Arte & innovazione. L’editoriale di Michele Dantini

Il nodo complesso che lega arte, economia e creatività è il soggetto di una nuova serie di articoli che pubblicheremo ogni sabato. Si comincia con quello di Michele Dantini, che riflette su modelli di sviluppo, teoria dell’impresa e learning society.

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Alberto Burri, Sacco e nero, 1955

Alberto Burri, Sacco e nero, 1955

LEARNING BY LEARNING
Può essere utile per noi considerare una qualsiasi scena artistica locale – nazionale, regionale, cittadina – dal punto di vista della teoria dell’impresa. I processi di crescita (o “sviluppo”) più vantaggiosi per la comunità sono sostenibili e a lungo termine. Sono processi che si dicono endogeni, cioè generati per via interna: si autoalimentano (in misura decisiva), integrano i migliori “saperi” disponibili, creano occupazione qualificata e reddito elevato. Presuppongono innovazione tecnologica e diffusione di conoscenze. Ricerca, formazione, produzione sono qui chiamate a collaborare virtuosamente sul territorio perché la platea delle persone che partecipano dell’incremento di abilità e ricchezza si ampli in modo costante.
Abbiamo trovato una prima definizione di “fioritura”, non solo economica ma civile (il termine è di Phelps): educazione permanente, pari opportunità, lealtà reciproca, mobilità sociale. È learning by learning, autoeducazione all’apprendimento: non solo learning by doing. Tuttavia possono darsi anche modelli di crescita meno desiderabili, tipici di economie periferiche o semiperiferiche: processi alimentati dall’importazione di beni, ad esempio. Si parla in questo caso di processi esogeni, sostenuti da innovazione prodotta altrove. Questi processi non hanno effetti capacitanti e creano disuguaglianze crescenti: tra chi distribuisce (i pochi) e chi consuma (i molti). Ecco che ci si impone la mesta scena di comunità economicamente dipendenti: comunità che non producono (o producono in settori a bassa tecnologia, poco remunerativi e facilmente contendibili) e rinunciano a competere per industrie a più alta tecnologia (più remunerative e meno contendibili).
Un’economia in larga o larghissima parte dipendente è un’economia depressa. Per chi ne fa parte, crimine o emigrazione sono i due soli modi di agganciare lo “sviluppo”. Nessuno dei due modi è sostenibile a lungo termine: distrugge le risorse cui attinge. Accade così che un’economia depressa si avviluppi su stessa (visto Sicario? Un film che, guardato da punti di vista chicanos, è un mirabile saggio sulla circolarità viziosa dello “sviluppo del sottosviluppo”).

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attesa, 1960

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attesa, 1960

IL MERCATO CHE NON SI AUTOREGOLA
Torniamo al modello aureo: durevole prosperità economica e crescita civile. Le condizioni per avviare processi endogeni sono, come già accennato, innovazione tecnologica e diffusione di conoscenze. Sono condizioni correlate: perché si dia innovazione tecnologica nel medio e lungo periodo occorre infatti che la competizione si instauri in un regime cognitivo di “informazione completa”. A questo possono contribuire il buon funzionamento delle istituzioni educative superiori da un lato (università et similia); e il rispetto delle regole dall’altro. L’uno e l’altro garantiscono quell’adeguata competizione che monopoli o cartelli hanno tutto l’interesse a intralciare.
Lungi dall’essere un meccanismo che si autoregola, se lasciato a se stesso il “mercato” crea concentrazione, premia la rendita e distrugge competizione. Questo è quanto. In assenza di politiche antimonopolio (open source, sostegno all’editoria indipendente, politiche della ricerca e del diritto allo studio e altro), l’“accesso al mercato” è reso impervio da quelle che vengono chiamate asimmetrie informative. Questo è anche il motivo per cui Stiglitz, nel suo recente Creating a Learning Economy, polemizza con il punto di vista neoliberista e invoca tutele per quelle che chiama “Infant-Economies”: habitat di innovazione incipiente e futura, non ancora produttivi di profitto (ne scrivo qui). Comunque la si intenda, l’innovazione prevede chiaroveggenza, ostinazione, fiducia incrollabile, defatiganti attitudini all’autocorrezione e uno spreco che potremmo definire “strategico”. Non è stricto sensu “economica”, al contrario. Ma può diventarlo in seguito, se guadagna l’accesso al mercato.

