L’Italia della cultura e quei talenti che non riusciamo a valorizzare

Molti giovani italiani, dopo l’università, continuano la loro fuga verso l’estero. La situazione è particolarmente grave guardando a chi si è formato nell’ambito del management museale. Perché? Ci sono delle soluzioni?

Il nostro Paese, si sa, vive un periodo molto delicato in termini demografici, economici e occupazionali. Una condizione in cui il mismatch tra competenze e mansioni richieste diviene sempre più all’ordine del giorno, e dove il tasso di over-education, al di là delle statistiche, è talmente diffuso che basta semplicemente ricorrere alle proprie esperienze personali e riflettere su quanti laureati incontriamo ogni giorno in posizioni per le quali la laurea, tutto sommato, è tutt’altro che necessaria.

Le cause della situazione attuale

Sono condizioni note, che nascono da condizioni altrettanto chiare. La prima è una dinamica di mercato: quando c’è una riduzione della domanda di lavoro da parte delle imprese, in genere, c’è un incremento della concorrenza tra chi offre lavoro (i lavoratori); tale concorrenza si traduce da un lato in una condizione occupazionale a vantaggio delle imprese, e dall’altro ad una spinta verso l’alto delle richieste espresse da quest’ultime, con il moltiplicarsi di titoli in eccesso. La seconda è invece legata ad una discrasia tra gli obiettivi comunitari e la demografia d’impresa: la spinta che negli ultimi decenni è stata impressa affinché ci fosse un tasso sempre più elevato di persone con un’istruzione formale di terzo livello è stata maggiore di quella impressa affinché ci fosse un sistema imprenditoriale in grado di valorizzare tale forza lavoro. Il risultato di questo processo, evidentemente, ha condotto a non poche contraddizioni, che nell’ambito culturale sono, se vogliamo, ancora più evidenti, perché il settore è ancora ampiamente caratterizzato dalla presenza del settore pubblico, e perché il settore pubblico è notoriamente, più vischioso (o meno agile) con la conseguenza che richiede più tempo di altri settori per adeguarsi a cambiamenti sociali.

Un caso concreto nel mondo della cultura

Un esempio può essere utile: per anni, non mesi, anni, e neanche pochi, il nostro sistema universitario ha proposto agli studenti corsi di laurea magistrale con un taglio legato al management della cultura, proponendo loro un percorso che sotto il profilo amministrativo gli conferiva un titolo di storia dell’arte. Così, all’interno della stessa classe di laurea coabitavano persone che avevano trascorso giorni, settimane e mesi a fare esercizi di riconoscimento (riuscire a comprendere da un dettaglio di un dipinto, il periodo, l’autore e nei casi più fortunati il dipinto stesso), e persone che invece si esercitavano a riconoscere, analizzando un bilancio, quali fossero le voci più critiche per una specifica organizzazione, e quali cause organizzative e produttive potessero spiegare l’emersione del sintomo (la voce di bilancio).

Il rischio di essere formati per lavori inesistenti

Una banalità burocratica, anche piuttosto noiosa, che però ha dei risvolti molto importanti sul castello di regole affastellate della nostra burocrazia: si pensi ai concorsi per i dirigenti o per i funzionari. Si pensi al necessario periodo di “gavetta”, che è necessario in ogni caso avere prima di poter padroneggiare una materia: quale gavetta per una posizione che non esiste? Non è che se una persona esce da un percorso di studi di management culturale ha la capacità reale di poter dirigere un Museo al suo primo impiego, così come qualunque altra specializzazione richiede un percorso graduale. E quindi il risultato finale: oggi, probabilmente, l’Italia conta tra i suoi cittadini un numero di potenziali direttori (manager) di museo più elevato del seppur cospicuo numero di musei sul territorio nazionale. E contemporaneamente, la maggior parte dei direttori di Museo ha specializzazioni non legate all’economia e al management.

Perché i giovani laureati italiani vanno all’estero

Sia chiaro, non è del tutto innaturale che chi dirige un museo abbia competenze scientifiche legate alla tipologia di museo diretto. Non è in altri termini “sbagliato” in valore assoluto nominare un archeologo direttore di un museo archeologico, o uno storico dell’arte direttore di una pinacoteca. È però del tutto assurdo che, all’interno di una Nazione, che si tratti dell’Italia o di qualunque altra, le Università, che quando non statali hanno comunque una connessione diretta con le istituzioni politiche, abbiano per anni costruito competenze e che nessuno, nemmeno lo Stato, si sia impegnato a trasformare tali competenze in valore aggiunto. Certo, si può sempre evocare il diritto all’autodeterminazione, così come si può sempre affermare che le ambizioni dei ragazzi non possono essere limitate al solo contesto nazionale. Però c’è differenza tra voler andare all’estero ed essere costretti a farlo. C’è differenza tra sviluppare competenze di cui il nostro Paese ha bisogno, e tutti sappiamo quanto siano necessarie, e non adeguare le proprie strutture per poter accogliere quelli che potrebbero essere dei talenti, lasciando loro l’unica possibilità di accontentarsi di una posizione amministrativa.

Non può trattarsi di disattenzione. Si tratta di una condizione che è stata scelta. Voluta. Va bene anche questo, ma non meravigliamoci se gli italiani che hanno più successo sono quelli che dall’Italia se ne sono andati.

Stefano Monti

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Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

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