Un articolo sul Foglio, rispolverato dopo diverso tempo, scatena la bagarre sulla bacheca Facebook di Giorgio de Finis. Il tema è sempre lo stesso: sarà lui il nuovo direttore del Macro? Il MAAM può essere un modello per un’istituzione museale? Tra polemiche, frecciate e risentimenti, ne riparliamo. E diciamo la nostra.

È una voce insistente, che gira ormai da mesi tra i corridoi dell’art system italiano, capitolino soprattutto. Indiscrezioni date per anticipazioni quasi certe, che non pochi malumori hanno destato; pochissimi, invece, quelli che il malcontento l’hanno dato a vedere. In questi casi è buona norma lamentarsi in privato, durante un opening, a una cena, per strada. Il dissenso così si perde nel rumore di fondo delle solite conversazioni sbiadite, nella nebbia del chiacchiericcio anonimo e dunque inoffensivo.

PER UN’IDEA DI MUSEO, TRA BERGAMO E DE FINIS

Che Giorgio De Finis – antropologo, curatore, regista, anima del MAAM – potrebbe diventare il prossimo direttore del Macro lo sanno pure i muri. La “notizia” ha rallegrato molti, ma ha scontentato altrettanti. Che c’entra l’ideatore di uno spazio occupato, gestito dal basso come un centro creativo underground, col museo d’arte contemporanea della Capitale? Niente, in effetti. E a dire il vero nessun segnale chiaro è mai arrivato, in questo primo anno di amministrazione grillina, durante la quale il Macro – saltata l’ex direttrice Federica Pirani – è rimasto privo di una guida apicale e di una progettualità organica a lungo termine.

MAAM - Ludoteca. Ritratto dell’ideatore e direttore artistico del Maam, l’antropologo, artista e filmaker Giorgio De Finis - photo Giuliano Ottaviani
MAAM – Ludoteca. Ritratto dell’ideatore e direttore artistico del Maam, l’antropologo, artista e filmaker Giorgio De Finis – photo Giuliano Ottaviani

E però gli indizi ci sono tutti. L’assessore alla Cultura e vicesindaco Luca Bergamo è amico di lunga data e sincero estimatore di De Finis – erano addirittura compagni di scuola –, tanto che lo si è visto prendere parte a diversi appuntamenti presso l’ex struttura industriale, dal 2007 casa di decine di abusivi di varie etnie, poi divenuta sede del Museo dell’Altro e dell’Altrove Metropolitz: occupanti e artisti convivono, in quello che è un esperimento di meticciato ludico-culturale in progress. Qui Bergamo è di casa, mentre più di rado lo si è visto tra fondazioni, gallerie private, spazi non profit “legali”.
Cosa si trova al MAAM? Tanta street art, installazioni, dipinti, sculture, per una cifra estetica improntata all’horror vacui, alla sedimentazione, a un certo spontaneismo, alla cooperazione e all’azione sociale, alla rilettura anarchica dei luoghi mediante tracce eterogenee, percorsi rizomatici, diversità in transito e nomadismi metropolitani.
Un modello che Bergamo ha spesso lodato e che ha identificato come “affine” al suo Macro ideale. È così che lo immagina, l’assessore, il museo di via Nizza: non più votato solo alle mostre, ma ripensato come laboratorio di produzione, un luogo in cui sia prioritaria la partecipazione dei cittadini, in cui ogni artista lavori in relazione al contesto, in cui la spinta sociale resti in primo piano. Un museo molto più “abitato”, orizzontale e comunitario, nient’affatto verticistico, non legato a format istituzionali consueti, poco proteso alla dimensione espositiva. Visione non priva di spunti interessanti. Da capire però con quali contenuti, competenze, strategie.

MAAM - Cortile esterno. Un bambino sulla sua bici. Sullo sfondo la torre di Metropoliz con in cima il telescopio di Gian Maria Tosatti - photo Giuliano Ottaviani
MAAM – Cortile esterno. Un bambino sulla sua bici. Sullo sfondo la torre di Metropoliz con in cima il telescopio di Gian Maria Tosatti – photo Giuliano Ottaviani

L’ANTROPOLOGO SQUATTER E LE PRIME IDEE SUL MACRO

Lo scorso febbraio lo storico dell’arte Gabriele Simongini criticava duramente le politiche di Bergamo in un articolo sul Tempo, condannando tra le altre cose quest’idea del MAAM assurto a “modello di abusivismo culturale”, concetto ripreso di recente in un secondo intervento sullo stesso quotidiano.
Il 29 marzo, sulle colonne di Repubblica, Carlo Alberto Bucci definiva invece De Finis l’”antropologo squatter”, in riferimento allo spazio squattato (occupato) sulla Prenestina: l’espressione “bucò”, per dirla in termini televisivi, con tutta la sua sottile carica polemica. Quindi Bucci ripescava un’intervista uscita nel 2014 su Artribune, in cui il curatore del MAAM – già ai tempi segnalato da Gian Maria Tosatti come ottimo nome per il Macro, in una lettera a Flavia Barca – spiegava come avrebbe gestito il suo museo: “Proverei innanzitutto a capire se il Macro è in grado di essere trasformato in un museo ‘reale’, in un luogo ‘vivo’, vale a dire un museo ospitale, permeabile, libero, leggero, utilizzabile, multidisciplinare… ‘residenziale’ secondo il decalogo proposto da Cesare Pietroiusti. In qualcosa di molto simile al MAAM, per capirci. Poi, cercherei l’aiuto degli artisti e del mondo della cultura (quella vera, non quella che spacciano per tale la società di massa e dello spettacolo) per dare vita a un progetto che sia davvero collettivo, un luogo di vera sperimentazione, aperto alla e della città. Un luogo capace di funzionare come uno spazio occupato (penso al MAAM ma anche al Teatro Valle Occupato)”.  Perfettamente in linea con le attuali dichiarazioni di Bergamo.

