Bufera street art a Bologna. Parla Renato Barilli

Prosegue il dibattito accesissimo sugli stacchi di opere murali a Bologna e sulla mostra che sta organizzando Fabio Roversi Monaco. Dopo l’intervista a Christian Omodeo, coinvolto nel progetto, l’opinione di Renato Barilli. Al quale proprio non piacciano gli “emuli” di Haring e Basquiat.

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Keith Haring, Senza titolo, 1983, inchiostro su polistirolo, Haggerty Museum of Art, dono dell’artista

Keith Haring, Senza titolo, 1983, inchiostro su polistirolo, Haggerty Museum of Art, dono dell’artista

Sono un accanito sostenitore dell’opportunità che si proceda a operazioni di arredo urbano, come sarebbe l’eseguire murali o graffiti sulle pareti esterne, però nei quartieri di periferia, con assoluto rispetto dei palazzi dei centri storici. E anzi si dovrebbe andare oltre, erigere monumenti, obelischi e simili nelle piazze e rotonde del traffico. Lo richiede il codice del postmoderno in cui siamo immersi, il che ci porta a cancellare l’antiquato “l’ornamento è un delitto” o il “less is more”, dichiarando invece, con Bob Venturi, che “less is boring”.
Ma a patto che non si seguano vecchi e stereotipati modelli. I writers newyorchesi sono stati un grande fenomeno che ci ha dato alcuni tra i migliori protagonisti dei nostri tempi, come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, ma scadendo poi in una folla di stanchi ripetitori. E anche quella che si chiama Street Art è a mio avviso un filone da non incoraggiare, dato che riporta a galla vecchie forme di figurativismo ingenuo, che non reggerebbero al chiuso di musei e gallerie, contrapposte ad autentici esiti della ricerca attuale più avanzata.
E dunque, ci si rivolga davvero ad artisti validi: molti di loro saprebbero sicuramente aggredire le vaste dimensioni di pareti esterne in modi proficui, in linea con il ritorno alla pittura che ormai si riaffaccia da più parti, cercando però di non intristirla entro i vecchi formati del “quadro”. Tra l’altro, sarebbe una via per finanziare davvero la ricerca artistica, sottraendola al controllo unico del mercato e del collezionismo privato.

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Crown), 1982

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Crown), 1982

L’“arte pubblica” qui invocata non potrebbe che essere affidata a istituzioni ugualmente pubbliche, comuni, regioni, aree metropolitane, oppure anche industrie, magari pure con intenti pubblicitari, purché questi si alleassero con la qualità. In fondo, basterebbe riesumare e rilanciare la leggina di quel 2% da investire in opere di abbellimento, in occasione di edifici comunitari, messa a tacere in quanto in genere mal gestita.
Naturalmente, mi rendo conto che questa sorta di OPA lanciata a favore di interventi di tipo qui indicato è piena di rischi, come dimostra appunto il sorgere e pullulare di un genere specifico di artisti, ma vale la pena di tentare, magari con comitati di controllo prima di dare il via libera a tali operazioni decorative. Che naturalmente dovrebbero avvenire con l’approvazione degli abitanti delle case destinate a riceverle, o dei locali pubblici chiamati a ospitare questi omaggi. Tra i requisiti da rispettare, ci sarebbe anche quello che tali interventi non appaiano effimeri, destinati a sparire in breve, o a essere cancellati, e dunque mi sembra improprio, o precoce, passare direttamente a tentativi di salvataggio o di recupero.
A questo modo, si inficerebbe la ragione medesima che ne dovrebbe aver ispirato il concepimento e la realizzazione. Se ornamento deve essere, non se ne deve provare vergogna e tentare di nasconderlo. A patto, beninteso, che si siano fatte le scelte giuste e dato le committenze ad artisti con le carte in regola.

Renato Barilli

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  • Grobbio

    cioè in pratica non ha detto un ca**o