L’arte e il sacro. Conversazione con Nove, Ovadia e Paparoni

Aldo Nove, Moni Ovadia e Demetrio Paparoni a confronto sul rapporto fra arte e sacro, a partire dal libro di Paparoni appena pubblicato da Skira. Un dialogo a tre sulla possibilità di raffigurare oggi il divino in arte, sulla rappresentazione di un'assenza, sulla laicizzazione della figura di Cristo.

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Isenheimer Altar. Erste Schauseite, Mitteltafel: Christus am Kreuz.

Isenheimer Altar. Erste Schauseite, Mitteltafel: Christus am Kreuz.

Cristo e l’impronta dell’arte, il nuovo libro di Demetrio Paparoni edito da Skira, traccia un panorama storico e critico del rapporto fra arte e sacro (come spiega il sottotitolo, Il divino e la sua rappresentazione nell’arte di ieri e di oggi). Un percorso – corredato da molte immagini – che parte dall’antico (Grünewald, Caravaggio, Rubens…) e giunge al Novecento e al contemporaneo (Yves Klein, Tony Oursler, Anish Kapoor, Yan Pei-Ming…).
Per la presentazione milanese del libro al Museo Diocesano, l’autore ha voluto con sé Aldo Nove e Moni Ovadia. Abbiamo riunito Demetrio Paparoni, Nove e Ovadia nella sala della Via Crucis di Fontana per un’intervista a tre voci.

L’elemento a mio parere più interessante in un libro come Cristo e l’impronta dell’arte è il passaggio al contemporaneo. La rappresentazione del sacro è per l’arte contemporanea un rimosso, almeno a livello di principio, un’impossibilità. Perché l’arte contemporanea è strutturalmente laica…
Demetrio Paparoni: L’impossibilità di rappresentazione riguarda in realtà il concetto di religione come insieme di regole. C’è un testo molto bello di Moni Ovadia in cui parla di cosa significa essere laico, agnostico, e in cui cita una frase bellissima: “Proprio perché non credi che ci sia un dio che ti può aiutare, tu diventi l’uomo che può aiutare l’uomo che ha bisogno di te”. Dall’Illuminismo in poi gli artisti sentono l’esigenza di desacralizzare la figura di Cristo per creare valori umani, che trascendano il valore religioso. Nell’arte c’è quella forza che ti permette di assumere dei valori e di portarli sul piano terreno, al di là dei sistemi che pretendono di gestire quegli stessi valori.
Moni Ovadia: C’è una coincidenza non casuale: nella lingua ebraica le tre parole emunà (fede), imun (il “training”, gli esercizi spirituali per arrivare alla fede) e omanut (bellezza) hanno la stessa radice. Dunque, in questa chiave, il problema dell’arte è connaturato alla questione spirituale. L’artista si sforza di distillare la ricerca del senso, anche la più paradossale… Ma forse la ricerca spirituale più sensata consiste nel sottrarre a dio l’eccesso di sacralità. È la ridondanza di fede che rende il divino intollerabile, intrusivo. Man mano che si sottrae, si trasfigura, si astrattizza, non ci si allontana dal divino ma ci si avvicina ad esso.
In arte, man mano che arriviamo verso la contemporaneità, il gesto artistico diventa un gesto in assenza del sacro – anche se è in relazione con il sacro. Il libro di Paparoni – ed è un libro straordinario, un vero godimento – ci porta in relazione a questo percorso di progressiva umanizzazione e dedivinizzazione del Cristo da parte dell’arte. L’arte moderna, poi, l’ha reso umano e moderno: è l’uomo della crisi, diviso, perso, che si stinge persino, nella sua identità e nella sua immagine.

Demetrio Paparoni – Cristo e l'impronta dell'arte - Skira

Demetrio Paparoni – Cristo e l’impronta dell’arte – Skira

La comunanza delle tre parole (fede, “training” e bellezza) vale anche per l’arte moderna e contemporanea? Tale comunanza sembrerebbe piuttosto richiamare, se non il Romanticismo, almeno la teoria estetica della coincidenza tra verità e bellezza, oggi superata.
Moni Ovadia: Sì, questa coincidenza viene anche superata. Alla bellezza si sostituisce una distillazione di senso, e anche il segno assoluto che si fa senso.

