Top e Flop: il meglio e il peggio di Manifesta 12 nella nostra classifica

Ecco cosa ci ha convinto e cosa no della settimana dell’arte di Palermo. Tra mostre, eventi, party e piccoli accorgimenti sulla città. E voi che cosa ne pensate?

1. TOP- IL FIORIRE DI INIZIATIVE COLLATERALI

Alterazioni Video, Viadotto, Mussomeli, Caltanissetta , 2018

Se le location che hanno ospitato le mostre principali della biennale hanno catturato l’attenzione di stampa e visitatori facendo passare, in molte circostanze, in secondo piano gli interventi artistici, è anche vero che durante i giorni di preview e opening di Manifesta la città è stata un pullulare di mostre, e molte ancora inaugureranno nei prossimi giorni. Tra Eventi Collaterali e off, alcuni appuntamenti hanno convinto particolarmente, trovando consensi tra addetti ai lavori e non. Qualche esempio? Incompiuto. La nascita di uno stile di Alterazioni Video presso la Chiesa di San Mattia ai Crociferi, e Caudu e Fridu, l’installazione di Massimo Bartolini a Palazzo Oneto di Sperlinga, entrambi Eventi Collateralidella Biennale. A questi poi si aggiunge un ricco programma di mostre off  che ha animato diversi luoghi della città, dai grandi progetti, ad esempio quelli ospitati a Palazzo Mazzarino, a piccole interessanti iniziative curatoriali, come Cassata Drone, OZIO, nel bellissimo Teatro Ditirammu, oppure Sivilization’s Wake, la nuova video installazione di Stephen G. Rhodes e Barry Johnston, a cura di Marianna Vecellio, solo per citarne alcuni. O la mostra di Shozo Shimamoto alla Fondazione Sant’Elia e il bellissimo progetto sulla Mafia di Eva Frapiccini, all’Archivio Comunale di Palermo.

2. TOP- L’ATMOSFERA

Santa Maria dello Spasimo, Palermo, photo Desirée Maida

C’è poco da fare: Palermo vince tutto. La qualità e la quantità della partecipazione che la città ha dimostrato in questa occasione è indiscutibile. Con i progetti, con il pubblico che ha letteralmente inondato non solo le mostre, ma anche le performance partecipative, con l’atmosfera serena e rilassata che ha reso questa settimana dell’arte quasi una festa durata giorni (e notti), in una città affascinante, sensuale, pulita, attenta, colta, partecipe. Con una qualità elevata delle persone, delle discussioni, dei giovani. Una festa che ha battuto anche Manifesta stessa, nonostante la pioggia dei primi due giorni.

3. TOP – LE FESTE

Invernomuto_ph. Roberto Moro

In una bella atmosfera di festa, non sono mancate… le feste. Ce n’era una ogni sera, a volte più di una, e tutte frequentatissime. File lunghissime per entrare a Villa Bordonaro ai Colli, dove era stato organizzato il party di Absolut, fiumi di gente da Alterazioni Video, code all’opening party di Manifesta a Piazza Magione, per non parlare della bellezza dell’After Party del Nautoscopio di Palermo, direttamente sulla spiaggia, con Invernomuto alla consolle a fare il dj. E che dire dei party a pranzo e a cena nei palazzi patrizi della città, innaffiati dai vini di Berlingeri, Planeta, Ruinart? Indimenticabile.

4. TOP – GLI INTERVENTI DEI MASBEDO (E DI ANCARANI)

Alcune immagini degli interventi di Masbedo a Manifesta 12 a Palermo

Abbiamo fatto la prova. Abbiamo chiesto a tutti gli operatori culturali in città che abbiamo incontrato “cosa ti è piaciuto di più?”. La risposta era spontanea, immediata e priva di alcun dubbio: l’intervento dei Masbedo. Abbiamo parlato lungamente qui delle installazioni collocate all’Archivio di Stato e Palazzo Costantino. Insieme a Yuri Ancarani, con il suo Whipping Zombie, un racconto che parte da Haiti e giunge fino a noi, i Masbedo hanno saputo dimostrare la grande salute di cui gode la videoarte italiana. E questo è veramente top e senza prezzo: uscire da una biennale con la consapevolezza che i nostri artisti si sono fatti realmente valere.

