Le giovani parole. Conversazione con Mariangela Gualtieri

La fondatrice del Teatro Valdoca di Cesena ha appena pubblicato, per Einaudi, una nuova raccolta di poesie. L’abbiamo intervistata.

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Mariangela Gualtieri - Bergamo, Cattedrale di Sant'Alessandro - photo Gianfranco Rota

Mariangela Gualtieri – Bergamo, Cattedrale di Sant’Alessandro – photo Gianfranco Rota

Le giovani parole è anche il titolo di un tuo “rito sonoro”. Perché questa definizione?
Le giovani parole è un verso di Beppe Salvia. L’ho pensato come definizione della parola poetica: la poesia è parola inconsumabile, parola che non invecchia e dunque è sempre giovane parola. Questo titolo mi piaceva talmente che dal rito sonoro l’ho fatto transitare al libro, mentre di solito si fa il contrario.

Quali ascolti di poesia ti hanno nutrita?
Leggo tanta poesia e tanta ne imparo a memoria, da Pascoli a Milo de Angelis. C’è, come dichiaro, un debito con Borges e con tutti i poeti ai quali ho rubato un verso, da Amelia Rosselli a Ida Vallerugo, da Rimbaud a Giovanna Sicari, da Wallace Stevens a Sant’Agostino. In questo libro un nutrimento grandissimo è arrivato da Bruno Schulz, al quale ho dedicato un’intera sezione. Il suo libro, Le botteghe color cannella, mi ha davvero influenzata tantissimo e io mi sono consegnata a questa influenza, senza fare resistenza, facendolo appunto entrare nei miei versi.

E quali ti hanno appesantita?
In questo senso nulla mi appesantisce perché non riesco a leggere qualcosa che non mi nutra, mi fermo prima di accumulare peso.

Cosa ti sorprende di Bruno Schulz?
Mi sorprendono i suoi occhi di neonato che non danno nulla per scontato e presentano la realtà in una luce sempre metafisica. E poi il suo raccontare è denso di versi: saltano agli occhi e quasi stordiscono. Io ne ho presi alcuni e li ho fatti diventare titoli delle poesie di questa sezione.

Mariangela Gualtieri, Le giovani parole

Mariangela Gualtieri, Le giovani parole

In che modo Cesare Ronconi guida i tuoi “riti sonori”?
Anche se i miei riti sonori sono in apparenza semplicissimi, essenziali, vi è una tessitura ritmica molto importante nel determinare l’attenzione del pubblico e il mio agio nel proferire, una tessitura calibrata nelle venature minime. In questo Cesare viene sempre interpellato, e ogni volta porta le sue critiche, fa le sue lodi, propone e disfa e io lo ascolto sempre con grande attenzione.

Preferisci definirti poeta, piuttosto che poetessa. Eppure il tuo sguardo è profondamente femminile.
Voglio pensare che la parola “poeta” comprenda entrambi i generi. Poeta è una parola bellissima e la preferisco, mi pare della famiglia di atleta, di asceta, parole che stanno molto bene vicino al poeta, quasi ad indicare che è di secondaria importanza il genere, in certi casi.

A proposito: alcune donne hanno concorso alla composizione di Le giovani parole.
Ho chiesto aiuto a Giovanna Rosadini, mia prima editor einaudiana e ora lei stessa poeta. Avevo molti dubbi: mi sembravano troppe le sezioni, troppe le poesie, e così dopo aver fatto una mia prima composizione, ho lavorato una giornata con lei e abbiamo messo a punto ogni cosa. Giovanna ha una lucidità poetica formidabile e ogni suo consiglio è stato accolto con gratitudine. Come scrive Milo de Angelis “basta una lacrima per rovinare tutto” e penso sia proprio vero. Giovanna mi ha aiutato ad affinare, soprattutto a togliere, e poi conosce bene le mie possibili cadute.

