Roma è una Metropoliz. Intervista con Giorgio de Finis

Per chi percorre la Prenestina a Roma, quasi una visione surreale: appena dopo una curva, in lontananza, ecco la torre della ex Fiorucci con in cima il telescopio fuori scala di Gian Maria Tosatti e l’insegna azzurra e bianca realizzata da Hogre. È Metropoliz_città meticcia, spazio occupato dove convive una comunità multietnica. Al suo interno, nel 2011, vede la luce “Space Metropoliz”, cantiere etnografico, cinematografico e d’arte di Fabrizio Boni e Giorgio de Finis, proseguito nel 2012 con l’apertura del MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia, laboratorio di creatività e immenso oggetto d’arte condivisa. Ne parliamo con Giorgio de Finis.

Metropoliz (sulla torre il telescopio di Gian Maria Tosatti, la meridiana di Rub Kendy e il nuovo messaggio di Opiemme) - photo Giorgio de Finis

Ci racconti quest’avventura dall’inizio?
La prima volta che sono entrato a Metropoliz c’erano ancora i turni di guardia. Era il 2009 e stavo facendo il giro a piedi del Grande Raccordo Anulare con gli amici Stalker alla scoperta del nuovo fronte della città. La fabbrica era stata occupata da poco, sottratta alla speculazione immobiliare dagli attivisti dei BPM per dare un tetto a 200 persone, precari e migranti provenienti da tutto il mondo, ma anche per sperimentare, in uno spazio con una scala urbana, quella che Blocchi e metropoliziani hanno deciso di chiamare la “città meticcia”.
A Metropoliz sono tornato nel 2011 con Fabrizio Boni (antropologo e filmmaker anche lui). Abbiamo bussato al civico 913 di via Prenestina con un progetto che era una provocazione, un grande “gioco” (il gioco dell’arte e del cinema) e con la voglia di raccontare quella realtà in un modo che non provocasse la solita reazione del girarsi dall’altra parte (povertà, marginalità, sono cose che nessuno vuole vedere, tanto meno oggi che sempre più rischiamo di finire tutti nella discarica come “vite di scarto”). La nostra proposta era costruire un “razzo” per andare sulla Luna, il più grande spazio pubblico ancora rimasto, dove è vietata la proprietà privata e bandito l’uso delle armi, metafora di un mondo dove tutto è ancora possibile, un foglio bianco dove riscrivere insieme le regole del vivere insieme (ho visto che perfino Ai Weiwei recentemente ha proposto un progetto – Moon – che permette a ognuno di lasciare, attraverso una piattaforma virtuale, il proprio “segno” sulla Luna).
Ci abbiamo messo un anno – forti delle parole d’ordine “Luna al popolo” e degli slogan “no al razzismo (con la z dura di razza), sì al razzismo (con la z dolce di razzo)”! – a portare Metropoliz sulla Luna, o meglio la Luna a Metropoliz. Perché, nonostante il progetto annunciasse l’inizio dell’era delle migrazioni esoplanetarie, l’idea non era quella di fuggire, ma di costruirla sulla Terra la Luna. E lo abbiamo fatto con l’aiuto di filosofi, scienziati, astronauti, e decine di artisti, che si sono dimostrati la carta vincente.

Metafora a parte, credi davvero che l’arte possa cambiare il mondo?
Ne sono convinto. Non vedo realmente altra via di uscita che la Luna! Hanno spacciato la globalizzazione come il paese dei balocchi, invece ci hanno consegnato a un nuovo medioevo. È passato un quarto di secolo da quando fu decretata la definitiva vittoria del mercato e della civiltà del disincanto. Visti i risultati, credo sia arrivato il momento di provare a reincantare il mondo. Dobbiamo combattere questa battaglia alla maniera dei cavalieri Jedi – passami la battuta -, opporci alla logica del mercato come pensiero unico, all’idea e alla pratica che il denaro sia l’unica unità di misura di tutte le cose. L’arte, come la scienza, sono per definizione attività “disinteressate”. È stato bello regalare un sogno a Metropoliz, un luogo schiacciato dal peso dei bisogni, costruire insieme un oggetto “inutile” come un razzo per andare sulla luna, o un telescopio fatto coi bidoni del petrolio. Condivido appieno quello che ha detto Michelangelo Pistoletto quando ha presentato “Space Metropoliz” alla Cittadellarte: “È importante, anche se gli obiettivi non si raggiungono, come non si raggiunge la luna, agire. Se tutti si rendessero conto che agire verso un progetto di salvezza è già di per sé salvezza, il cambiamento sarebbe fatto”.