5. TOP -LA SCOPERTA DI PALAZZO BUTERA

Palazzo Butera

È tra le venues più apprezzate e visitate, e non solo per la bellezza del luogo, ma anche per la mostra che in essa è allestita, forse l’unica vera “mostra mostra” dentro Manifesta 12. Dalla eccentrica (e parecchio fotografata!) carta da parati dei Fallen Fruit, alle più impegnate installazioni di Maria Thereza Alves, Uriel Orlow, Melanie Bonajo, Renato Leotta e Sergey Sapozhnikov: stiamo parlando di Palazzo Butera, maestoso edificio settecentesco che si affaccia sul mare che ospita la biennale, ma soprattutto, dimora – e molto presto anche museo – di proprietà di Massimo Valsecchi, imprenditore lombardo che ha deciso di portare a Palermo la sua importante collezione di arte antica e contemporanea per renderla fruibile al pubblico. Un progetto ambizioso che forse, più di Manifesta, rappresenta la vera svolta per Palermo, ponendola ufficialmente sotto i riflettori dell’art system internazionale battezzandola come città in cui è possibile per investitori privati fare progettualità culturale a lungo termine e di altissima qualità. E chi lo sa, forse in futuro potrà essere di stimolo per altri imprenditori e collezionisti…

6. FLOP- UNA BIENNALE RETORICA?

Marinella Senatore, Palermo Procession, immagini della performance svoltasi a Palermo il 16 giugno 2018 in occasione di Manifesta 12

Il Giardino Planetario. Coltivare la coesistenza è il tema scelto dai curatori di Manifesta per la 12esima edizione della biennale, una riflessione sui fenomeni (e le contraddizioni) sociali, politici e ambientali del mondo odierno. Migrazione, razzismo, integrazione, identità, sostenibilità sono gli argomenti attorno a cui ruotano i (tanti) video e le installazioni in mostra, opere che si chiedono se sia possibile, oggi, trovare soluzioni di “coesistenza”. Ma la risposta, almeno a Palermo, sembra sia stata già trovata: il sincretismo culturale della città, la presenza e la convivenza di comunità etniche provenienti da qualsiasi parte del mondo e soprattutto la politica dell’accoglienza e dell’apertura su cui poggia la vision dell’amministrazione sono già una risposta a queste domande che, alla luce dei fatti, potrebbero sembrare anche retoriche o scontate. Almeno a Palermo, in altri contesti forse non ancora. Forse anche per queste ragioni, le processioni “pagane” di Jelili Atiku e Marinella Senatore, per quanto molto apprezzate e partecipate, non hanno sorpreso o scosso particolarmente i palermitani: il centro storico della città è, quasi tutti i giorni, palcoscenico di processioni religiose organizzate dalle tante comunità etniche che vivono a Palermo, per non parlare poi delle attività delle associazioni locali spesso impegnate in manifestazioni e cortei che coinvolgono gli abitanti del multietnico centro storico.

7. FLOP – LE IMMANCABILI (E INUTILI) POLEMICHE

Manifesta 12. Strategia dell’intervento. Palermo Atlas (c) OMA

Nonostante le perplessità su alcune soluzioni curatoriali e sul lampante problema del rapporto-scontro tra le sedi e le opere in esse messe in mostra, altre ne sono state sollevate e per questioni che hanno poco a che vedere con temi legati all’arte. In una Palermo che, al suo debutto nell’art system internazionale, appare agli occhi degli stranieri bella, interessante e soprattutto piena di risorse ancora da investire, sono proprio i palermitani, per fortuna solo una parte, a lamentarsi della vision, portata avanti dall’amministrazione di Leoluca Orlando, di far crescere Palermo investendo sulla cultura. “Con tutti i problemi che ha Palermo si pensa a fare le mostre”, è tra i commenti più gettonati da mesi. È indubbio che la città abbia ancora molto su cui lavorare, ma considerati i risultati raggiunti negli ultimi anni, sembrerebbe proprio che la strada sia proprio quella giusta.

