanatorio separato dal mondo al quale hanno accesso esclusivamente medici e parenti dei malati… e solo accidentalmente visitato da persone sane».

    Poi ce n’è per gli artisti. «C’è chi è presente ma si vergogna, come Kounellis, che è nel padiglione con quattro chiodi attaccati a un lenzuolo, ma non è venuto a Venezia per non essere contaminato da me. Più che arte povera è poverissima. Lui, comunista, non poteva dire di no alla miliardaria Fendi che lo ha segnalato, perché lei compra le sue opere. Jodice, invece, ha scritto a un giornale per spiegare le ragioni della sua assenza, ma in realtà è presente! Ontani ha definito la mia mostra un gioco di società: ma poi è presente. Un critico ha lamentato l’assenza di Enzo Cucchi, che però ho esposto a Palazzo Grimani con 30 opere». Cattelan? «C’è anche lui. Ho esposto l’intervista dove dice che si ritira. Meglio. Lui è un uomo della moda, che ha fatto cose divertenti per le signore Prada e per Trussardi».

    Vittorio Sgarbi (foto Passoni)
    La coraggiosa, e a tratti commovente, invettiva di Sgarbi – che ricorda l’analoga lanciata dall’antropologo Franco La Cecla («la moda ha ucciso l’architettura») – è stata da molti apprezzata a Venezia. Mescola orgoglio, nostalgia e Kunstwollen (volontà artistica), dimenticando, però, che i rapporti di forza dettati dal capitale sull’arte ci sono sempre stati, anche nell’età dei Medici e degli Este. Oggi gli stilisti (che sostengono anche i restauri) investono su artisti-giocattolo che disegnano gadget o capi di abbigliamento: sarebbe compito dei critici smascherarne la pochezza, ma non si capisce su quali basi.

    Sgarbi ha anche mostrato una lettera che gli ha inviato il critico francese Fumaroli, dove si sostiene che «il rapporto con la moda ha rovinato l’arte consegnandola al mercato». E la stessa direttrice del ministero, Antonia Pasqua Recchia – pur censurando le critiche di Sgarbi alle sovrintendenze veneziane che hanno «lavorato al suo servizio» – ha apprezzato il padiglione definendolo «un’esplorazione utile per avvicinare anche un pubblico di non addetti ai lavori all’arte contemporanea». Tra i duecento esposti nell’allestimento progettato da Benedetta Tagliabue Miralles (già Leone d’oro a Venezia) ci sono, del resto, nomi ad ampio spettro, che vanno dal «vecchio» Vangi a Vanessa Beecroft, dal designer Gaetano Pesce ai fotografi scelti da Zannier.

    Pierluigi Panza
    06 giugno 2011(ultima modifica: 07 giugno 2011)
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

  • lingua

    alla biennale: più scenografi riempi-magazzini e meno ricercatori del bello decrepito

  • Sono assolutamente d’accordo.
    Chissà se sapete che ho fondato la computer art in Italia, 26 anni fa.
    Intanto vi mando due link, uno l’articolo che ho scritto dopo aver visitato la Biennale all’inaugurazione per la stampa e l’altro è l’indirizzo del mio giornale web.
    In ogni caso se qualcuno di voi ha tempo di mettere il mio nome su Google potrebbe vedere qualcosa di quello che ho fatto.
    http://www.mclink.it/mclink/arte/ILLUMInazioni-biennale2011.htm
    http://www.mclink.it/mclink/arte

  • Cara Artribune, e Cari Tutti
    non sono d’accordo che il curatore del Padiglione Italia debba essere preso solo tra i direttori delle rete dei musei, in quanto nel nostro Paese ci sono anche bravi curatori indipendenti che andrebbero valorizzati. La proposta relativa sola alla rete dei musei di cui anch’io come Direttore Gamec faccio parte mi sembra limitativa, invece, visto che il Ministro di turno di solito non si occupa d’arte contemporanea, o ne sa molto poco, forse potrebbe avvalersi della consulenza dell’Amaci per avere una rosa di nomi tra cui scegliere di volta in volta.

    • feu

      ogni tanto anche di pietrantonio dice qualcosa di sensato, nonostante la pesantezza di politi….ma l’avete letta l’ultima news letter! incommentabile!

  • Caro Giacinto,

    io sono d’accordo con te, come avevo scritto prima. L’amaci dovrebbe selezionare il curatore e non rappresentare la rosa dei curatori-direttori papabili.

    Il punto è il rapporto con il sistema politico, che un certo sistema “di qualità” italiano non ha saputo costruire negli ultimi 20 anni (anche perchè bisognava costruire altro in un paese che osteggia il contemporaneo). Quindi si deve partire da Sgarbi per costruire questo rapporto con il sistema politico.

    Il punto è anche far capire al sistema politico e al pubblico perchè Sgarbi non vada bene. Qual’è la differenza tra gli italiani di Sgarbi e gli italiani di Bice????? Questo è il punto. E quindi serve un’ azione critica per riflettere su tale differenza.

    Azione che in Italia è osteggiata. Esempio: io ho scritto sul flash art, ma poi quando entro nello specifico mi fermano, e in ogni caso è un gran lavoro non retribuito…ecc ecc…..quindi la critica è un punto centrale, a livello basso ma anche alto (rapporto con la politica e il pubblico).

    Luca Rossi

    • claudio libero

      Condivido quanto scritto da G. Di Pietrantonio, bisognrebbe lavorare affinché AMACI possa essere un referente privilegiato per la proposta di una rosa di nomi. Che non devono essere necessariamente direttori di museo.
      Mi permetto di aggiungere alla lista dei musei che ha fatto Pratesi anche il CIAC di Genazzano, che da qualche anno privilegia proprio la produzione e valorizzazione di opere di artisti italiani. Abbiamo da due anni inaugurato una project room proprio per progetti di artisti sotto i trent’anni. Un museo, che come altri, ha una marea di difficoltà, essendo a budget zero. Ogni progetto è il risultato di una ricerca di sponsor. E, per dirne una su tutte, per rendere l’idea di come andiamo avanti, da tre anni non abbiamo nemmeno i soldi per pagare la quota che ci consentirebbe di essere parte di AMACI (poco più di mile euro). Ma quanto scrivo vuole essere soltanto uno spaccato della situazione in cui si muovono molti musei italiani. Ma questo credo che alla fine conti la qualità della proposta, di quello che nel corso degli anni si porta avanti e di quanti artisti si sono promossi.

      • Massimiliano Tonelli

        Proporre “referenti privilegiati” è condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente. Si lasciano troppe maglie aperte in questo modo e in queste maglie si inserisce -per buona o per cattiva fede- la pessima politica (o la politica in cattiva fede). E fa pasticci. Occorre offrire alla politica un percorso definito dal quale sia impossibile dirazzare.