Alcune poesie sono esplicitamente autobiografiche. Quali parti della tua vita non possono essere contenute in un libro?
Forse le parti che chiamano in causa la vita intima di persone che sarebbero facilmente riconoscibili. Per il resto credo che tutto ciò che è vissuto con veridicità e pienezza possa fare parte di un libro. Ho pubblicato le poesie su mia madre perché mia madre non è più in grado di leggerle, perché ciò che la connotava sta sfumando, e perché quello che sta capitando a lei e a me appartiene a gran parte della mia generazione, e sarà sempre più frequente. C’è qualcosa che i nostri vecchi ci stanno suggerendo: ci invitano a ripensare non solo la morte, ma tutta la lunga scia di uscita dalla vita.

Mariangela Gualtieri - Voltrerrateatro 2015 - photo Stefano Vaia

Mariangela Gualtieri – Voltrerrateatro 2015 – photo Stefano Vaia

Sembri mossa dal desiderio di interrompere il silenzio il meno a lungo possibile. È così?
In questo tempo il silenzio non accade naturalmente. Le case, le strade, i cortili, non sono più immersi nel silenzio come avveniva nella mia infanzia, un’infanzia senza telefono, senza televisore, con pochissime auto per strada, con una radio accesa pochi minuti in un giorno. Tutto ciò che si viveva emergeva dal silenzio. Ora se vuoi stare in silenzio devi davvero conquistarlo, blindarti, astenerti da molti assilli quotidiani, dal cellulare all’informazione, alla cronaca, e va a finire che per me è sempre troppo poco, sempre troppo poco silenzio.
Nel silenzio si accumula potenza e, secondo i maestri orientali, il silenzio è la lezione più grande. Ma bisogna avere la testa a posto per starci bene.

Perché continuare a condividere ciò che scrivi?
La poesia è carica di quel silenzio, lo tiene al centro. In questo senso penso che la poesia sia il punto in cui la parola più si avvicina alla natura. Non solo perché porta in sé le potenze arcaiche del linguaggio e del pre linguaggio, ma proprio perché ha tanta affinità col silenzio. Quando dico silenzio intendo il suono della natura, con le sue acque, animali, piante, foglie, nuvole e silenzio.

La scelta di quali poesie inserire nel libro è stata guidata anche dalle reazioni delle persone durante le tue letture a voce alta?
No. Non ho mai letto queste poesie ad alta voce, a parte Bello Mondo e Studio sullo stare fermi che sono brevi poemi e sono nati per il teatro.

Quale responsabilità ha chi ascolta o legge i tuoi versi?
Nei miei confronti nessuna. Nei propri confronti direi quella di sempre, cioè di esserci pienamente, al massimo della propria forza d’amore e delle propria capacità di attenzione e di ascolto.

Mariangela Gualtieri - photo © Melina Mulas

Mariangela Gualtieri – photo © Melina Mulas

Come affini la semplicità del tuo dire?
Non sono molto capace di affinare. Di solito le poesie arrivano così, come le vedi sulla pagina. A volte tolgo dei versi perché nella resa orale mi sembrano noiosi da leggere, li sento cadere ai miei piedi e incapaci di una gittata più lunga. È vero che questo libro appare più semplice dei precedenti e questa conquistata semplicità è frutto di maturità, credo. Ma la poesia non è mai semplice. Io spero di essermi conquistata un piano semplice e che sotto resti l’intreccio di tutte le altre venature. Borges, a proposito della apparente semplicità del suo ultimo libro di poesia, parla di “segreta e modesta complessità”.

Pubblicare un libro, per te, è lasciare un’eredità?
Le poesie che scrivo sono per me stessa dei doni. Non so di dove vengano, so che non c’è alcun merito, e non so perché vengano scritte proprio dalla mia mano. E dunque pubblicare un libro è condividere questo dono, metterlo nel mondo e fare sì che altri ne godano. Non è un’eredità perché mi pare che non sia “mio” quello che lascio. A me pare solo di essere la sonda che indaga, la fessura attraverso cui qualcosa viene alla luce, all’espressione. E questa forse è la mia presunzione più grande.

Michele Pascarella

www.teatrovaldoca.org

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