La sterzata di Damien Hirst. Immagini dalla doppia grande mostra veneziana by Pinault

L’ex YBA occupa Palazzo Grassi e Punta della Dogana con un unico grande progetto. Pecore in formalina e farfalle con gli spilli? Assolutamente no. Sono tutte opere nuovissime

Molti sono gli elementi di richiamo per la mostra di Damien Hirst: per la prima volta un unico artista occupa integralmente gli spazi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana; e per la prima volta, e dopo un decennio, l’ex YBA propone nuovi lavori, anzi un intero e vasto progetto. Attesa dunque altissima e aspettative commisurate. Il risultato lo vedete in questa gallery fotografica: Hirst imbastisce un racconto, una fake news che narra di liberti e tesori sommersi, collezionismo e proiezione dell’ego. Lo propone in maniera scritta, lo ribadisce con video “documentari” e in una corposa serie di opere, alcune colossali. Opere in cui gioca con una gamma che va dal verosimile all’anacronistico, dove l’Antico Egitto si ibrida con Koons, la statuaria classica con Vezzoli, la civiltà minoica con Banksy. Una spruzzata di Gardaland, un pizzico di concettualismo, una dose di sapienza organizzativo-artigianale. La domanda è: cosa resta del bad boy degli Anni Novanta?

– Marco Enrico Giacomelli

Evento correlato
Nome eventoDamien Hirst - Treasures from the Wreck of the Unbelievable
Vernissage06/04/2017 ore 14-18 solo su invito
Duratadal 06/04/2017 al 03/12/2017
AutoreDamien Hirst
CuratoreElena Geuna
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoPUNTA DELLA DOGANA - FRANCOIS PINAULT FOUNDATION
IndirizzoDorsoduro 2 - Venezia - Veneto
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • https://uploads.disquscdn.com/images/5bc51037bede91768a0bffdba0b395abc2489f8d17f9fe40a951feb92a0ba550.jpg Dan Vo fa la stessa cosa, affidiamoci agli antichi romani o al fascino dell’archeologia, per dare forza e valore alle cose. Quando il presente fallisce. La mostra di Hirst a Venezia è una carrellata di affascinanti reperti archeologici, veri falsi? Non sempre si capisce. Una retorica passatista, per quanto curata, per generare l’effetto “Wow”. Una faccia dell’arte, la solita faccia pop e barocca. Non diversa da Koons, dal più edulcorato Cattelan, dal barocco Barney, dall’asettica Beecroft. Tutti nipotini di Andy Warhol. Sarebbe più interessante, invece del wow, provocare interstizi di silenzio e solitudine, per dire finalmente qualcosa di vero.

  • Ho letto l’articolo di Luca Beatrice e mi ha quasi convinto su Damien Hirst. In quanti aspettavano questo ritorno all’opera finalmente ricca, barocca, piena di riferimenti e generosa? CHE SI CAPISCE. Immaginiamo i gadget dell’ultimo film di Hollywood, ed ecco che ci troviamo colpiti, sotto effetto “Wow!”; finalmente quella roba lì “non la possiamo fare anche noi”. Mademe Tussaud colta e originale. Basta #ikeaevoluta. Evviva. Hirst esalta e frulla Barney, lo stanco Cattelan (definito da Beatrice come vecchio transita), Beecroft, Vezzoli e Koons. Ci ritroviamo a contemplare, ad avvicinarci per apprezzare l’incrostazione di calcare fasulla. Come non pensare al super realismo di Bertozzi&Casoni che fanno tutta questa roba qua tutta in ceramica? In realtà Hirst non ha fatto nulla, ha dato indicazioni per decine di artigiani che hanno realizzato queste opere iperbarocche, iperdecorate, ipermercato. Mi sembra una forma d’arte rassicurante, rappresentativa di questo occidente che ha tanta archeologia ma poca voglia di affrontare il presente. Riporto una frase di Gilles Delueze che abbiamo usato per introdurre l’ultimo progetto di Luca Rossi Lab a Firenze:

    .

    “Il problema non è più trovare un modo perché la gente si esprima: lo fa fin troppo.

    Si tratta piuttosto di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio in cui troveranno finalmente qualcosa di vero da dire”

    Gilles Deleuze

  • Angelov

    Guardando queste foto della Mostra, mi vien da pensare che forse se si introducesse un test antidoping anche nell’Arte Contemporanea….ahahahahah

    • Hirst ha creato gli oggetti e le scenografie di una saga cinematografica, come se fossero le sculture e le scenografie di Harry Potter. Estremizzando quello che ci si aspetta essere l’opere d’arte, perde la sfida con il cinema. Oltre a questa via, già precorsa da Koons-Cattelan-Barney-Vezzoli, e oltre all’ikea evoluta esiste una terza via molto difficile da percorrere.

      • Angelov

        Forse perché questa terza via non prevede un presenzialismo così cronico, pressante e diffuso di autori con incredibili conti in sospeso poi, per quanto riguarda altri aspetti culturali del loro fare artistico.

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  • Damien Hirst si conferma gioggionissimo, perfetto per una larga fascia di pubblico che cerca opere (forse anche artistiche) da vedere, selfare, condividere, chiacchierare.

    Il resto è tutta invidia https://uploads.disquscdn.com/images/76c38e881af49ffd8e53153f40967dd32b7c7cc4e4fbd0a00f8157f0147bbfd4.jpg

  • Lamberto Caravita

    il nulla!

  • otis_w

    Appena ho visto le foto ho capito che i lavori non sarebbero piaciuti ai critici e agli addetti ai lavori. Troppa roba. Troppa sedimentazione (in tutti i sensi). Troppi significati. Troppa fatica. Si vuole la rarefazione fino alla scomparsa della materia alla quale appiccicare qualsiasi interpretazione, immagino. In tempi di presidenti col ciuffo arancione e bombe da 11 tonnellate forse è meglio far risuonare un’arte pesante, ricoprente, come una maionese nei gamberetti. Basta tacere. Per fortuna non sono un addetto ai lavori.

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