    • feu

      vaccamerda Rossi Morsiani, ma se non ti è chiara la differenza fra la paccottiglia e la ricerca stai proprio messo male!

  • luchetto caro , per carita’ è pienamente leggitimo interrogarsi sulle differenze ove benitenso , le stesse riguardino la sostanza piu’ che la facciata.
    Certo, i sostenitori di Bice sono perbene, borghesi, parlano inglese , frequentano i salotti in cui la convervazione è piu’ colta ed avvicente (sono degli epigoni sartriani giusto per capirci) mentre quelli di Sgarbi, mischinetti, sono piu’ legati ai binomi piu’ triti …mi piace /non mi piace bello/brutto amico/nemico , insomma un orizzonte di “parolaccia” buttata li, con l’ambizione di rompere le ossa a chicchesia faccia inpertinenze.
    cosa unisce i due aggregati branchi ? l’appettito! hanno , ovvero, quel fiuto nascostamente levantino all’utile ed al dilettevole – denaro e gloria – possesso e potere – autocelebrazione e vizio ( ovviamente con la necessaria nonche’ FORMALE buona educazione che il ruole impone).

    Luchetto in definitiva : una piaga piccolo borghese e , non solo italiana. Bada.
    Ed alle volte , non averne a male se te lo dico , perche’ ti porto affetto, ma anche tu (forse perche’ stai troppo alla catena) dai l’impressione nuotare nello stesso stagno.

    stammi bene luche’.

    • non mi piace questo tuo modo di porti, sono i luchè e i luchetto che fanno da zavorra all’italia e non solo….borghese????? Siamo nel 2011…..siamo tutti borghesi…..io ti consiglio un soggiorno a New York come direbbe Politi….

      • Luchetto caro, il borghese a cui facevo riferimento non è quello inteso in senso marxiano , di classe scritto terra terra. vedilo come Borghese in senso esistenziale e non ovviamente offensivo . Dunque il tuo reagire è un comportamento che tradisce sostanzialmente impotenza , sopratutto laddove ti rifai a sciocche erezioni che non ti appartengono (per fortuna tua) come quella che hai suggerito su New York e che, lasciamelo dire , confermano le attitudini che ti ho rimproverato nella mia , da te contestata.
        Vieni in Sardegna piuttosto, sei mio gradito ospite.

  • Massimiliano Tonelli

    Con la solfa che ci sono tanti curatori bravi e indipendenti, ci siamo ritrovati con Sgarbi. La cui nomina è stata possibile proprio per questi distinguo e questa cronica mancanza di paletti. Ebbene, occorrono paletti. Un paletto potrebbe essere “il curatore del Padiglione deve essere un direttore di museo”. Altri paletti possono essere accettabili, ma vanno fissati. Non si può dire “c’è tanta gente brava”, perché questo dà il destro alla pessima politica di fare porcate come abbiamo visto.
    Occorre innescare una prassi univoca. Questa prassi non può basarsi sul fatto che c’è tanta gente brava, deve invece suggerire dei percorsi obbligati, vincolati. Come peraltro succede per gli altri paesi. Mi pare che il padiglione Usa venga scelto dalla Guggenheim di Venezia nell’ambito dei musei americani (posso sbagliare) e questo è sempre il percorso. Bisogna che ci inseriamo anche noi in filiere simili, solo così sarà impossibile avere cadute di stile e ricoprirsi di merda come è successo quest’anno.

    • Io ho grossi dubbi sul fatto che ci sia tanta gente brava…..nomi?

      Perchè forse c’è gente che scimmiotta i colleghi stranieri? Ma io non vedo gente che approfondisce veramente e che ottimizza il lavoro dell’artista (anche se ruolo pesantemente in crisi) senza voler diventare lui autore e artista….

      Dove sono questi curatori “bravi” italiani??? Cosa significa bravo???? Dove sono i critici italiani????? Quindi quella classe di operatori critici che dovrebbe ottimizzare la qualità…..perchè oggi in Italia (ma anche nel mondo) c’è poca qualità (in italia quasi non la vedo). Guardiamo gli italiani di Bice…..scale, interazione con plastilina, ready made messi lì, retorica, riproposizione anni 70, vintage,……e alle fine resiste solo il coerente sviluppo di Cattelan che è artista consolidato negli anni 90…15 anni fà come minimo…..dov’è la qualità italiana oggi??? Lo chiedo senza polemica….

      • claudio libero

        Whitehouse, il nome americano non ti aiuta però a uscire da sta filippica noiosoa secondo cui gli artisti italiani non si vedono perché in realtà non ci sono.
        Non è molto diversa la situazione nel resto del mondo. Le critiche che fai ai lavori italiani in biennale sono esattamente applicabili a tutti gli altri. Non è certo solo responsabilità degli italiani se la Biennale della Curigier è stata dai più definita sottotono. Quindi cerchiamo di guardare poco più su del nostro naso. Gli artisti ci sono basta solo cercarli, avere meno spocchia e saper vedere. A Roma, Napoli, Palermo, Milano come a Parigi, Londra o Bankok

  • L’idea di Artribune è sicuramente buona e lodevole e mi associo all’augurio a Pratesi di portarla a compimento ma permettetemi di dire che essa, da sola, non porterà nessun reale cambiamento rispetto al passato. Se il fine che ci si propone è quello di ottenere un “bel voto” dalla stampa specializzata straniera ed Italiana, benissimo! Ma in tal caso basta che il nome del Direttore sia quello di uno dei “soliti ben accetti” e che questi scelga uno/pochi artisti dei “soliti noti” e la cosa è fatta. La “stampa specializzata” (compresa quella straniera cui tanta importanza si da’) è parte integrante e sostanziale del sistema! Dato il nome di un Direttore di Museo, come del resto di critico o curatore, abbiamo il 75% di probabilità di “prevedere” il/ i nomi degli artisti invitati ed il 100% di probabilitá che tali nomi vengano fuori dal solito “giardinetto” dei “soliti noti” giovani o vecchi.
    Il tanti vituperato Padigline Italia sgarbiano, sicuramente criticabile per frettolosità ed approssimazione di preparazione e realizzazione, ha peró due idee rivoluzionarie alla sua base che dovremmo cercar di difendere, anziché gettar, come suol dirsi, il bimbo con l’acqua sporca.
    La prima è quella di tagliar fuori “il sistema” chiuso, autoreferenziale e sostanzialmente mafioso.
    La seconda è quella di tener conto ed andare a “guardar dentro” alle realtá locali invece che focalizzarsi esclusivamente sui soliti “panorami” di quattro/cinque grandi cittá.
    Se il Padiglione Italia deve essere il “compitino” da svolgere per far “bella figura” la via semplice: quella solita sin qui battuta, ben venga un Direttore nominato con metodologia “tecnicamente” piú corretta e rigorosa, ma non avremo fatto e non faremo nessun sostanziale passo avanti. Se, invece, vogliamo che il Padiglione Italia rappresenti una meta auspicabile e possibile per gli artisti Italiani ma tutti, non i soliti, se pensiamo che esso debba testimoniare e mostrare “lo stato dell’arte in Italia”, quello reale, non quello del “salotto” di tizio, del “gruppo” di caio, della “cricca” di sempronio, allora dovremmo provare a salvare quei due principi e pretendere dai futuri Direttori (comunque scelti) lo sforzo di “spogliarsi” di amicizie, conoscenze, clientele” e di trovare i tempi necessari ed i modi piú opportuni ed intelligenti