Gianni Piacentini, Segnale Turistico, 2013 - MAAM, Roma
Gianni Piacentini, Segnale Turistico, 2013 – MAAM, Roma

Prima Gian Maria Tosatti, col grande telescopio realizzato insieme ai metropoliziani, poi Sten & Lex, Hogre, Lucamaleonte con i grandi dipinti sui muri, poi tanti altri a seguire. Sono sempre più numerosi e variegati gli artisti che frequentano il MAAM. Chi sono? Con quali modalità si relazionano al luogo?
Il primo artista che abbiamo invitato al Metropoliz è stato Gian Maria Tosatti che, con l’aiuto degli abitanti della fabbrica occupata, ha costruito il suo telescopio collocandolo in cima alla torre di Metropoliz, a trenta metri di altezza. Gian Maria ha realizzato un vero monumento contemporaneo, la prima delle grandi “insegne” di cui la città meticcia si è dotata. Poi ne sono arrivati tanti altri, concettuali, astratti, figurativi, relazionali, surrealisti pop o solo pop, street, performativi…
Il MAAM nasce al termine delle riprese del film. Quando Metropoliz ci ha chiesto di rimanere (il programma prevedeva di chiudersi in montaggio), ho pensato che con tutti quei “relitti” d’arte che erano stati realizzati per il cantiere cinematografico il museo sarebbe partito già con una collezione di tutto rispetto. Come il cinema, anche il museo è un gioco “situazionista” e “relazionale”. Quando dico “gioco”, intendiamoci, parlo di una cosa serissima. Ci voleva innanzitutto un acronimo che potesse ben figurare accanto a quelli istituzionali (MAXXI e MACRO). MAAM suonava bene, l’Altro stava per la città meticcia, l’Altrove è la Luna. Io vedo Metropoliz customizzato, attraversato, meticcio, come il mantello di Arlecchino descritto da Michel Serres, un super-oggetto di arte condivisa.
Tra gli obiettivi del MAAM c’è innanzitutto quello di alzare una “barricata” d’arte a difesa dell’occupazione. Riempire di opere l’ex salumificio vuol dire dotarlo di una pelle preziosa in grado forse di proteggerlo dalla minaccia dello sgombero coatto. Lo ha capito bene Stefania Fabrizi, che ha dipinto i suoi “guerrieri della luce” a guardia dell’ingresso, o Michele Welke, che ha verniciato d’oro l’ascensore della fabbrica, sì per ricordare che l’elevazione di ciascuno è nel nostro sistema sociale affidata al denaro, ma anche che l’artista è un po’ re Mida, l’unico in grado di trasformare in oro quello che tocca. E noi stiamo portando “valore” a Metropoliz. Tutte le opere del Museo sono, se mai Metropoliz verrà demolita dalle ruspe, destinate ad affondare con la nave. Mi si dirà che hanno bombardato anche i Buddha dell’Afganistan! Ma in fondo ci spero che il contributo di tanti artisti possa servire a dare a Metropoliz un’alternativa all’esito che tutti danno per scontato. Sono più di trecento gli artisti che sono venuti a lavorare a Metropoliz e tanti altri ne stanno arrivando: Veronica Montanino, Gianni Asdrubali, Cristiano Petrucci, Maddalena Mauri, Micaela Lattanzio, Paolo Angelosanto, Susanne Kessler, James Graham, EPVS, Francesca Romana Pinzari e Giovanni Gaggia, Germano Serafini, Massimo De Giovanni… presto pubblicheremo il catalogo delle opere del MAAM (che sarà già vecchio quando uscirà), e che avrà per titolo Forza Tutt*, proprio a sottolineare questo sforzo corale.

Gli abitanti di Metropoliz come hanno accolto e interagito con le varie proposte artistiche?
Siamo entrati a Metropoliz chiedendo agli abitanti di costruire un razzo insieme a noi. Un progetto di arte non dissimile da quelli che aveva realizzato Stalker, il “tappeto volante” fatto insieme ai curdi di Campo Boario o “Savorengo Ker”, la Casa di Tutti al Casilino 900. Anche Gian Maria Tosatti ha ricercato l’aiuto degli abitanti di Metropoliz. Ma non sempre la relazione si risolve in questo tipo di collaborazione. Ci sono incontri, che potremmo dire, “differiti”. In un museo “reale”, così ha definito il MAAM Cesare Pietroiusti, nella sua lectio marginalis, in opposizione ai musei “irreali” (come il MAXXI o il MACRO), tutto alla fine è relazione. I bambini di Metropoliz fanno il doposcuola tre volte a settimana in una stanza da sogno, circondati dalle opere di Veronica Montanino, Alice Pasquini, Micaela Lattanzio (che ha realizzato la sua installazione con 6 mila fiori ritagliati a mano)… difficile non incontrarsi. Questo vale anche per gli artisti, che al MAAM lavorano tra gli schiamazzi dei bambini che giocano e il profumo dei piatti che cuociono sul fuoco.

Lucamaleonte, An Amazing Adventure in Space, 2011 - MAAM, Roma
Lucamaleonte, An Amazing Adventure in Space, 2011 – MAAM, Roma

Come è strutturato il MAAM al suo interno?
Il MAAM non ha una struttura, un organico. Non è nemmeno un’associazione. È un progetto realizzato con la collaborazione degli abitanti di Metropoliz e dei Blocchi Precari Metropolitani, aperto a chiunque voglia dare il suo contributo, artistico o curatoriale. Abbiamo esteso il nostro invito anche alle gallerie. Il magnifico muro di Borondo all’ingresso è stato realizzato con il sostegno della 999 Contemporary e presto avremo un’opera di Kobra che sarà prodotta dalla Dorothy Circus Galery.
Al momento il MAAM è pensato come una sorta di “dipartimento” delle arti di Metropoliz. Ogni proposta viene condivisa e quelle che richiedono una decisione unanime passano per l’assemblea generale, che alla fine è il vero direttore artistico del museo.

