Premio Termoli. Parla il vincitore Riccardo Baruzzi

Una intervista con il vincitore del premio molisano intitolato all’arte contemporanea. In mostra al MACTE di Termoli, l’opera di Riccardo Baruzzi è il frutto di un’azzeccata combinazione tra pittura, disegno, scultura e design, in dialogo con la storia della rassegna.

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60. Premio Termoli - photo Alessia Di Risio

60. Premio Termoli – photo Alessia Di Risio

Riccardo Baruzzi, classe 1976, con l’opera Porta pittura dei riccioli (2015), è il vincitore della 60esima edizione del Premio Termoli, curata da Anna Daneri. La proclamazione, coincisa con l’inaugurazione, è avvenuta lo scorso 20 febbraio, mentre l’intera collettiva sarà allestita presso i nuovi spazi del MACTE – Museo d’Arte Contemporanea di Termoli fino al 30 aprile.
In giuria, l’artista Stefano Arienti, il critico Lorenzo Canova e il curatore Simone Menegoi hanno così motivato il verdetto: “Un’opera che combina con eleganza pittura, disegno, scultura e design. La sua poetica si segnala per una maturità e un lirismo non comuni, e stabilisce, da una posizione di ricerca contemporanea, un dialogo con la storia del Premio Termoli, caratterizzata dall’interesse per le ricerche astratte, e dal rapporto fra arte e percezione visiva”.
Una menzione speciale è stata assegnata a Gabriella Ciancimino per l’opera Chardon d’amour (2014), dalla sottile poetica relazionale. All’artista sarà affidata la conduzione del workshop da progettare per il contesto cittadino.
Abbiamo fatto alcune domande al vincitore.

Riccardo Baruzzi, Porta Pittura dei Riccioli, 2015 - Courtesy l’artista e P420 Bologna - photo Alessia Di Risio

Riccardo Baruzzi, Porta Pittura dei Riccioli, 2015 – Courtesy l’artista e P420 Bologna – photo Alessia Di Risio

Nella tua opera dialogano la ricerca sul segno, l’eleganza data dallo studio dei materiali e una sottile analisi sulla struttura, e quindi sulle condizioni stesse della visione. Come si sviluppa questa poetica della sottrazione e dell’amplificazione della traccia minima?
Circoscrivo la domanda alla questione del segno prendendo in prestito qualche riga dal capitolo settimo del libro Disegnare e conoscere di Giuseppe Di Napoli.
“Il segno grafico denominato linea è un concetto visibile, un’astrazione sensibile, svincolata dalla funzione di riprodurre delle somiglianze iconiche, tipiche del segno-traccia. La linea impone un suo statuto di completa autonomia semantica, quello di essere un segno-in-se, dotato di un proprio intrinseco significato. Con la linea il pensiero umano avanza verso un altro stadio evolutivo; l’uomo, con essa, può delimitare il mondo e trascenderlo: ‘ciò che limita è senza limite’ (Simone Weil) […]. La linea non ha un’entità fisica (di quella cosa), non la si vede direttamente nelle cose o tra le cose; bisogna innanzitutto pensarla più che vederla, giacché essa è una res cogitandi, una cosa mentale, che stabilisce non tanto una somiglianza tra la cosa e la sua percezione, quanto piuttosto una continuità tra il segno disegnato e la cosa pensata: la linea assomiglia al pensiero e non alle cose”.

Il lirismo del segno grafico, e le sue (per)mutazioni, sembrano determinare nell’opera anche una componente temporale che, a livello di impressione, richiama l’idea di “cantiere” impostata dalla curatrice Daneri. Come valuti questo aspetto nel tuo lavoro?
Non riesco ad associare al mio operato l’idea di mutazione e temporalità, tantomeno quella di cantiere.

Riccardo Baruzzi

Riccardo Baruzzi

Colpisce dell’opera la sua dimensione “scultorea”. Il focalizzarsi sulla sequenza, oltre a una suggestione musicale, mi fa pensare, data la sua recente scomparsa, a un saggio di Umberto Eco ovvero alla sua idea di “vertigine della lista”. Ci sono liste in cui si colloca questo tuo dialogo di tele?
Il porta pittura fa parte di una serie di dispositivi che raccolgono dipinti di piccolo/medio formato: per lo più forme astratte e monocromi. Ogni porta pittura viene allestito nello spazio espositivo e non tutti i dipinti contenuti al suo interno vengono appesi simultaneamente. Il porta pittura resta nello spazio come presenza scultorea (i cui pieni e vuoti mutano in base al numero dei dipinti ospitati), ed è un invito a pensare i quadri come entità intercambiabili, non autoriali, disposti in sequenze variabili e indefinite (ogni porta pittura prevede una rotazione, e non è stabilito a priori che i nuovi allestimenti siano effettuati dall’artista).

Tommaso Evangelista

www.premiotermoli.it

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    La cosa più interessante (non so se voluta) è l’uniformità delle opere proposte, ossia sembra di assistere alla personale di un solo artista e non ad una collettiva. Devo dire che questo lavoro di Baruzzi (alleggerito dai riferimenti-schizzi delle scene da film porno) resiste perché sintetizza bene, rende asettico, postmodernizza una ricerca informale anni 50-60. Ossia il segno-scarabocchio dove la mente è libera di esprimersi fuori da forme precostituite (pollock, vedova, ecc). Il limite del segno sarebbe non farlo, resistere alla tentazione.

    Quindi la vedo come un’ottima riflessione, una sorta di artigianato del moderno (vedi myduchamp). Ovviamente si percepisce un debito delle generazioni più giovani rispetto alle generazione dei loro nonni. Questa cosa non può più superarsi glorificando la solita rielaborazione del passato. Si rischia di scivolare sulla moda del vintage. Moda perseguita non a caso dalla galleria P420 per cui Baruzzi salva l’età media degli artisti, pur riproponendo opere che potrebbero appartenere agli anni 60-70. Giovani che sembrano tenuti in ostaggio. Cadiamo quindi nel pericolo della MODA come quel qualcosa che si contrappone alla definizione di CONTEMPORANEO data di Giorgio Agamben: è contemporaneo ciò che mantiene una sfasatura con il proprio tempo. Tra l’altro queste opere vivono più nei JPEG che dal vivo, dove solo pochi addetti ai lavori e alcuni curiosi locali hanno visitato la mostra. Quindi anche in questo caso manca una consapevolezza importante.

  • Bravo queste si che sono parole apprezzare in casa