Giulio Paolini, Raphael Urbinas MDIIII, 1969

Giulio Paolini, Raphael Urbinas MDIIII, 1969

LA SCENA ITALIANA DELL’ARTE
Compiamo adesso una brusca sterzata discorsiva e veniamo alla scena artistica italiana recente. Assomiglia paurosamente a un’economia dipendente. Importiamo “brevetti” e licenze estere senza investire adeguatamente in cicli di apprendimento e “innovazione tecnologica”. Sussistono logori monopoli interpretativi – Celant e Bonito Oliva per i decenni che vanno dai Sessanta agli Ottanta. Accogliamo di buon grado la tesi patriarcale dell’“ignoranza” efficace (Bonami). E il criterio che adottiamo per promuovere l’arte italiana all’estero è quello, subalterno, dell’“esportabilità” – cioè dell’esaudimento delle aspettative delle comunità culturali dominanti, angloamericane o altro (la citazione è da Gioni). Così parla, nel mondo dell’impresa, non chi innova ma chi sceglie per sé il ruolo gregario del subfornitore. Dove mai vogliamo andare, con quale forza e profondità, con simili gatekeepers?
Conformismo e approssimazione non pagano, mai: tantomeno nei territori della Grande Creatività. È vero invece che l’arte italiana postbellica ha giocato un ruolo preminente a livello internazionale, in primo luogo tra secondi Cinquanta e primi Settanta, sinché gli artisti stessi, Burri e Fontana in primis (non i critici accademici; tantomeno i “curatori”), hanno saputo mantenere aperto un dialogo profondo e vitale, per niente convenzionale o superficialmente imitativo, con la grande arte del passato – un dialogo inventivo e resistente al tempo stesso.

Leonardo da Vinci, Studio di panneggio di figura seduta - Parigi, Louvre

Leonardo da Vinci, Studio di panneggio di figura seduta – Parigi, Louvre

LA DITTATURA DELL’EXPORT
Chiunque si occupi in modo professionale di arte contemporanea oggi in Italia è (o dovrebbe essere) costretto a muovere dal riconoscimento di una circostanza cruciale: l’affermazione di strategie via via più autoritarie di normalizzazione pro-export dell’attività degli artisti italiani nei decenni postbellici. Ogni altro trending topic è semplicemente irrilevante, o peggio. Non sono mancate manifestazioni di dissenso e insofferenza, anche se tacite o indirette – basti pensare a Manzoni e Fabro, Boetti e Cucchi, Paolini o De Dominicis, per non citare che i seniores. Né sarebbe difficile riferirsi a alcuni tra gli “irregolari” attualmente più interessanti, come Favelli, Zuffi o Lambri. Come che sia, il postulato stieglitziano della protezione di una “Infant-Economy” è stato durevolmente disatteso da un “mercato dell’arte” (categoria sotto cui desidero includere il “discorso sull’arte”: quotidiani e riviste non accademiche in primo luogo) irragionevolmente proteso all’acclamazione di modelli stranieri e caratterizzato da distruttivi criteri short term. “Per uno studio del nesso Centro|Periferia in campo artistico”, osservavano giustamente Carlo Ginzburg ed Enrico Castelnuovo nel 1979, “l’Italia appare un laboratorio privilegiato… In un’età in cui anche le bottiglie di Coca-Cola si configurano come segno tangibile di vincoli non solo culturali, il problema della dominazione simbolica, delle sue forme, delle possibilità e dei modi di contrastarla ci tocca inevitabilmente da vicino”.
La fiducia acritica nelle ragioni selettive del “commercio [artistico] internazionale” e l’assenza di adeguato riconoscimento o “protezione” dei processi endogeni allo stato iniziale – tra questi l’apprendimento dell’eredità culturale da parte delle più giovani generazioni nelle Accademie di Belle Arti – non possono mai avere effetti tonificanti o propulsivi sulla scena artistica locale. E di fatto non li hanno avuti. Disorientano, incoraggiano l’astuzia e il mimetismo, distolgono dal rischio e dalla sfida individuale. Ostruiscono infine – ed è la conseguenza più grave – l’accesso immaginativo e emozionale a quelle opere-Madri che ci attendono qui e là, incuranti delle cronologie lineari della storia dell’arte, nell’ambito di una tradizione nativa di formidabile autorità e potenza.

UNA SOLUZIONE?
Per costruire una “learning society”, nell’arte contemporanea italiana, dobbiamo tornare a cose semplici e risolutive: e in primo luogo a “leggere” le immagini, tutte le immagini, non solo le elettive e canoniche, infrangendo l’infeconda cornice di prudenza, luogo comune o fuorviante dottrina entro cui troppo spesso le abbiamo imprigionate.