  • un critico italiano

    é una proposta non priva di interesse ma va perfezionata. non dimentichiamoci che, al di là della professionalità dei singoli direttori, la rete dei Musei italiani è autoreferenziale e tende nettamente ad escludere chi da quel circuito è stato estromesso o mai cooptato. Questo comporterebbe, se la scelta fosse demandata esclusivamente a quella rete, la pressochè certa impossibilità per professionalità di notevole curriculum ed assolutamente in grado di curare il Padiglione Italia di competere per la nomina. Una procedura concorsuale a questo punto forse è l’unica soluzione ma la base deve essere più allargata

  • Condivido che ci vogliano alcuni paletti, ma i direttori AMACI che si scelgono tra di loro lo trovo un conflittod’interesse che noi per primi dovremmo invece evitare. E poi, è come dire che fuori dai direttori AMACI non ci sono bravi curatori che mi sembra veramente improponibile e in più vorrebbe anche dire che alla direzione dei musei non è possibile un ricambio, perché siamo i più bravi in assoluto, il che non è vero, ci sono anche altri curatori interessanti, insomma il futuro è anche nella relatà che ci circonda, disponiamoci a conoscerlo e valorizzarlo. Insomma, impariamo a metterci in discussione anche noi, perché la valutazione della qualità vale per tutti.
    Ripeto, l’AMACI dovrebbe invece fare da garanzia, come lo fa il Guggenhiem per il Padiglione USA, ecc. ecc.

    • un critico italiano

      Caro Giacinto apprezzo l’onesta delle tue argomentazioni ma sai anche tu che chi, per vari motivi, è stato escluso dal “giro” dei direttori di Museo fa molta fatica ad essere valutato solo per la bontà del suo curriculum. L’idea che l’Amaci possa fare da garante per un concorso aperto non è male. A quel punto potrebbe essere affiancata dal coordinamento dei Direttori delle Accademie di Belle Arti

    • feu

      d accordissimo, ma ora dovete muovere il culo voi-

  • Caro critico Italiano, vorrei risponderti sulla questione dei direttori, visto che insegno anche in Accademia, ma non lo faccio, perché non discuto con chi non si firma, insomma con chi non è disposto a metterci la faccia.

    • un critico italiano

      Caro Di Pietrantonio io penso che quando si pongono in essere argomenti concreti con toni pacati, non si diffama nessuno e non si entra nel privato delle persone la scelta di non firmarsi sia legittima. Poi ognuno la pensa come vuole. Se scrivo col mio nome solo in alcuni casi è perchè ho i miei bravi motivi che derivano dalla mia storia.

    • feu

      a vvaffanculo, ma se c’hai una rubrica con luca rossi, l’anonimo per antonomasia (che poi lo san tutti ch’è morsiani – con grandi prospettive artistiche)

      • Io non sono anonimo, cosa bisogna fare per dimostralo? :)

        Anonima e assente è la critica d’arte in italia. Caro Feu, che mi sembri più anonimo di tutti.

        • hm

          no non sei anonimo . sei luca morsi .

  • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

    Luchetto, ti consiglio di non fare le solite prediche da pulpito. Ti posso assicurare che in Italia di operatori bravi e meritovole ne è piena. Solo che se ne stanno stanno zitti e quieti, non fanno rumore come fai tu. Non hanno la sfacciataggine di chiedere o sottometersi al potere politico e culturale di turno.. Se lo vuoi sapere: chi li ostacola sono proprio i cosiddetti ” feudi curatoriali-dirigenziali” che troviamo annidati ovunque nel privato e nelle istituzioni pubbliche. Figuriamoci se questi hanno interessi a dare spazio a qualcuno? Per mia esperienza, ti posso assicurare che questi notabili, non sono affatto inclini ha lasciare le acquisite posizioni. Anzi, fanno di tutto per restare a galla nella palude. Ben coscienti di stare seduti sul loro tesoro.

  • Avevo posto una domanda abilmente messa da parte:

    CHI SONO I BRAVI CRITICI ITALIANI? E I CURATORI? VORREI I NOMI DI QUESTA “GENTE” BRAVA CHE C’è IN ITALIA? Senza polemiche…

    Nel prossimo padiglione italia si potrebbe scrivere in tutte le lingue del mondo:

    “L’italia è piena di gente brava, di bravi curatori e di bravi critici. Trovateli voi!”

  • Luca Rossi ha ragione, perchè se dobbiamo fare la mostrina italiana che scimmiotta il format di mostra international maistream….bhe forse meglio scegliere uno o due artisti in monografia….semmai uno giovane e uno consolidato….Per questo non credo che ci voglia il curatore indipendente Gesù si Nazareth.
    Per il prossimo padiglione io proporrei Luca Rossi e Stefano Arienti o Eva Marisaldi.

  • hm

    io propongo luca morsi e laura pausini con eros e lapo elkann a supervisionare il tutto . così forse emergerà il vezzosi 2.0

    • feu

      io elena bordignot come majorette del padiglione itavia

  • Pino Barillà

    Da oltre un decennio siamo entrati in un nuovo secolo, ma l’arte sembra non riuscire a proiettarsi in una dimensione”evolutiva”rispetto all’era in cui è contestualizzata.
    Gli addetti ai lavori tutti compresi i critici non vedono il ripetersi del secolo 900
    sembra che tutto sia al suo posto io vedo in questo nostro tempo poca professionalità e mancanza di conoscenza le ultime biennali sono veramente da far pena ? padiglione Italia ???

  • ho postato tre volte un commento, mi dice che ho giá postato il commento ma il commento non appare? Server in difficoltá o un po’ di censura preventiva?

