Le tribolazioni del Maggio Musicale Fiorentino

Al via a Firenze il Maggio Musicale ottant’anni dopo la prima edizione. Ma con un complesso nodo di problemi da risolvere al più presto. Il primo ha un nome chiaro: bilancio, da risanare. Anche tramite il commissariamento. E intanto l’edizione numero ottanta modifica il cartellone, con scelte dettate della crisi economica, ma anche da criteri poco comprensibili. La riflessione di Giuseppe Pennisi.

Il Maggio Musicale Fiorentino è, con l’Arena di Verona, uno dei più antichi e prestigiosi festival musicali italiani. Nasce nel 1933 come manifestazione multidisciplinare (in cui la musica viene coniugata con il visivo e con la prosa), dura circa due mesi, interamente nella Città del Giglio, e ha origine in antiche tradizioni civiche come il Calendimaggio. Per un certo periodo, in base a una normativa del 1936 sui teatri lirici, ha avuto la missione di “riscoprire” grandi lavori del passato coperti da una coltre d’oblio (mentre una parallela manifestazione veneziana veniva dedicata alla musica contemporanea). Gradualmente, questo compito è stato ampliato e ora alle riscoperte sono affiancati lavori dei giorni nostri, spesso in prima esecuzione mondiale, e si dà spazio anche a repertorio, però con allestimenti innovativi.
L’edizione che inizia oggi 2 maggio, l’80esima della serie, versa in guai seri. Avrebbe dovuto essere inaugurata con un nuovo allestimento, curato da Luca Ronconi, della versione detta “di Modena” in cinque atti del Don Carlo di Giuseppe Verdi, che invece verrà presentato e replicato sino al 12 maggio in forma di concerto; difficile capire perché non è stato rispolverato l’allestimento di Luchino Visconti (nato inizialmente al Teatro dell’Opera di Roma) ma che proprio a Firenze, nel dicembre 2004, ha avuto un grande successo. Il capolavoro di George Benjamin, Written on the Skin, che il luglio scorso ha trionfato al festival di Aix-en-Provence, è stato depennato. Viene presentato, in forma scenica, ma solo per due sere Farnace di Vivaldi, prima in tempi moderni di un lavoro che non si rappresenta dal 1739. L’atteso nuovo allestimento del rossiniano Barbiere di Siviglia viene sostituito da una ripresa de Il Cappello di Paglia di Firenze di produzione interna all’ente. È mantenuto Macbeth di Verdi (versione filologica del 1847, che proprio a La Pergola ebbe la prima mondiale) come inizialmente programmato. Tagli e modifiche (di minore impatto) sono previste per la danza e la sinfonica. Già nel 2009 il programma del Maggio Musicale è stato drasticamente modificato poiché i costi previsti non sarebbero stati coperti dalle entrate (la biglietteria copre meno del 10%), dai contributi pubblici e dagli sponsor.

Zubin Mehta
Zubin Mehta

Ciò che è più inquietante è che, per la seconda volta nell’arco di meno di dieci anni, si deve ricorrere a un commissario per l’operativa dell’ente e per tentarne il risanamento. Francesco Bianchi, un apprezzato banchiere, è stato chiaro e netto: in un’intervista all’edizione locale de Il Corriere della Sera ha affermato: “Per il Maggio non c’è più tempo: o il pareggio del bilancio subito o la liquidazione”.
Si sono levate varie voci – ivi compresa quella di Riccardo Muti da Chicago per rappresentare il danno all’arte e alla cultura italiana di un’eventuale liquidazione della manifestazione (e delle due stagioni liriche, in autunno e in inverno, che si tengono a Firenze). Claudio Abbado concerterà gratis un atteso concerto il 4 maggio. Numerose le altre espressioni di solidarietà. Era già avvenuto alcuni anni fa, quando si dovette ricorrere al commissariamento e si paventò la chiusura dei teatri fiorentini dedicati alla lirica e alla musica “colta” in generale.
Il commissario Bianchi, sottolineato che “il Maggio è un malato grave, da codice rosso”, pone l’accento sui costi da ridurre (circa 4,5 milioni di euro l’anno; la cifra esatta dopo il completamento della meticolosa ricognizione in corso), sull’urgenza di contrarre l’organico amministrativo, di risolvere “carenze” gestionali (pure tramite l’informatizzazione), di mettere in sicurezza i conti con “un pareggio strutturale di bilancio” (anche per evitare scarti del 30% tra preventivo e consuntivo, come avvenuto di frequente negli ultimi anni) e di aumentare la produzione. Tutti devono “lavorare a testa bassa, perché i teatri non vivono con cinquanta spettacoli l’anno. Devono essere aperti ogni giorno e tutto il giorno, con spettacoli diversi. E non solo spettacoli”.