8. FLOP – LE SEDI MATRIOSKA

Marcin Dudek, Giochi senza frontiere, 2018. Installation view at Palazzo Mazzarino, Palermo 2018

Sarà che, se volevi stare nel centro storico, le opzioni non erano infinite. Così è successo che, per aggiudicarsi uno spazio, si son fatti compromessi talora esagerati. Parliamo delle tantissime mostre collaterali durante Manifesta 12, quelle organizzate prescindendo dalla stessa Manifesta. Ad esempio, a Palazzo Mazzarino – ve lo abbiamo raccontato– c’erano ben quattro mostre: le installazioni di Per Barclay e quella di Marcin dudek, e poi le collettive curate rispettivamente da Vincenzo Schillaci e Lorenzo Benedetti. Ancora più complicato capire dove iniziasse una mostra e dove finisse la precedente a Palazzo Oneto di Sperlonga: al piano -1 un video di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, al piano nobile e a quello superiore l’installazione di Massimo Bartolini, la personale di Michele Guido, una collettiva intitolata Ghostspace e probabilmente anche qualcos’altro. Too much.

9. FLOP – IL BIGLIETTO DA VISITA DELLA CITTÀ

Il Teatro Massimo di Palermo

Il biglietto da visita di una città è la sua raggiungibilità, soprattutto dall’aeroporto. Come si arriva a Palermo da Punta Raisi? “C’è un trenino, forse”, dicono gli abitanti. Ed è tutto un programma. Poi c’è l’autobus, che si inabissa in autostrada, bloccato dal traffico “normale” o in versione deluxe quando i palermitani vanno e tornano al mare di Mondello. E poi, ancora, ci sono i taxi: quelli che ti dovrebbero portare in città con una flat rate di 35-40-45 euro a seconda delle zone. Peccato che poi scatti la consueta, tristissima pantomima volta a derubare il turista: a noi hanno provato a spillare 70 euro all’andata, mentre al ritorno abbiamo optato per lo sharing taxi, idealmente perfetto (7 euro a persona), peccato che poi “c’è traffico”, “devo fare una strada più lunga”, “siete soltanto in cinque”, “se siete cinque allora non sono più uno sharing taxi”. Insomma, un servizio pessimo reso alla città e alla sua reputazione. E poi c’è la ricettività: tantissimo ancora da fare. Se pensate che sulla terrazza dell’Hotel Ambasciatori, probabilmente la più clamorosa della città, si serve l’aperitivo con contorno di patatine del discount mollicce, e se le confrontate con il bendidio che viene spadellato e fritto ogni 5 metri alcuni piani di sotto. Palermo deve capire che questo è il momento di cambiare e di migliorare salendo di livello sull’accoglienza dei turisti. Le potenzialità sono gigantesche e vanno colte mettendosi a remare tutti dalla stessa parte.

10. FLOP – IL RAPPORTO TRA OPERE E SEDI

Oratorio di San Lorenzo, Palermo

Chi ha scelto le location di Manifesta 12 ha fatto davvero un ottimo lavoro. Sarà anche la sovrabbondanza di bellissimi spazi di cui è dotata, ma spesso il rapporto tra venue e opere ospitate era veramente impari. Tanto da sopraffare lo spettatore che poi in fin dei conti era venuto a vedere una mostra d’arte contemporanea. Senza nulla togliere alla bravura degli artisti coinvolti, ma in alcuni casi (ad esempio l’Oratorio di San Lorenzo o la Chiesa dello Spasimo) la relazione tra opera e contesto non era efficace. Il risultato? La visita è diventata l’occasione per scoprire luoghi forse meno battuti dalle rotte turistiche. E forse va anche bene così…

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