Milano. Herzog & de Meuron e la nuova Fondazione Feltrinelli

Oltre la metafora della porta urbis, vi raccontiamo la costruzione di una nuova identità contemporanea per Milano. Abbiamo intervistato Luca Molinari, che sta curando un libro sull’edificio, e vi presentiamo in esclusiva le foto d’autore di Filippo Romano, che segue il cantiere sin dall’inizio.

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Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano - photo ©Filippo Romano

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano – photo ©Filippo Romano

UN CANTIERE IN COSTRUZIONE
Un progetto molto atteso e chiacchierato, quello della nuova Fondazione Feltrinelli di Milano, fortemente voluta da Carlo Feltrinelli e cresciuta sotto l’occhio vigile degli autori Herzog & de Meuron, che realizzano la prima costruzione permanente nella città di origine del loro maestro Aldo Rossi.
In un ormai storico elzeviro – correva l’anno 2012 – Vittorio Gregotti mise in guardia i lettori del Corriere della Sera contro la “volontà colonialista” insita nelle forme e nelle estetiche “nord germaniche” dell’edificio; qualche mese prima, Marco Biraghi aveva elogiato ampiamente il contenuto dell’operazione, “semplice ma geniale”, liquidandone però il contenitore come “inesorabilmente […] inguardabile”.
A tre anni dall’apertura del cantiere, la prima parte della Fondazione è ormai emersa dal vuoto urbano sconclusionato che per decenni ha avvolto i caselli di Porta Volta, generato dalla demolizione delle mura spagnole e dalle distruzioni belliche. Il passaggio dai render all’architettura “in carne ed ossa” permette, finalmente, di fare qualche considerazione sul campo, a partire proprio dalle scelte compositive e linguistiche.

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano - photo ©Filippo Romano

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano – photo ©Filippo Romano

LA FONDAZIONE COME PORTA URBIS
Dal canto loro, fin dai primi schizzi del progetto, gli stessi architetti hanno avuto cura di elaborare un immaginario molto ricco, costruito ad hoc per legittimarne un’indiscutibile “milanesità”. Herzog & de Meuron raccontano la loro Fondazione come una porta urbis integrata nel sistema dei bastioni, che si confronta per scala e valore urbano con il Castello Sforzesco, l’Ospedale Maggiore e il Lazzaretto, reinventa in chiave contemporanea la tradizione gotica lombarda ed eredita la spiccata orizzontalità e linearità delle cascine padane.
Senza voler questionare la pertinenza dei singoli riferimenti, dalla loro reinterpretazione è scaturita un’architettura che emerge nel paesaggio urbano innanzitutto per la sua scala – la cortina su viale Pasubio è lunga 188 metri, e la cuspide dell’edificio raggiunge i 32 metri di altezza – mentre il moltiplicarsi degli angoli acuti in pianta e in prospetto produce inaspettate distorsioni e illusioni ottiche, che stemperano un poco il rigore dell’insieme.
Certamente, poi, la mancata realizzazione del corpo di fabbrica a ovest dei caselli compromette temporaneamente la volontà del progetto di ricreare la storica porta d’ingresso alla città.

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano - photo ©Filippo Romano

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano – photo ©Filippo Romano

L’OPINIONE DI LUCA MOLINARI
Che questa metafora un po’ passatista sopravviva o meno, la Fondazione può ambire a un ruolo ben più attuale e cruciale. Come racconta Luca Molinari, storico e critico di architettura e futuro curatore di un volume in merito, questo intervento “completa quella spina urbana virtuosa che dalla Fabbrica del Vapore attraversa il nord di Milano passando per via Paolo Sarpi, Porta Volta, piazza XXV Aprile con Eataly e corso Como, Porta Nuova, la Regione Lombardia e si conclude alla Stazione Centrale”. Queste realtà, pur molto diverse per carattere e vocazione “sono tutti spazi pubblici evoluti, luoghi per la cultura, il commercio e il cibo, che s’inanellano lungo una dorsale dominante per la città del prossimo futuro», ora rafforzata anche dall’apertura della metropolitana ‘lilla’. Carlo Feltrinelli ha avuto la forza del pensiero urbano”, continua Molinari, “e ha accettato di confrontarsi con le problematiche spaziali di un lotto delicato e complesso, rifiutando di ridurre il nuovo edificio ad un bell’oggetto autoreferenziale”.