  • Giorgio Di Genova

    I direttori dei musei italiani? Ma quali direttori e quali musei?
    L’anomalia è che Bondi ha scardinato le regole della nomina del responsabile del Padiglione Italiano, che fino a due Biennali fa era prerogativa del Consiglio Direttivo della Biennale. A mio avviso, neanche Baratta, o chi prende il suo posto in futuro, sarebbe la soluzione giusta per la scelta del responsabile..
    Il problema, comunque, è un altro: perché dovrebbe essere UNO SOLO, che ha le sue preferenze, non è onnisciente e molto probabilmente è ammanicato politicamente e probabilmente anche col mercato, a scegliere chi va e chi no alla Biennale? La dialettica delle proposte, che è l’unica strada per evitare personalismi arroganti, unilaterali, o peggiori, si ha con il confronto e la collaborazione paritetica (e ripeto: paritetica) di più persone,magari 3-4 di diversa formazione, estrazione, età ed orientamento, incaricate delle scelte, ragionate e motivate.
    Io ogni qualvolta vengo incaricato di realizzare una rassegna coopto altri critici operanti in differenti zone dell’Italia, perché, amando il confronto e la verifica ulteriore delle mie posizioni, ritengo che sia la garanzia per scelte dialetticamente variate e articolate.
    Quindi NO ad un unico responsabile.
    Ma SI’ a norme precise da rispettare. La prima, obbligatoria e preliminare, dovrebbe essere quella di evitare che alla Biennale vengano chiamati sempre i soliti noti, non sempre validi artisticamente. Quindi norma fissa dovrebbe essere la seguente: non si può invitare nessun artista che abbia partecipato ad una delle precedenti 5 Biennali. Le altre norme andrebbero di volta in volta concordate dalla commissione inviti, sulla base delle esperienze avute come osservatori o visitatori delle Biennali.

  • attilio

    Ho letto qui e la,qualche commento.Mi e’ sembrato un battibecco fra interessati a denigrarsi,e anche se c’era qualche cosa di positivo,e’ passato ed e’ stato travolto da
    argomenti pesanti.La mia deduzione sintetica sull’argomento (discutibile) e’: il ministro alla cultura,non sa’ niente di cultura,ma e’ un politico che occupa il posto toccato al partito che deve pur metterci qualcuno,a prescindere dai titoli.I critici ed i direttori di musei attuali,non hanno una storia(o curriculum) tale da giustificare un incarico importante come “LA CULTURA ITALIANA” nell’arte.(Un direttore tedesco,o altro,proporrebbe i suoi connazionali).Ed a tutt’oggi sono state queste due categorie a creare confusione,ed a proporre spazzatura.Il primo,Sgarbi,politico mal riuscito,non preparato(vedi giudizio del suo prof.Zeri
    docente all’universita’)arrogante e poco”culturale”nelle sue performans alla TV.
    In Italia ci meritiamo questo? Penso di si,perche’ le persone qualificate vengono
    sminuite e messe da parte,ed incentivati gli arrampicatori sociali,politici,ecc. Io,
    ho visto l’ultima biennale nel 75.Il dibattito mi e’,comunque,piaciuto.

  • Penso che istituzionalizzare una prassi per la scelta del Direttore di Padiglione Italia, sia di per se’ una buona idea, personalmente riterrei che la soluzione piu’ corretta potrebbe essere quella di ritornare alla scelta fatta dal Presidente della Biennale, i Direttori di Museo Amaci, potrebbero costituire un “panel” che formuli una rosa di nomi, non necessariamente vincolante, dalla quale il Presidente potrebbe scegliere.
    Detto questo vorrei pero’ anche riprendere un attimo quanto scritto da “Peppino De Filippo”; giusto guardare avanti e pensare al futuro, ma non e’ un po’ troppo presto per “sepellire” e dimenticare il Padiglione Italia 2011 (in parte ancora in divenire)?
    Sopratutto, anche se la realizzazione e’ stata (o alla fine sara’ complessivamente) affrettata ed insoddisfacente, siamo proprio sicuri che si debba archiviare l’idea del “Padiglione diffuso” e quella della scelta di una molteplicita’ di artisti fatta non da un “un curatore” (direttore) ma da protagonisti della cultura “al di fuori del sistema”, o comunque con qualsiasi altro mezzo che tolga (o almeno limiti drasticamente) il monopolio sin qui esercitato da quello che chiamiamo “sistema” (di cui tutti riconosciamo la vischiosita’ e totale autoreferenzialita’)?
    Io credo che prima ancora e piu’ ancora che “la prassi di scelta del Direttore” sarebbe opportuno interrogarsi ed aprire un bel dibattito su quello che desidereremmo il Padiglione Italia fosse: vetrina-specchietto-per-le-allodole dell’ eccellenza-italiana-nell’arte-contemporanea-cosi’-come-puo’-risultar-gradita’-agli-osservatori-esteri o un panorama reale e vivace di cio’ che di nuovo ed interessante si e’ prodotto negli ultimi due anni nell’arte contemporanea?

    • Peppino de Filippo

      Ciao Luciano,

      ti ringrazio per aver ripreso il mio scritto in uno dei post precedenti e condivido le tue argomentazioni.

      Ribadisco un concetto che più di un concetto vuole essere un momento di obiettiva riflessione anche se so che cercare di essere obiettivi non è cosa semplice.

      La domanda che continuo a porre senza ottenere risposta è la seguente:

      Se il padiglione italia, tra le altre cose ancora in divenire, fosse stato meglio organizzato e se le strutture chiamate ad organizzare ed allestire l’Arsenale e i padiglioni regionali (Arthemisia e L’Arte Mostre S.r.l.) avessero lavorato con professionalità e serietà staremo a parlare di Sgarbi e del suo polpettone?

      Non capisco perchè qui si attacchi sempre solo Sgarbi e ogni tanto non si punti il dito su mancanze organizzative che con lo stesso Sgarbi hanno poco a che vedere.
      Vorrei che fosse chiaro che non difendo Sgarbi perchè sono un suo parente o un suo amico o collaboratore, lo difendo per l’idea che ha avuto, geniale e unica che non è stata ben supportata da uno staff di collaboratori ed aziende, certo probabilmente in gran parte scelte da lui ma che hanno operato in quasi totale autonomia.

      Buttare a mare un progetto del genere perchè non ben organizzato (ma aspetterei il 27 novembre per dare una risposta definitiva) mi sembra eccessivo.

      Sassari, a detta di molti, sembra abbia fatto un gran lavoro per ciò che riguarda il padiglione sardegna che pur avendo inaugurato il 10 giugno, di questo evento, qui sulle colonne di artribune, non vi è traccia, come se tale evento non sia mai esistito, ciò mi fa pensare.
      Artribune è stato creato per fare informazione o per sparare solo “sul pianista” Sgarbi?