Michele Dantini

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  • Tronti

    Bella analisi, ma il paradigma dell’impresa innovativa fino a che punto è utile per sollecitare un’arte italiana asfittica?Considerato che la produttività fecondatrice in molti casi è solo una componente del calcolo finanziario. Tra l’altro alludi tu stesso alla necessità di “mantenere aperto un dialogo profondo e vitale, per niente convenzionale o superficialmente imitativo, con la grande arte del passato – un dialogo inventivo e resistente al tempo stesso.” , quindi qualcosa di diverso dal pragmatismo dell’economia e secondo me (e penso anche secondo te) qualcosa di più. Altrimenti faremmo come i nostri rappresentanti politici che vedono l’arte e la cultura solo come occasioni per l’aumento dei flussi turistici.
    L’assenza di crescita civile o il collasso della stessa e il declino della figura dell’intelettuale non sono però certo un fenomeno solo italiano, ma sicuramente legato alle contingenze storiche di una difficoltà di controbilanciare l’economia fine a sè stessa, strabordante e inaggirabile.
    Se l’impresa va in una direzione può darsi quindi che l’arte ne debba preservare altre. Altrimenti l’impresa non ha bisogno nè di te nè di me, caro Michele.
    Ma visto che parliamo di regole vediamo un pò di cosa parliamo in concreto , altrimenti finiamo per preconizzare solo un Terzo Paradiso assai generico.
    “Regole”, spesso insufficienti, esistono per i titoli di borsa e per i movimenti finanziari. Si sa che stiamo parlando di pezze :), ma non è solo mia opinione che se si applicassero le stesse risicate regole ai vari operatori speculativi del mercato dell’arte qualcuno dovrebbe pagare delle belle multe o peggio, considerate le provenienze, le irregolarità, gli aggiramenti e i conflitti di interessi evidenti.
    Roubini non è certo il solo a parlarne, ne parlano tutti.
    Come possiamo ancora illuderci per una “coscienza civile ” ( ma che roba è?) quando ci sono società finanziarie che creano e manipolano valori di mercato avulsi da qualsiasi riflessione sociale artistica culturale?
    Con un ceto di superbenestanti che ha ridotto il mercato a usura?
    Un ritorno all’Ancien Régime ma in versione ragionieristica, senza la generosità dello sperpero .
    Questa è la situazione.
    Ovviamente mi desta simpatia il fatto che stai cercando esempi di irregolarità o di qualità che si sono opposti al procedere decerebrato della “creatività diffusa”: attenzione però che allora dovrai accettare anche l'”antidemocratico” che è in te :)

    Ciao

    • Michele Dantini

      Lo accetto (da tempo). grazie per il commento, acuto ;)

      • Tronti

        :)

  • Whitehouse Blog

    Sempre spunti e analisi interessanti da Michele Dantini. Non mi è chiara la differenza tra Favelli-Zuffi-Lambri ed altri artisti nostrani. Ossia in Italia nessuno argomenta le differenze. Cosa fondamentale, in quanto non si tratta di presentare l’ennesima opera quanto favorire senso critico per vedere l’opera là dove l’opera non c’è; per capire che il “museo” deve sempre essere dove ci troviamo. Ognuno è curatore della propria mostra-vita. Per quanto riguarda la soluzione, per quanto riguarda protocolli “semplici ” (ma non semplicistici) che cercano di leggere le opere, sempre all’interno del progetto MyDuchamp invito a Ferro3, sei video da tre minuti: https://www.youtube.com/playlist?list=PLJR5mUBRtPuUoHZVIHRqsXiroG_LXm_Lg

    • Video interessanti che ribadiscono il ruolo dell’opera d’arte come il secolo scorso ce la tramanda (anche se questa non é l’unica via che ci offre il novecento). Ma ormai siamo in un altro secolo e dobbiamo pensare a cosa il pezzo di polistirolo potrebbe dirci oggi in più rispetto a quello che ci dice l’arte del 900: se non ricordo male lo stesso duchamp diceva che un’opera dura al max 100 anni). La linea che proponi é corretta ma deve quindi essere prolungata… Abbiamo capito l’importanza dell’idea ma la vita non é solo idee é metterle in pratica. Le mie bimbe con cui guardò spesso i film d’animazione mi hanno insegnato questo; lo spiego con un esempio: se vedo “ant bully” e poi tratto male le formiche che vengono sul mio balcone, del film ho preso solo l’idea ma non la vita. Ma qui sta proprio la novità. Ecco perché non basta – e torno all’articolo di Dantini – leggere le immagini. Vanno lette ma calate nel ns modo di vivere di tutti i giorni. Di questo dovremmo parlare.
      Un caro saluto

    • Michele Dantini

      caro Luca, sono felice che tu sia in sella e pugnace come al solito. Però attento. Una frase come “in Italia nessuno argomenta le differenze” descrive in primo luogo se stessa: non fa differenze proprio nel senso in cui tu contesti (ma sempre e solo agli altri: è il tuo limite) di non fare differenze. hasta mio caro ;)