Manuel Orazi, foto via Il Messaggero
Manuel Orazi, foto via Il Messaggero

L’ARTICOLO SUL FOGLIO

Lo scorso 23 aprile arrivava un’altra voce sulla stampa. Durissima. Due le firme per Il Foglio: Fancesco Parisi, incisore, docente all’Accademia di Belle Arti di Macerata, storico dell’arte, curatore della grande mostra sulla Secessione in Europa, attesa dal prossimo settembre a Palazzo Roverella, Rovigo; e Manuel Orazi, saggista e docente di Teorie e Storia dell’Architettura all’Università di Bologna, di recente coautore insieme a Yona Friedman del volume “The Dilution of Architecture”.
Titolo dell’articolo: Uno vale uno. Vogliono far dirigere il MACRO a un videomaker. Il videomaker sarebbe De Finis – che in realtà ha altre qualifiche – e quell’“uno vale uno” rimanda subito alle retoriche pentastellate su democrazia diretta, equità del movimento, gestione partecipata della politica. Discorsi ampiamente smentiti dai fatti, ma assai poco credibili già nella teoria. Ad ogni modo, da qui partivano gli autori per lanciare uno j’accuse contro il MAAM e contro l’idea equivoca di una democratizzazione dell’arte, spogliata di reali eccellenze e meriti, ma alla fine sempre ruffiana col potere: orientata al successo e desiderosa di conquistare il sistema.
L’ipotesi di un Macro a conduzione De Finis veniva quindi definita come una “disgrazia”. Un atto che “certificherebbe non solo la fine delle competenze, ma anche la triste funzione odierna della politica: quella di un eterno intrattenimento a sfondo propagandistico che a Roma premierebbe i soidisant artisti di quartiere, come i disoccupati organizzati napoletani, invece che gli artisti che ancora osano dipingere o scolpire facendo la trafila nazionale e internazionale, ovvero gli occupati disorganizzati”.

Francesco Parisi, Anticoli Corrado (Roma), gennaio 2015. Foto di Juan Lemos via Facebook
Francesco Parisi, Anticoli Corrado (Roma), gennaio 2015. Foto di Juan Lemos via Facebook

L’articolo era passato sotto silenzio. Ma è bastata in questi giorni una condivisione sulla bacheca Facebook di De Finis per scatenare l’inferno a scoppio ritardato. Ed ecco la classica claque social lanciarsi compatta contro i due autori: incompetenti, supponenti, pietosi, ignobili, mentecatti... Una raffica di commenti indignati da parte di amici e conoscenti.
Ma perché tanto astio? Per la posizione intransigente verso lo stesso De Finis. Ma soprattutto per quel tono canzonatorio che sbeffeggiava un intero ambiente culturale: l’umanità a misura del MAAM – e domani del MACRO, chissà – sarebbe composta da artisti falliti, “disoccupati dalle lunghe barbe con gli anfibi slacciati”, attivisti con l’anima “meticcia” e l’accento borgataro, “curatori indipendenti con Moleskine d’ordinanza, molti anelli alla mano, pantaloni a sigaretta, risvoltino e mocassino senza calze”. Tanti hipster-freak accomunati dal “vorrei ma non posso”, tutti a imbastire mostre disseminate di “televisori per terra”, di “catene di biciclette arrotolate a spirale, impalcature di tubi innocenti fatte passare per sculture”. E l’arte? Definitivamente tramontata. Lo scenario dipinto dai due editorialisti è fatto di mode, di pose, di un neoconcettuale svuotato di senso, opera di una borghesia antisistema per convenzione, antagonista per disperazione, antigovernativa per preconcetto. Facile scorgere, fra le righe, il riferimento a una certa ex sinistra radicale che in qualche caso, senza imbarazzi, guarda a Grillo e si accomoda sul carro.

Un murale di Sabrina Dan al MAAM
Un murale di Sabrina Dan al MAAM

ARTE SOCIALE. QUANDO, COME E PERCHÉ?