      • Caro Peppino, ti rimando, in parte, alla mia “replica” a Cristiana. Io credo che per dare un giudizio complessivo sull’operazione Padiglione Italia 2011, occorra veramente attendere le aperture di tutti i Padiglioni Regionali e di quelli Esteri. E’ evidente che il Padiglione Veneziano (e forse anche quelli Regionali ed Esteri) hanno subito (o subiranno) il condizionamento di una organizzazione affrettata, della quale, permettimi, anche Sgarbi e’ responsabile, dato che, accettando l’incarico, molti, molti, mesi or sono, se aveva gia’ quest’idea avrebbbe dovuto mettere seriamente ed immediatamente al lavoro i suoi “collaboratori”. Quanto alla tua domanda, alla quale nessuno sembra dare risposta, io non ho dubbi : “se anche Arthemisia e L’ArteMostre avessero lavorato bene, se anche fossero state poste al lavoro per tempo, se anche tutta l’organizzazione fosse “filata liscia come l’olio”, se anche le condizioni “poste agli artisti invitati” fossero state piu’ allettanti… non ostante tutto ci sarebbero state piu’ o meno le stesse critiche (quanto a “quantita” ovviamente, parzialmente diverse quanto a “motivazioni”) e questo per due ordine di motivi:
        – il primo, piu’ ovvio e banale, e’ che Sgarbi e’ un personaggio bianco/nero: la gente o l’adora o lo odia e quellli che lo odiano, per tutta una serie di motivi sono, tra i cosiddetti “addetti ai lavori” (cui la maggior parte dei commentatori di Artribune, Exibart ecc. ecc. appartengono, cercano di appartenere, fingono di appartenere o vorrebbero far credere di appartenere) la stragrande maggioranza.
        – il secondo, meno ovvio, ma anche piu’ viscerale, e’ che l’operazione “Padiglione Italia” di Sgarbi e’ potenzialmente rivoluzionaria per il “sistema” e, sempre potenzialmente, di una tal portata, se venisse ripetuta o afddirittura “istuituzionalizzata”, da creargli un serissimo problema di “tenuta del potere” e chi ha a cuore questo “sistema” ed i suoi molti seguaci e corteggiatori hanno fatto il possibile per “demoniozzare” questa operazione e per dipingerla come operazione “becera” ed “ignorante”, spesso addirittura quale “sciente e volontaria denigrazione”, da parte di Sgarbi dell’arte contemporanea

  • Cristiana Curti

    Caro Luciano, ciò che dici è interessante ma per me non convincente. Quello che affermi essere lo strapotere che determina che la Biennale sia “vetrina-specchietto-per-le-allodole dell’ eccellenza-italiana-nell’arte-contemporanea-cosi’-come-puo’-risultar-gradita’-agli-osservatori-esteri” è in realtà il quid che distingue la Biennale di Venezia da ogni altra competizione artistica. E’ giusto per me che si pensi all’internazionalità e a un giudizio che tenga conto anche dell’opinione di un occhio fuori dal nostro orticello (non potrebbe essere questo invece un parametro di equità nei confronti di tutte le rappresentanze?).
    Di manifestazioni – queste sì – autoreferenziali “intorno” all’arte contemporanea l’Italia è piena ed è proprio questo che la Biennale permette anche a noi di evitare di riproporre.

    Non è tutto bianco o tutto nero. Avere una prospettiva internazionale non è di per sé errato, anzi, basti mantenere un progetto critico forte e inconfondibile. L’autarchia non serve a nessuno, tranne che proprio ai mediocri “potentini”, i quali, cautelati dall’omologante e acritico “progetto diffuso”, eviterebbero di misurarsi con chi osserva fuori dal nostro cortiletto.
    La Biennale, invece, è stata formula vincente, ad esempio, per i Padiglioni (e rappresentanze) di Russia o di Israele (o Paesei Nordici in genere) i quali da alcune edizioni hanno sviluppato un poderoso corpus di artisti (più o meno validi) di strutturata impronta formale.
    Per i Russi, poi, si potrebbe addirittura parlare di una certa rinascenza culturale, originata in moto autonomo sulle tracce della propria tradizione visiva d’inizio XX secolo, con un ottimo esito contemporaneo.

    Non trovo opportuno né cambiare la formula che distingue la nostra manifestazione né modificare i contenuti della “gara” internazionale. Ciò che serve è la qualità (del critico, degli artisti presentati, delle opere SOPRATTUTTO) che senza dubbio in questa e nell’edizione precedente è mancata per il Padiglione Italia, con buona pace degli artisti famosi o meno invitati in entrambe le occasioni. Il Padiglione sgarbiano è l’aberrazione che speravamo non potesse essere di quello dei due Beatrici due anni fa.

    Poi, per verificare il panorama dell’arte contemporanea in Italia, possiamo anche istitutire – se mai ce ne fosse bisogno: ma chi avrebbe l’incarico di decidere chi esporre? – una rassegna annuale che faccia il punto della situazione.

    Ciò che pare utile, invece, è una riforma dell’Istituto Biennale che permetta una selezione anche delle manifestazioni collaterali NON solo in virtù della “tassa” da pagare alla Fondazione (20.000 euro+iva) per ottenere il patrocinio ma anche in base alla qualità delle proposte. Il che permetterebbe, ad esempio, una maggiore rilevanza di rassegne e artisti italiani fuori dal contesto squisitamente “giardinesco” e “arsenalesco”. Ma queste sono questioni diverse…

    Personalmente ritengo che già un vantaggio (corretto e doveroso) per la Nazione ospitante (l’Italia) potrebbe essere quello di ritornare a “possedere” per i nostri progetti nazionali l’ex Padiglione Italia (ora delle Esposizioni) permettendo alla Mostra curatoriale di espandersi all’Arsenale con maggiore compiutezza e profondità.

    • Cara Cristiana, permettimi di precisare alcune cose che, nel tentativo di essere conciso, forse non sono riuscito a comunicare correttamente:
      – ritengo, ma non credo di essere l’unico, che il “sistema arte contemporanea” (e non solo quello italiano ma di quasi tutto il mondo occidentale “classico”) sia (diventato?, sempre stato?) chiuso, vischioso, autoreferenziale e basato sul noto principio, tutt’altro che esclusivamente Italiano del “mi manda Picone” (non voglio usare il termine “mafioso” che implica connotazioni illegali e violente, qui inapppropriate, anche se da un punto di vista puramente “organizzativo” ci potrebbe anche stare)
      – ritengo che questo “sistema” porti in evidenza delle “eccellenze” scelte, pero’, appunto nei “circoli” che si creano attorno ai “padrini” del sistema stesso, con la conseguente esclusione dalla possibilita’ di essere scelto, di tutti coloro che a tali “circoli” non appartengono, per loro precisa volonta’ o per mero accidente (non sono riusciti ancora ad entrarci non ostante i loro sforzi, sono troppo distanti e decentrati rispetto alle “capitali” del sistema, ecc. ecc.)
      – ritengo che il “sistema” abbia raggiunto una forza ed una capacita’ di adattamento, autoprotezione e cooptazione dei “movimenti rivoluzionari” tale da rendere assolutamente improbabile il suo “rovesciamento” tanto dall’interno, quanto dall’esterno, lasciando, quale unica alternativa, la via del “prescindere” da esso, “tagliarlo fuori” (e su questa via “la rete” ed i nuovi mezzi di comunicazione forniscono mezzi interessanti ed ancora scarsamente “esplorati”, almeno sotto tale profilo)