      • Whitehouse Blog

        Caro Michele, ho capito cosa intendi. Prima di fare le differenze bisogna però rendere evidente nel dibattito pubblico un valore. Per esempio si parla del calcio e si fanno le differenze perché molte persone riconoscono il valore del calcio. Nell’arte, almeno in Italia, questo non succede, il valore dell’arte, come della cultura, è nascosto e sorretto solo da una retorica controproducente o dal minimo sforzo che la politica deve fare. Quindi nessuno può fare le differenze, fuori dal circolino dei soliti noti, se PRIMA non esiste un valore condiviso e riconosciuto pubblicamente. Io intendo anche qualche prima o seconda pagina sul Corriere della Sera. Che appunto non vedo :)

        • Michele Dantini

          Certo, capisco. Ma trovo in parte fuorviante (e un po’ infantile) il tuo disappunto minoritario. Si fa (e si scrive) quel che si deve, senza aspettative troppo precoci né richieste di acclamazione. A leggerti sembra che le pagine culturali dei “maggiori” giornali nazionali siano fogli autorevoli e tempestivamente informativi, anziché gli screditati ricettacoli di pubblicità non dichiarata e favori personali che in realtà sono. Esistono per pietrificare reputazioni esauste, non per nutrire l’intelligenza creativa in un qualsiasi modo operativo e concretamente definibile. Che meritino di essere candidamente disertati? Un caro saluto M

          • Whitehouse Blog

            Ho fatto l’esempio dei giornali, delle prime pagine, per rilevare come non sia per niente chiaro un valore pubblico, riconosciuto e condiviso dell’arte, anche per i processi di innovazione e sopravvivenza. Lo sappiamo io e te, ma il pubblico non ha chiaro questo. Tutto qua. E allora collaboriamo, confrontiamoci serenamente, senza pensare sempre all’accredito che potremo fare al nostro interlocutore. Definiamo anche piccolissimi protocolli pratici. Ed invece ci banniamo e oscuriamo. Sono pazzo? Ok, aiutatemi! Abbracciatemi, non potremo che uscirne tutti più forti. La pensiamo tendenzialmente nello stesso modo, collaboriamo. Più di così non so cosa dire :) L

  • Sonia

    Questo Dantini è proprio un espertone, il problema dell’arte contemporanea è che chiunque un giorno può svegliarsi e mettersi a pontificare sul lavoro altrui.

    • Caterina Porcellini

      A giudicare dal curriculum di Michele Dantini, almeno nel suo caso non è che lui abbia cominciato a “pontificare” proprio l’altro ieri. E senza aver studiato, prima, e a lungo:
      http://www.lett.unipmn.it/docenti/dantini/
      Sonia, cosa ci racconti di te, invece? :)

      • Sonia

        Curo la collezione d’arte contemporanea dei miei genitori.

        • Avantipopolo

          Sei una mantenuta, quindi.

  • Angelov

    “nell’ambito di una tradizione nativa di formidabile autorità e potenza”…
    forse meglio di “autorità” userei “autorevolezza”?

    Una illuminante analisi parallela che evidenzia, in modo tendenzialmente scientifico, delle analogie tra due ambiti che comunque si muovono purtroppo sempre in direzioni opposte: quello dell’economia e del potere, e quello della cultura; in questi ultimi giorni si è evidenziata ancora una volta il gioco al massacro della cultura perpetrato dal potere, in quell’occultamento di capolavori classici per finalità geo-politiche etc; ciò di cui si ha necessità, è di una umanizzazione della cultura che anticipi un cambiamento nei modi di relazionarsi all’interno della società; ma questa umanizzazione non può avvenire finché gli intellettuali non rinunceranno al cinismo che sembra caratterizzarli.
    Proprio oggi finiva una mostra di fotografie di Vivian Maier, qui a Milano; non mi era mai capitato di emozionarmi davanti a delle foto in B/N; la vita e l’opera di questa straordinaria&anonima artista dovrebbero interessare chiunque pensi che la cultura possa ispirare le persone ad agire per il meglio, e che l’umiltà e la dedizione alla propria passione, senza distrazioni o devianze etc, siano un presupposto importante di cui tener conto.

  • Penso che il ruolo dell’arte sia stato sostituito da altri linguaggi e tecniche, oggi quella che si ricorda non ha nulla con quella che viene commercializzata, sono due percorsi e ruoli completamente diversi, per cui la parola stessa arte risulta superata e vuota.

    L’analisi è molto interessante ma tralascia il ruolo culturale che oggi non può più esserci per via della produzione che non può aspettare il tempo della “riflessione”

    • artriste

      Un’opera necessita di tempo e maturazione, quando ogni settimana viene realizzato un lavoro difficilmente può essere pregnate.

    • Michele Dantini

      cara_o doattime, “oggi” – tu usi due volte questo termine, in poche righe – implica una filosofia della storia, dunque una prescrizione. Ma l’arte si nutre di dimensioni del “possibile”. Per sua natura disubbidisce, se è tale. “Oggi” come ieri e come domani. Un caro saluto