È del 2012 l’idea L’arte aiuta l’arte. Ma non solo. Ci spieghi in cosa consiste?
L’arte aiuta l’arte, ma non solo è il titolo della prima iniziativa del MAAM, una piccola mostra mercato organizzata per trovare i fondi necessari per riparare il tetto della ludoteca e permettere a Veronica Montanino di realizzare la sua “Stanza dei Giochi”. Abbiamo chiesto a trenta artisti di donarci un’opera per permettere a un altro artista di fare il proprio intervento. Al MAAM gli artisti si aiutano, Metropoliz è un’isola felice dove è consentito collaborare.
Quando Franco Losvizzero ha deciso di recludersi per 11 giorni a Metropoliz (11 sono i giorni di differenza tra il calendario solare e quello lunare), inaugurando di fatto il programma delle residenze del MAAM, ha voluto realizzare un’opera “in comunione”, proprio per sottolineare il valore del lavorare “insieme” in uno spazio come questo, una grande tavola di 4m x 3m che ha voluto condividere proprio con Veronica.

Come fai a rendere sostenibili i tuoi progetti in un momento di crisi in cui gli spazi istituzionali stanno collassando?
Il MAAM si autofinanzia. A ogni artista chiediamo di dare il proprio contributo, di realizzare un lavoro in base alle proprie disponibilità, di energia, tempo, denaro (mi riferisco ai materiali) e pazienza. Tutto quello che arriva a Metropoliz in termini di denaro (mi riferisco alle sottoscrizioni o alle cene) rimane a Metropoliz. Anche alle istituzioni non chiediamo niente. Come ti dicevo siamo come i cavalieri Jedi: “Fare o non fare, non c’è provare”, come dice il saggio Yoda.
Come mi sostento io? Al momento abbracciando uno stile di vita decisamente frugale. Solo mezzi pubblici, fino a qualche mese fa niente cellulare, e il tempo delle vacanze a lavorare (il MAAM non chiude in estate). Sono rimasto molto colpito che l’artista Paolo Consorti nel suo film Figli di MAAM, appena finito di girare a Metropoliz, pieno di santi e sante (sant*) che si interrogano sul valore salvifico dell’arte, non abbia previsto un San Giorgio!

Mauro Cuppone, Fart, 2013 - MAAM, Roma
Mauro Cuppone, Fart, 2013 – MAAM, Roma

Che cosa possono insegnarci Metropoliz e il MAAM? Lo consideri un modello ripetibile?
Spero che il MAAM possa diventare un modello, un esempio da imitare. Forse sta già succedendo. Metropoliz ci insegna tante cose. Per esempio che occupare vuol dire prendersi cura di un luogo, che lo si può trasformare insieme, che l’arte e le persone sono grandi motori di rigenerazione urbana. Che l’assenza di fondi è spesso solo una scusa, anche un po’ trita.

In una recente lettera aperta a Flavia Barca, Gian Maria Tosatti ti propone come direttore del Macro. Visto che ti piacciono i “giochi” prova a immaginarti in questa veste. Quali sono le prime cose che faresti?
Proverei innanzitutto a capire se il Macro è in grado di essere trasformato in un museo “reale”, in un luogo “vivo”, vale a dire un museo ospitale, permeabile, libero, leggero, utilizzabile, multidisciplinare… “residenziale” secondo il decalogo proposto da Cesare Pietroiusti. In qualcosa di molto simile al MAAM, per capirci. Poi, cercherei l’aiuto degli artisti e del mondo della cultura (quella vera, non quella che spacciano per tale la società di massa e dello spettacolo) per dare vita ad un progetto che sia davvero collettivo, un luogo di vera sperimentazione, aperto alla e della città. Un luogo capace di funzionare come uno spazio occupato (penso al MAAM ma anche al Teatro Valle Occupato).

Lori Adragna

www.spacemetropoliz.com

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Lori Adragna
Lori Adragna nata a Palermo, vive e lavora a Roma. Storico dell’arte con perfezionamento in simbologia (Arte e simboli nella psicologia junghiana). Critico e curatore indipendente, dal 1996 organizza mostre ed eventi culturali per spazi privati e pubblici tra cui: Museo Nazionale d’Arte orientale di Roma; Villa Piccolomini, Roma; Museo D'Annunzio, Pescara; Teatro Palladium, Università Roma Tre; Teatro Furio Camillo, Roma; Palazzo Sant’Elia, Palermo; Museo di Capodimonte, Napoli; Complesso monumentale di San Leucio, Caserta; Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese, Roma. In veste di consulente editoriale e artistico ha collaborato inoltre per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (realizzando cataloghi e mostre nel Complesso monumentale di S. Michele a Ripa). I suoi testi sono pubblicati su enciclopedie, libri, cataloghi, in Italia e all’Estero. Scrive come free lance per numerose riviste specializzate nel settore artistico.