      Questo per il “sistema”, per la Biennale io non ho detto, ne’ penso, che il “sistema” abbia fatto di essa una “vetrina-specchietto-per-le-allodole dell’ eccellenza-italiana-nell’arte-contemporanea-cosi’-come-puo’-risultar-gradita’-agli-osservatori-esteri”.
      La Biennale e’ nata cosi’, condividendo la natura di “fiera campionaria” di molte iniziative sue coeve (solo come annotazione storica val la pena ricordare che il Re di Thailandia incontro’ Gallileo Chini proprio alla Biennale del 1907 e, impressionato dal suo lavoro, lo ingaggio’ per le importanti opere che poi il Chini realizzo a Bangkok). Casomai il “sistema” approfitta ed ha approffittato di tale caratteristica per fare della Biennale uno dei suoi “punti di forza”. Ma la Biennale e’ ultracentenaria e quello che io mi chiedo e’ se non sia giunto il tempo di “ripensare” alla sua “funzione” e nel far cio’ creare i presupposti per un suo “affrancamento” dal “sistema”.
      E’ ovvio che chinque al “sistema” creda, lo sostenga o ne tragga beneficio, dara’ alla mia domanda una risposta assolutamente negativa.
      Chi lo avversa, oggi, appartiene ad una delle due seguenti categorie:
      – quelli che lo “avversano” solo “strumentalmente” per farsi notare e per “trovarne la via d’accesso” e questi, ovviamente, diranno che “si… forse… magari…pero’…” e lasceranno cadere la domanda, per concentrarsi sul “meccanismo” di nomina del Direttore, argomento che a loro, ovviamente, interessa molto di piu’
      – gli altri, quelli che veramente vorrebbero “cambiare” il “sistema”, che ritengo saranno interessati alla mia domanda ma che, inutile nasconderselo, hanno ben poco “potere” per far si’ che le risposte ad essa finiscano per avere pratica rilevanza.
      Quel che mi ha fatto veramente piacere e’ stata la posizione di Gillo Dorfles di cui riporto integralmente il passo che segue (non tanto per te che certamente lo hai letto quanto per chi non lo avesse fatto):

      ” A questo punto non può mancare un cenno al padiglione italiano così trascurato nelle precedenti edizioni, potenziato e «moltiplicato» per merito di Vittorio Sgarbi. Il cui impegno appare molto positivo e adottabile anche per il futuro perché ci permette finalmente di rovistare nella «conoscenza artistica» degli «uomini di cultura» nostrani. Il fatto che l’esperimento sia solo parzialmente riuscito è dovuto a due ragioni: sono ben poche le persone al corrente con l’arte contemporanea del nostro Paese; da qui la presenza tra gli artisti segnalati o delle personalità del tutto inette o di quelle già troppo celebri per avere diritto alla selezione (come ad esempio nel caso di un Perilli o di un Novelli). Se, invece, i selezionatori in futuro fossero scelti già con una certa selezione, pur appartenendo all’ambiente laico, allora Sgarbi avrà davvero realizzato un vero e proprio «esame di maturità» circa i gusti, le preferenze e l’incultura del nostro Paese.”

      http://www.corriere.it/cultura/11_giugno_12/dorfles_pop-kitsch-lampi-colore-biennale_1e6ff8ec-94c5-11e0-b80f-3da7c892fae6.shtml

      Mi pare che siamo molto lontani dalle critiche “urlate” e dai trancianti giudizi di “che schifo”, “che vergogna”, “la brutta figura internazionale” di cui si sono riempiti i commenti di questa e di altre pubblicazioni, mi pare che Dorfles nulla dica dell’allestimento o del “risultato estetico” ne’ della qualita’ complessiva dei lavori mentre giudica, evidentemente, in maniera positiva l’idea, auspicando che essa venga ripetuta in futuro.
      Magari le mie idee saranno idee balzane, ma scoprire di condividerle con Gillo Dorfles e’ per me estremametne consolante e soddisfacente.

      Sugli altri argomenti che sollevi: selezione delle “collaterali” e ritorno del Padiglione Italia (sede principale ;-) , s’intende) al Palazzo delle Esposizioni mi trovo pienamente concorde

      • Cristiana Curti

        Caro Luciano, permettimi di dire innanzitutto che è un piacere discorrere con te anche se da sponde opposte di pensiero.
        La questione annosa del “sistema” è per me – da sempre – una falsa questione.
        La mafia degli incarichi e delle prebende è cosa che, purtroppo, non stupisce e non scandalizza né in italia né all’estero (dove il malcostume esiste, anche se meno evidente e meno maasivo). Ma io, pensa un po’, non sono convinta che sia il cuore del problema.
        In primo luogo, e a scanso di equivoci, devo ripetere che l’operazione di Sgarbi mi sembra tutto che tranne “fuori dal sistema” (anzi, semmai tendente a formarne uno parallelo e contiguo esattamente fotocopiato dall’ “originale”, per prendere una fettina di potere in un campo ancora poco arato dal nostro…) e che anche Dorfles (esatto, proprio l’amatissimo!) abbia preso una gran cantonata quando parla di “selezionare i selezionatori”. Sulla carta è tutto così “fresco”, ma in realtà è un persistente svicolare dalle responsabilità culturali.

        Io sono ligia alle regole, in genere; ma non suddita. Non mi sento costretta da alcun paletto. Sub lege libertas (se ne sente parlare così tanto…).

        La vera rivoluzione del “sistema” si farebbe solo con l’orgoglio della qualità (intellettuale, culturale, critica, e perché no, anche etico-filosofica).

        La selezione di artisti “fuori dal coro” da presentare in Biennale potrebbe essere fatta solo da chi ha mente libera e grande cultura, non da chi finge di “democratizzare” e svilisce il criterio, il giudizio, il pensiero. Qual è il pensiero critico – debole o forte – di Sgarbi in merito a questa sua operazione che tanto fa discutere “gli altri”? Nessuno, non esiste.
        Hai senz’altro ragione quando affermi essere la Biennale la postazione ultima di un certo circuito di evidenze già emerse, e che abbia innegabilmente una declinazione “fieristica”, ma essa nasce proprio nell’alveo delle grandi Esposizioni Universali di fine ‘800 e non sembra che la sua formula infastidisca gli altri competitori, tranne noi.