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano - photo ©Filippo Romano

Herzog & de Meuron, Fondazione Feltrinelli, Milano – photo ©Filippo Romano

UNO SPAZIO PUBBLICO PER MILANO
Proiettata all’improvviso dalla quiete dei vicoli del centro al crocevia trafficatissimo di piazzale Baiamonti, la nuova Fondazione vuole partecipare attivamente del funzionamento di questa parte di città. 15mila mq di nuovo spazio pubblico, su cui affacciano la libreria e la caffetteria e nuovi spazi commerciali, invitano i milanesi a riappropriarsi dell’attuale terra di nessuno stretta tra le auto in corsa sulla circonvallazione e le atmosfere piacevolmente fané di viale Pasubio, mix ben dosato di trattorie “vecchia Milano” e kebabbari.
Se la realtà dei fatti confermerà queste prospettive, Milano potrà contare su un nuovo frammento di qualità; un “luogo civile” (Biraghi), inclusivo e confortevole, che invita a un utilizzo consapevole e disinvolto dei suoi spazi, sul modello dei migliori esempi centro-europei; un edificio, infine, le cui estetiche vagamente “teutoniche” non nascono dalla compromissione e dal fallimento dell’identità, ma dalla consapevolezza che quest’ultima si evolve, e che la Milano del 2016 può e vuole guardare oltre i rassicuranti stereotipi del suo passato.

Alessandro Benetti

www.fondazionefeltrinelli.it

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  • chicco

    Mi aspettavo molto di più… E’ una costruzione mastodontica e a mio modesto parere da impiegato ed appassionato di architettura e’ proprio brutta… Peccato

  • Sergio Brenna

    Fonti assolutamente attendibili mi assicurano che Carlo Feltrinelli abbia scelto Herzog e De Meuron come progettisti della nuova sede della Fondazione Feltrinelli dopo aver conosciuto casualmente uno dei due (non ricordo quale) nella hall di un hotel di Zurigo. L’episodio mi ha ricordato l’espediente di Giò Ponti che, nella Milano degli anni ’50-’60, era solito recarsi all’aeroporto di Linate e farsi chiamare all’altoparlante perché il suo nome risuonasse tra la clientela danarosa che all’epoca prevaleva nei voli aerei. Oggi, in clima di viaggi aerei di massa, forse è meglio aggirarsi nelle hall dei grandi alberghi di lusso per “pescare” il cliente giusto. Certo la Fondazione Feltrinelli avrebbe potuto usare verso la città che l’ha vista nascere come simbolo di cultura operaia e socialista un criterio un po’ meno “padronale” e più partecipato per scegliere a chi spettasse proporne l’immagine urbana pubblica.

  • Sergio Brenna

    PoveraPorta Volta: sarebbe quasi stato meglio salirci sopra, inglobandola, piuttosto che sovrastarla con tanta indifferenza. Autentica Autistica Autoriale indifferenza al contesto. E chi hA voluto capire, hA capito

  • Angelov

    Pura Follia Architettonica: frutto ed espressione di un complesso di inferiorità nei confronti delle “grandi firme internazionali”, con le quali non si è in grado di ingaggiare alcun rapporto dialettico, ma solo una passiva e servile indolenza.

  • Sergio Brenna

    Ecco appunto: ancora, ancora fosse stato il progetto di una nuova serra… Vorrò vedere i costi di raffrescamento in estate e riscaldamento in inverno (per confronto: se ci riuscite, provate a percorrere da aprile a settembre la “spina vetrata” di Fuksas al nuovo polo fieristico di Rho-Pero, realizzata con un extra costo di 250 Milioni di € coperti con gli extra profitti fondiari della vendita a Citylife con indici edicatori smisurati).
    Alla faccia dell’architettura eco-sostenibile!

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