Con Aldo Nove vorrei spostare il discorso sulla letteratura. Prima ancora di chiedersi come rappresentare il sacro nella letteratura contemporanea, forse la domanda da porsi è se sia possibile rappresentare il sacro in letteratura. Due dei suoi libri – Maria e Tutta la luce del mondo, che parla di San Francesco – affrontano il sacro con una forma che a prima vista appare piana, neutra, “tradizionale”, ma che poi si rivela sperimentale e contemporanea. In La vita oscena, poi, viene descritto un “martirio”, e il protagonista è una figura cristica (così come spesso nell’arte contemporanea l’individuo – o l’artista stesso – è una figura martoriata).
Aldo Nove: Mi viene in mente una frase molto bella di Leone Magno: “Noi abbiamo un corpo, non siamo un corpo”. Ciò significa che tutto passa attraverso l’interpretazione, che è innanzitutto personale e inevitabilmente anche storica. E questo fa sì che questo corpo che c’è, che è una cosa che noi possediamo – per quanto provvisoriamente –, lasci delle tracce. Credo che Demetrio col suo libro abbia fatto un grandissimo lavoro su questo, ad esempio sulla Sindone. La Sindone riproduce la materialità del corpo nel suo trasudare, nel suo essere orma. E questo poi ha dato adito nella storia dell’arte a tanti esperimenti analoghi. Da Clemente, che riprende il volto della Veronica e ce lo rappresenta attraverso gli animali e altri elementi, che simboleggiano sempre l’uomo; alle antropometrie di Klein, che ripete l’operazione della Sindone e quindi ci dà la fisicità di questo corpo che è inestricabilmente legato con il sacro.
Come diceva prima giustamente Moni Ovadia, nel momento in cui tu poni l’accento sul sacro, lo togli dall’umano: è un rapporto di equilibri. A quel punto non c’è più la ricerca, l’umanità che cerca un senso, ma c’è il sacro in quanto dato, e questo ci proibisce di affrontare in letteratura e nelle arti visive qualunque forma di mistero.

Wang Guangyi, Pietà, 2011

Wang Guangyi, Pietà, 2011

Tornando all’arte contemporanea, accennavamo prima al ruolo cristico assunto dall’artista: come leggete forme di espressione come la Body Art, l’osceno, l’abietto… Si tratta di “sacro”?
Demetrio Paparoni: Consiglio un libro sul cibo che ha scritto Moni Ovadia [con Gianni di Santo, Il conto dell’Ultima Cena, Einaudi, Torino 2010, N.d.R.]. Leggendolo, ci si rende conto che la vita di ognuno è segnata da una serie di ritualità legate alla sua cultura, alla sua storia e alla sua religione, al cibo, alle abitudini dell’infanzia… Non c’è nulla di quello che succede nell’arte che non si trascini dietro gli elementi della cultura dell’artista. Non riesci a rimuovere nemmeno ciò che decidi di rimuovere, non c’è niente da fare.
Non è un caso che nel libro io non parli né di Nitsch né di Serrano: io sono legato ai fatti culturali e li analizzo per quello che essi sono. Puoi trovare molta più spiritualità in un banchetto che in una foto di un Cristo immerso nell’urina. Il bello del mio lavoro è uscire fuori dalle mode dominanti e occuparsi di ciò che tocca le tue corde.
Moni Ovadia: A proposito della censura che spesso colpisce opere come quella di Serrano: le opere non possono essere blasfeme. Tutte quelle forme d’arte, anche quelle corrive o mediocri, non dovrebbero offendere il vero credente. Il sacro è troppo forte per essere scalfito. Anche una vignetta non è contro il Profeta o il Cristo, ma è contro il fedele che fa del Profeta o del Cristo l’idolo.

Da dove viene lo scollamento che c’è tra istituzioni religiose e arte contemporanea? Le mostre di “arte cattolica” propongono spesso opere di cattiva qualità, fuori dallo spirito del tempo, retoriche…
Demetrio Paparoni: In quei casi c’è un equivoco di fondo. Chi si occupa di arte cattolica, cristiana, non ha l’idea di selezionare quali opere funzionano e di distinguerle da quelle che non funzionano. In mostre di quel tipo chiunque si occupi di Cristianesimo o di Cattolicesimo viene buttato dentro indipendentemente da quello che fa, perché diventa una lettura ideologica.
Aldo Nove: L’oggetto diventa la sostanza e quindi salta l’arte, salta la ricerca artistica.

Stefano Castelli

Demetrio Paparoni – Cristo e l’impronta dell’arte
Skira, Milano 2015
Pagg. 186, € 28
ISBN 978885722816
www.skira.net

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  • Tra il sacro e il profano io rivoglio l’opera di cristo di Serrano al suo posto .