        La questione, che si incardina sulla tua, della bontà (almeno teorica) della grande kermesse dei 1400 (ma quanti sono alla fine?) posta da “Peppino” vale una risposta che tu hai già compiutamente dato.
        Ma oltre a questo, aggiungo: posto che temo in pochissimi potranno verificare di persona la bontà delle proposte “diffuse” fuori da Venezia, che differenza c’è fra questa operazione assai demagogica e una banale esposizione on line di una rosa di prescelti rappresentanti regionali? Tanto andrà da sé che i più curiosi potranno godere di ciò che non è nel proprio territorio solo attraverso internet. Perché allora dovrebbe essere questa un’operazione nuova o valida di per sé? Ti e mi rispondo: perché ha un brand che implicitamente tutti noi valutiamo come importante che lo si voglia o meno, e il brand è la Biennale di Venezia. Io preferirei utilizzarlo in modo più colto e non svenderlo come tanto patrimonio di cultura in Italia. Preferisco rispettarlo che modificarlo, perché non vedo che male abbia portato né quale sia il suo presunto cancro.

        E rigiro la domanda – ribaltandola – a Peppino, così forse sarà più chiaro quello che penso: Sgarbi avrebbe mai ideato, su commissione del Ministero, una “mostra diffusa dell’arte contemporanea italiana” anche potendo ottenere più mezzi, più visibilità, più appoggio organizzativo, più tempo, A PATTO CHE NON FOSSE POSTA SOTTO L’EGIDA DELLA BIENNALE (e magari non fosse legata, come era all’inizio, la curatela del Padiglione Italia, tanto che si temette di perdere il curatore a un mese dalla vernice, alla carica di Soprintendente)? Io credo proprio di no, anzi ne sono sicura. E temo quindi che anche l’idea del padiglione diffuso defunga sotto questa banale considerazione.

        Diverso però, ancora, è il tuo approccio: tu vorresti un cambiamento, ma perché questo avvenga (e NON tutto poi rimanga uguale a prima) è necessario formare culturalmente pubblico e “addetti”. Tornare a studiare, a vedere, a viaggiare, a mettersi in relazione con l’esterno. Non sopporto la chiusura dei pensieri autarchici, l’ho già detto, e non temo l’inquinamento della cultura “foresta”, SE SONO CONVINTA CHE LA MIA ABBIA PARI VALORE.

        Da noi manca molta strada da fare, non solo fra i Direttori di Musei d’Arte Contemporanea (in effetti un settore lasciato ancora un poco all’improvvisazione e che in altri ambiti – ad esempio l’archeologia – non ha certe lacune e cedimenti così visibili) ma anche fra il pubblico.

        Non sembri un insulto: anch’io sono pubblico. La nostra è la patria dell’Antico, io mi sono – come altri fra noi – formata su questo. E’ un patrimonio straordinario, che ha attinenza con il contemporaneo ma non può avere lo stesso linguaggio e lo stesso approccio. E’ giusto che si impari un linguaggio nuovo nel proporre e nello scegliere arte contemporanea. Il critico deve fare un lavoro che non può essere assimilato a quello del conservatore museale. Ma che ha a che vedere con l’indagine a 360° e con la conoscenza (oggi più che mai necessaria) dell’arte globale.

        E’ vero che ci sono studiosi qualificati da noi per essere ottimi curatori del Padiglione Italia, ma l’idea che anche gli “operatori della cultura” (compresi gli scarni e poco professionali mezzi di comunicazione) ne hanno non collima con la realtà di una ricerca seria, perché per troppo tempo siamo stati “sudditi” di una modalità di apprendistato da norme a noi estranee e non ben comprese, selezionate né digerite. Ma la “gente giusta” c’è. Si cerchi fra chi studia ancora e non teme di continuare…
        E’ proprio il selezionatore che deve cambiare.

