Bruxelles. L’arte all’erta

Siamo andati a fare un piccolo tour dei musei di Bruxelles. In un’atmosfera ancora livida e surreale, dopo l’allerta ai livelli massimi nelle ultime settimane. Ma non bisogna cedere. Cogliamo allora l’occasione delle imminenti feste per mettere il naso fuori dalle realtà più vicine.

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Argos, Bruxelles

Argos, Bruxelles

BRUXELLES MILITARIZZATA
Sono passate tre settimane da quando la città è stata sigillata per le perquisizioni antiterrorismo di Molenbeek e della Grand Place. Da sabato 21 novembre a mercoledì 25 sono rimasti chiusi i centri commerciali, i trasporti e gli uffici postali, e annullati gli eventi e le partite di calcio. Il lookdown ha riguardato anche i musei che, soprattutto dopo l’attacco al Bardo di Tunisi, sono considerati luoghi “sensibili”. Per giorni l’Europa ha avuto una capitale vuota e pietrificata; non succedeva dalla fine del 2007, quando la polizia scoprì un piano per far evadere dal Paese un terrorista di Al Quaeda.
Quando arriviamo in città, l’allerta è passata a livello 3. L’autorità registra una “minaccia possibile e verosimile” e dispiega una presenza militare massiccia; a molti angoli delle arterie più frequentate del centro sostano camionette dell’esercito e nelle strade sono visibili gruppi di poliziotti pesantemente armati. Le strade sono meno frequentate del solito, per lo meno nel weekend. Anche per le giornate livide e ventose, sembra di passeggiare in una città dove tutti stanno più volentieri a casa. I musei d’arte contemporanea non fanno eccezione; giorno dopo giorno, le misure di sicurezza ritornano a livelli normali, ma i visitatori sono pochissimi, si contano sulle dita di una mano.

Gülsün Karamustafa e Koen Theys @ Argos e Centrale, Bruxelles

Gülsün Karamustafa e Koen Theys @ Argos e Centrale, Bruxelles

COME I MUSEI GESTISCONO LA PAURA
Dal Bozar – il più importante centro culturale della città con le sue sale museali e da concerto, cinema e teatro, fra il Palazzo Reale e la stazione Bruxelles Centrale – Lean Daems commenta così: “Abbiamo riaperto giovedì 25 novembre applicando misure di sicurezza maggiori rispetto al solito. L’unica entrata aperta è quella principale, dove è stato installato un posto di controllo: le borse devono essere lasciate fuori dalle sale e c’è un numero maggiore di addetti alla sicurezza. Per ogni evento collaterale prendiamo in considerazione strategie diverse, d’accordo con la polizia. La maggior parte delle persone apprezza. Vorrei sottolineare che non cambieremo certo i nostri programmi”.
Ad Argos – Centre for Art and Media e a Centrale sono allestite due sezioni di Europalia (fino al 31 gennaio), il festival delle arti che quest’anno è dedicato alla Turchia. Spiega il personale: “I più spaventati sono i fiamminghi, che sembrano considerare Bruxelles pericolosa come i suoi centri d’arte. Gli eventi collaterali sono deserti e pertanto sono stati cancellati”, ed è un peccato, perché la mostra di Gülsün Karamustafa e Koen Theys, un dialogo fra l’artista turca nata ad Ankara nel 1946 e il belga di Bruxelles nato nel 1963 è curiosa e inaspettata.
Atmosfera totalmente surreale al Wiels, il centro di Bruxelles più noto per l’arte contemporanea, dove sono allestite le belle personali (allestite fino al 10 gennaio) di Stan Douglas (Vancouver, 1960) e Klara Lidén (Stoccolma, 1979). Nelle sale di quest’ultima, in particolare, ci si aggira come spettri, tra oggetti d’arredo urbano, cestini dell’immondizia, video e stanzette di cartone, contagiati dalla sensazione trasmessa dalle opere di non essere a proprio agio nel contesto della vita sociale. L’ex birreria dove ha sede l’edificio si trova nel quartiere della stazione di Midi, ma le poche persone che sono all’interno sembrano universitari francofoni e signori di una certa età in gita. La città è decisamente multiculturale, ma spesso la mixité non è reale e le comunità convivono una accanto all’altra, senza integrarsi.

Molenbeek

Molenbeek

LA SITUAZIONE A MOLENBEEK
Paradossalmente, tutt’altra aria si respira proprio a Molenbeek, quartiere dall’altra parte del canale rispetto al centro, da cui sembra provenisse la cellula che ha eseguito le stragi di Parigi. La maggior parte degli abitanti è belga di seconda o terza generazione e ha origini mediorientali; il livello di disoccupazione è alto; molte donne sono velate e alcuni uomini sono vestiti in maniera tradizionale; le scritte sulle porte delle abitazioni e le insegne dei negozi sono in caratteri arabi. Sul sagrato della chiesa che sembra una moschea ci sono tanti ragazzini che giocano a pallone; polizia e esercito in questo momento non si vedono e ai tavolini dei caffè chiaccherano solo uomini, come a Marsiglia e a Marrakesh.
Edoardo Cimadori, che ha lavorato per tanti anni con Jan Fabre e che ora abita a Bruxelles, mi spiega che artisti, artigiani e producer si stanno trasferendo qui perché trovano atelier comodi, come quelli di LaVallée, nell’omomima via. Due sono i centri culturali aperti nel raggio di un chilometro, l’iMAL – Centre for Digital Culture e Thecnology e la Maison des Cultures et de la Cohésion Social, dove si trova anche una bella opera dello svizzero Beat Streuli (Altdorf, 1957). Al centro per il coworking Le Phare, sul canale, spiegano che la zona è “super safe”: nessun problema.
Tuttavia, per le strade pochissimi sono quelli che hanno origini europee e a fare fotografie non ci si sente poi così al sicuro. Chissà se per suggestione o per una semplice, insopprimibile, questione di genere.

Antonella Crippa

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