Ora, al di là dei passaggi più estremi e pittoreschi, il pezzo si fa interessante quando dice, ad esempio, che “ai veri artisti non interessa nulla dei problemi sociali: se li usano è per farne opere d’arte e non opere di bene“. Concetto complesso, liquidato troppo facilmente: se è vero che i linguaggi del contemporaneo procedono nel segno della massima apertura e ibridazione, è ingenuo separare tour court la ricerca estetico-formale dalla sincera azione sociale. Esistono casi in cui i due piani convivono con intelligenza e casi in cui il primo si dissolve con successo nel secondo (da Mark Bradford a Tania Bruguera). Tutto sta nella serietà delle intenzioni e nella coerenza delle scelte.
Ma non mancano passaggi chiarificatori: “La periferia già di per sé è una forma di arte della sopravvivenza, del recupero, dello scontro, della dissidenza e l’intervento di questi artisti serve solo a rassicurare l’ordine, a creare potere per sé (di mercato, di rivista, di critica) illudendo gli emarginati che i loro problemi saranno compresi e risolti”.
Tema cruciale: se la questione sociale diventa pretesto per la costruzione di palcoscenici autoreferenziali, magari decorativi, persino ruffiani, in cui l’artista usa la periferia, il disagio e il soggetto emarginato per farci il “suo progetto”, qualcosa inizia a non funzionare. Così come non funziona il ritornello sulla “riqualificazione”, che si fa bastare due facciate dipinte e un servizio sul Tg locale. Riqualificare cosa, come, per chi?
L’idea di conflitto e di dissidenza, espressa dalla vita vera delle periferie, quanto supera una qualunque operazione creativa molle, politicamente corretta, travestita da antisistema ma piegata al sistema stesso?
Ora, senza entrare nello specifico del MAAM, che resta un’esperienza significativa intorno a cui far fiorire buone pratiche e belle riflessioni, qualche interrogativo ha senso estrapolarlo dalle provocatorie righe del Foglio. Troppo ostili? Troppo prevenute? Il solito esercizio di stile di chi vuole graffiare fuori dal coro? Anche. Nello scontro fra retoriche (interscambiabili) radical chic e anti radical chic. Ma il taglio di certi commenti piccati è indicativo. L’ironia di un testo certo antipatico e non privo di cliché ha forse ferito chi voleva ferire. Peccato non ne sia scaturita una bella discussione sui modelli che stiamo costruendo, contestando o cercando di edificare, a partire proprio dal Macro di domani.

Luca Bergamo
Luca Bergamo

ECCO COME FINIRÀ

Dove andrà a parare questa storia? Davvero a dirigere il Macro sarà il curatore di uno spazio occupato, un (pur bravo) studioso indipendente che non ha mai diretto un museo e che come riferimento sceglie il Leoncavallo o il Teatro Valle? Davvero si vorrà spingere verso una serie di narrazioni avvincenti, a volte di maniera, comunque lontanissime dal piano della museologia, della storia dell’arte, delle istituzioni pubbliche, del management culturale? Davvero si immagina un mondo in cui la parola “tradizione” sia il tabù da non accostare mai alla parola “sperimentazione”, dove il concetto di “direttore” si tramuti in quello di “uomo solo al comando” e dove predomini il mito della gestione dal basso, non esente dal rischio inconcludenza?
Ecco, noi riteniamo di no. Alla fine Luca Bergamo, persona competente e di buon senso, non lo farà. Basti pensare al Nuovo Cinema Aquila del Pigneto, che dopo anni di abbandono è stato assegnato all’associazione Kshot, già gestore del centro culturale Kino, dietro regolare bando e al termine di un percorso condiviso con i residenti: chi temeva una programmazione non trasparente, affidata surrettiziamente ai centri sociali, sbagliava. E così, chi aveva indicato come futuro Presidente del CdA di Zetema il barese Vincenzo Donativi, avvocato, pilota di auto da corsa, a digiuno di politiche culturali (nonché marito di Federica Trovato, già inserita dai grillini nel Cda di un’altra municipalizzata), aveva preso un granchio. È stata invece scelta una figura manageriale, che sembra avere le giuste competenze: Francesca Jacobone è specializzata in ingegneria gestionale, sistemi di sviluppo territoriale, economia dei sistemi produttivi, con incarichi maturati tra il Miur e il Cnr.
Insomma, abbiamo buoni motivi per credere che Bergamo farà quel che è giusto e normale fare in qualunque metropoli europea degna di questo nome. Mettere a capo del principale museo cittadino d’arte contemporanea un direttore titolato, vincitore di regolare bando, che conosca la macchina amministrativa e abbia una solida cultura museale, che intercetti finanziamenti, bandi, mecenati e sponsor, che punti su ricerca e sperimentazione ma che sappia anche attingere dal sistema ufficiale, con rigore istituzionale.
Bergamo avrà pure un debole per il MAAM e subirà giustamente il fascino di un mondo alternativo, sotterraneo, laterale e ibrido, pieno di suggestioni preziose, ma da qui a farne il modello per quello che dovrebbe essere uno dei più importanti musei d’Italia ce ne corre. Piuttosto: quanto ancora si dovrà attendere un segnale?

 – Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Giorgio

    Ottima analisi, confidiamo nel fatto che Bergamo sia “persona competente e di buon senso”, come scrive Helga e scelga la via del concorso pubblico, magari con più trasparenza di quello per direttore artistico della Fondazione La Quadriennale, gestito faziosamente dal duo Bernabè-Collu