        • Cara Cristiana, non e’ piaggeria se ti ricambio l’affermazione di trovar sincero piacere nella discussione con te, e non direi che siamo su “fronti opposti” forse, semplicemente che ci poniamo problemi diversi (magari anche perche’, in questo “piccolo mondo dell’arte” ci siam scelti ruoli diversi). Questo detto, se permetti vado aventi nelle precisazioni e nei chiarimenti:
          – non penso assolutamente che il “sistema” sia clientelare solo da noi (vivo e lavoro all’estero per buona parte dell’anno e “giro” per il mondo il piu’ possibile), il “sistema” e’, piu’ o meno, lo stesso dappertutto (magari con “pressi un po’ piu’ “virtuose” e consolidate… ma alla fin, fine …) e, sia chiaro, sono convinto che lo sia praticamente sempre stato.
          – non ho nessuna paura di confrontarmi con le culture altre, lo faccio quotidianamente e, pur essendo fiero della mia, sono sempre disposto e felice di “imparare” dagli altri, se trovo idee e situazioni migliori delle “nostre”.
          – non sono un “ammiratore” di Sgarbi, tutt’altro, ho sempre ritenuto che di “arte contemporanea” ne capisca proprio poco, a me interessa l’idea che lui ha messo in campo.(involotariamente?, per suoi reconditi motivi? per fini immaginabili anche se non confessabili?… questo a me non importa perche’, come ho detto, m’importa solo l’idea)
          – perfettamente d’accordo sulla necessita’ di educare e di migliorare la “qualita’ intelletuale, culturale, critica e perche’ no anche etico-filosofica”… ma questo e’ evidentemente compito che esula dalle possibilita’ del singolo e che non viene certo risolto con le “buone regole”. Ma anche se la qualita’ media del mondo dell’arte contemporanea (artisti/critici/curatori/spettatori) fosse di assoluta eccellenza il problema pratico insito nel sistema, si ripresenterebbe puntualmente, perche’ la domanda e’ : come fare perche’ dato un certo “curatore” o “direttore” non siano prevedibili al 75-80% i nomi degli artisti che esporra’? E’ possibile pretendere che quel signore se ne vada per l’Italia (novello Soldati… ma lui andava solo lungo il Po’) alla ricerca del nuovo, dello sconosciuto, del locale interessante? Certo si potrebbe tornare alle “mostre regionali” di fascista memoria ma servirebbe? O sarebbe solamente una “serie B”, un “regalino” a quelli che Politi chiama con sprezzo gli artisti della domenica (ma anche lui, se hai letto le risposte ai lettori di maggio, sul Padiglione Italia esprime un giudizio sostanzialmente positivo, anzi apparentemente entusiastico, anche se con motiazioni che personalmente non condivido)
          Perche’ alla fin fine il problema di cui io, Peppino e molti altri, stiamo parlando e’ un problema di “detenzione del potere e suo esercizio”.
          E’ qui che l’idea sgarbiana puo’ rappresentare un elemento di scardinamento. Vediamola un attimo : vengono identificati un certo numero di intellettuali e di “curatori” locali cui si affida il compito di “nominare” uno o piu’ artisti (l’idea potrebbe essere migliorata, ovviamente, intanto facendo chiaro che sono esclusi tassativamente parenti, congiunti ed affini e poi, per esempio, chiedendo ai “nominatori” di enunciare pubblicamente ed in modo articolato ed argomentato, le ragioni che hanno determinato la scelta). Il primo risultato, il piu’ banale e’ quello di far comunque “emergere” un panorama “diverso” e piu’ “fresco” da quello piu’ noto e piu’ scontato, anche se magari piu’ “prestigioso”.
          Il secondo risultato, per me piu’ importante, e’ quello di far scemare il “potere” dei “padrini” del sistema (e’ vero, creandone una miriade di nuovi, ma ovviamente diversi di biennio in biennio e quindi “diffondendo” la “detenzione e gestione” del potere … non voglo parlar di “democratizzazione” perche’ l’arte, a mio parere, ha, e sarebbe bene che avesse, poco a che spartire con i “sistemi politici”… ma, tecnicamente, l’allargamento della piattaforma di chi “esercita potere” porta la “tirannia” alla “oligarchia” e l’oligarchia alla democrazia ed allarga i meccanismi di autocontrollo e di bilanciamento)
          E’ qui che entra in campo, per me, la riflessione su che cosa vogliamo che sia la Biennale.
          Sia chiaro, non che ritengo la Biennale “fiera campionaria di eccellenze” un male in se’, mi chiedo solo se non sarebbe piu’ utile, proprio a quell’innalzamento della qualita’ intelletuale, culturale, critica e perche’ no anche etico-filosofica, di cui si diceva, un suo coraggioso cambiamento fisionomico.
          Tu dici che i padiglioni Regionali sarebbero visti solo dai “regionali”, appunto, e che, per gli altri, finirebbero per essere solo “una mostra virtuale su Internet” (cosa che per altro io non disprezzo avendone fatte piu’ d’una), ma oggi chi vede la Biennale di Venezia? Quanti possono affrontare da Napoli, da Cagliari, da Bari, da Enna il viaggio ed il soggiorno a Venezia? Forse che avendo un padiglione Regionale non ci sarebbero piu’ spettatori che andrebbero a visitare almeno quello? E pensa un attimo alla promozione all’estero: oggi l’arte Italiana all’estero deve trovale uno dei “soliti” canali per mostrarsi (e siamo ancora al novero dei “soliti noti”) mentre con i Padiglioni Esteri si creerebbero tante “vetrine” che, ti posso assicurare, non sarebbero “ignorate” dal pubblico sia locale che italiano all’estero. Non costituirebbe questo un “visto che il pubblico non va’ (molto) all’arte contemporanea, portiamo l’arte contemporanea al pubblico” ? (Maometto forse non era un grande teologo ma certamente un eccelso pragmatico, si)
          E’ indubbio che, cosi’, la Biennale verrebbe ad avere un diverso “significato” e forse perderebbe anche un po’ dell’aura che si e’ creata e che mantiene imperterrita da piu’ di cent’anni… ma forse no, ma forse darebbe il via, come lo diede alla nascita e diffusione delle Biennali nel mondo, ad un nuovo modo di concepire e di realizzare una Biennale e se questo accadesse anche tanti altri problemi legati oggi al “sistema arte contemporanea” cosi’ com’e’ (dalla sua sostanziale “distanza” dal vasto pubblico ai problemi legati a mercato, prezzi, collezionismo, musei ecc. ecc.) potrebbero iniziare ad essere, se non risolti, almeno pensati in un’ottica diversa.
          Sogno? Illusione? Forse e’ solo la sragionevolezza dell’eta’ ma, come ti ho detto leggere il commento di Dorfles (che, almeno lui, di anni ne ha un bel po’ piu’ di me e se ragiona ancora cosi’ lucidamente… chissa’, magari c’e’ speranza anche per me ;-) ) mi ha fatto piacere e non direi che ha preso una cantonata parlando di “selezionare i selezionatori” perche’ proprio questa sarebbe invece la mossa vincente !

  • …i musei sono loughi di morte e chi li gestisce degli zombi!! vecchiume, mafietta, privilegio economico per pochi…

    • SAVINO MARSEGLIA (curatore indipendente)

      LE CAPPELLE FUNEBRI DELL’ ARTE CONTEMPORANEA
      Cara Fancesca, concordo con te. Se i musei italiani d’arte contemporanea sono luoghi lugubri, la colpa non è certo delle opere, ma di chi le ha volute in collezione. Perciò, se il museo è un luogo di morte, la responsabilità è di chi lo dirige e di chi ha concorso a renderlo tale. L’anima di un museo d’arte contemporanea, non si identitfica solo con i capolavori esposti, ma con una coscienza e una visione dell’arte, accompagnata dal senso critico del pubblico. Non penso che la cultura e l’arte siano solo una mera questione di capolavori, di soldi o d’immagine. Credo che non sia soltanto questo. I responsabili di musei, dovrebbero fare in modo che l’arte e la cultura sia diffusa con i giusti canali alla partecipazione del grande pubblico e non al solito esiguo pubblico dell’arte. Chi frequenta i musei italiani, non può certo negare di trovare sempre gli stessi visitatori. Sono come “le mucche di Fanfani”, che si spostano da una fattoria all’altra, ma sono sempre le stesse mucche. L’autorefenzialità-burocratica gestionale e l’incapacità di diffondere l’arte e la cultura per avvicinare il grande pubblico, non può che produrre la morte di questi musei nostrani. La responsabilità non è certo dei cittadini, degl’artisti, ma di chi gestisce simili strutture pubbliche con i soldi dei cittadini. Questi musei si presentano accatafalcati su se stessi, perchè sono luoghi malati, privi di vita di linfa propria, Mentre, l’arte è una forza vitale e crtica che cerca di interpretare la realtà. Tutto sommato, un’opera d’arte che all’aria aperta, vive meglio di un’opera – feticcio, imbalsamata e imprigionata dentro un loculo museale. Credo che il nostro .presente non ha più bisogno di “cimiteri dell’arte”, come dicevano i futuristi, ma di arte legata alla vita.
      E’ significativo che queste figure che gestiscono i musei pubblici, siano ancora oggi rivendicate e difese dalla classe morta, cioè proprio dai politici che dovrebbero eliminare gli sprechi.
      Con simpatia