Il Don Carlo nell’allestimento di Luchino Visconti (2004)
Il Don Carlo nell’allestimento di Luchino Visconti (2004)

Difficile dargli torto. Tuttavia, i problemi di fondo sono ancora più gravi. Da un lato riguardano l’intero settore: in Italia mediamente le 13 fondazioni liriche alzano il sipario (per opere e balletti) 80 volte l’anno rispetto a una media europea di 170; mediamente il costo di una rappresentazione lirica è il 140% della media dell’Unione Europea a 15 (ossia prima dell’allargamento a Est) e oltre 200% di quello dell’UE a 27. Dall’altro lato, ci si deve chiedere se una città di 400mila abitanti come Firenze riesca a sostenere i teatri esistenti (Comunale, La Pergola, Verdi, Goldoni) e il Nuovo Teatro in costruzione. Tanto più che ancora non è chiaro il futuro del Comunale (trasformarlo in appartamenti? In un albergo? I potenziali acquirenti ci sono), che La Pergola è stato a lungo un teatro per lirica e sinfonica e che il Verdi ospita non solo commedie musicali ma anche opere (importate da impresari privati da Paesi a basso costo di produzione).
In aggiunta, mentre in passato Firenze era il fulcro di una rete di teatri “di tradizione” (il Goldoni di Livorno, il Verdi di Pisa, il Teatro del Giglio a Lucca), adesso si sono organizzati in un circuito che spesso collabora con circuiti analoghi dell’Emilia e anche della Lombardia. Una città d’arte e di forte attrattiva per il turismo internazionale come Venezia è riuscita ad aumentare la programmazione (circa 140 alzate di sipario l’anno) coniugando repertorio (noto al pubblico internazionale) con innovazione e creando una rete di servizi alberghieri a prezzi contenuti per chi va all’opera e ai concerti. E Venezia ha un hinterland molto più vasto di Firenze e i suoi due teatri (La Fenice e il Malibran) hanno insieme meno posti del solo Comunale.

Il Don Carlo nell’allestimento di Luchino Visconti (2004)
Il Don Carlo nell’allestimento di Luchino Visconti (2004)

Dice correttamente Bianchi: Tra un anno il Nuovo Teatro sarà completamente operativo: deve stare dentro a un progetto più ampio. Dobbiamo andare a prendere gli stranieri che arrivano a Firenze: li attirerebbe di più un’organizzazione coordinata tra Palazzo Strozzi, Maggio, Forte Belvedere e altri? Certo, potrebbe. Ma ognuno dovrà avere i propri conti in ordine”.
Occorre aggiungere che il regolamento approvato dal Governo Monti e tra breve in Parlamento prevede che lo Stato non finanzi più della metà dei costi di una fondazione lirica e che il resto venga da biglietteria, sponsor ed enti locali. Una sfida per tutti, ma particolarmente per teatri come quelli del Maggio Fiorentino, che hanno tradizionalmente contato molto sul Fondo Unico per lo Spettacolo.

Giuseppe Pennisi

www.maggiofiorentino.it

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.