L’inutilità del dibattito pubblico

Stefano Monti riflette sui contorni assunti dal dibattito pubblico in Italia ai giorni nostri. Sottolineandone la trasformazione in una sorta di mero intrattenimento.

Cetto La Qualunque a un dibattito televisivo
Cetto La Qualunque a un dibattito televisivo

A cosa serve il dibattito pubblico? A guardar bene, al centro della questione c’è forse uno dei più forti meccanismi di democrazia. Il problema è che probabilmente ce ne siamo dimenticati.
Nella sua funzione più pura, il dibattito pubblico ha sempre svolto una funzione chiara e rilevante: intercettare quei temi che non sono trattati dall’agenda politica e individuare delle correnti di pensiero relative a essi al fine di condizionare, in qualche modo, le attività di governo.
In altri termini, valorizzare il dibattito pubblico vuol dire essere in grado di intercettare tensioni culturali (ma non necessariamente inerenti la cultura), contestualizzarle nel più grande scenario e fornire una visione chiara del fenomeno a chi ci governa, perché possa agire secondo le modalità più idonee per soddisfare le esigenze emerse.
In Italia, tuttavia, il meccanismo è un po’ inceppato. Se da sempre il ciclo di vita di un argomento pubblico può essere rappresentato con un andamento circolare che, partendo dalla fase di latenza, diventa bisogno manifesto, poi bisogno condiviso e infine azione di governo, nel nostro Paese il meccanismo viene interrotto nella sua terza fase generando un’interruzione nel rapporto tra pensiero e azione. Un’idiosincrasia di Stato.
A oggi, sembra che il dibattito pubblico assolva piuttosto a una funzione di mero entertainment. Argomenti da trattare per mostrare un certo coinvolgimento rispetto ad alcune tematiche, l’appartenenza a una classe di pensiero e la dimostrazione di essere aggiornati.

Valorizzare il dibattito pubblico vuol dire essere in grado di intercettare tensioni culturali (ma non necessariamente inerenti la cultura), contestualizzarle nel più grande scenario e fornire una visione chiara del fenomeno a chi ci governa, perché possa agire secondo le modalità più idonee per soddisfare le esigenze emerse”.

Sembra un po’ apocalittico, è vero. Ma sulla base di quale altra interpretazione si potrebbe spiegare come temi, all’ordine del giorno da anni se non da decenni, non trovano mai né una soluzione né tantomeno un’azione riparatoria?
Si pensi all’Art Bonus: acclamato dall’uscente ministero come una grande soluzione, è stato chiaro fin da subito (al dibattito pubblico) che tale strumento mostrasse notevoli debolezze di tipo strutturale. Sono state avanzate proposte costruttive, sono stati prodotti in tal senso interrogazioni parlamentarie ed emendamenti alle leggi di bilancio; il tema è diventato nel tempo sempre più presente sulle riviste (di settore e non) e, soltanto a fine mandato, il ministero ha preso atto di quanto detto, inserendo nel programma elettorale i miglioramenti che fin da subito erano stati richiesti. Il risultato è che nulla è stato fatto.
Ancor meno è stato fatto per quanto riguarda il cosiddetto tesoretto del Tax Free Shopping che, data la difficoltà del tema, ha goduto meno del riverbero mediatico, concentrandosi soltanto su alcune riviste specialistiche. Fatto sta che nel medesimo decreto che introduceva l’Art Bonus, era stato previsto (e mai realizzato) un tavolo di confronto per le azioni che lo Stato dovesse intraprendere nei confronti dei capitali di rientro generati dagli accordi tra brand del lusso e società che gestiscono il Tax Free Shopping. Stiamo parlando di risorse ingenti, che potrebbero generare azioni ad alto impatto culturale, sociale ed economico. Fatto sta che, in questo caso, nemmeno il programma elettorale ha dato voce a questo bisogno. Amen.

NIENTE CAMBIA, TUTTO SCORRE

Si può affermare la medesima cosa per tantissimi altri temi: accountability, defiscalizzazione delle opere d’arte, miglioramento del meccanismo del riconoscimento dello status di bene culturale (notifica), fenomeni di Cultural Social Responsibility, aggregazione della promozione territoriale, attivazione di politiche di urban renewal, applicazione di sensori tecnologici per una gestione più efficiente dei flussi all’interno dei territori turistici e dei percorsi museali, adozione di tecnologie di big-data da parte degli enti culturali, un maggior controllo dei risultati per i progetti finanziati dall’Unione Europea in termini di ricerca culturale, l’adozione di statistiche condivise per misurare gli impatti della cultura e delle Industrie culturali e creative.
Che fine fanno tutti questi temi? Riempiono i salotti, i convegni, le tavole rotonde, gli STATI GENERALI (sic) e, con questo, esauriscono la loro utilità.
Argomenti di conversazione e di conservazione dell’esistente. In un Paese dove niente cambia e tutto scorre.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.