Mostra del Cinema. Applausi per Laurie Anderson

Alla sua prima regia "pura", la regina dell’elettronica firma un film sperimentale. Che narra le evoluzioni dello spirito, dell'intelletto e della creatività.

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Laurie Anderson

Laurie Anderson

LAURIE ANDERSON SBARCA AL CINEMA
Che fosse un’artista multimediale straordinaria, oltre che la celebre pioniera della musica elettronica americana, Laurie Anderson lo aveva ampiamente dimostrato con una carriera tempestata di riconoscimenti e premi, tra cui l’ingaggio come prima artista della NASA. Ma che potesse diventare una regista da Leone d’Oro non lo si è saputo fino a quando in Sala Grande è stato proiettato il suo Heart of a Dog, felicemente in concorso.
Come abbia fatto lo si evince guardando il film: con una spontaneità disarmante ha applicato al cinema il proprio collaudato processo creativo, usato per costruire i suoi capolavori musicali. Il risultato è un film di grande freschezza, ritmo e profondità, che sa trasmettere contenuti di carattere spirituale attraverso una partitura di immagini, suoni e parole capaci di trasformare un film in un viaggio interiore partecipato.

IL CANE, IL COMPAGNO
Un film “fatto in casa”, costruito secondo un campionamento di immagini che è soprattutto un campionamento di idee finalizzato a trarre un succo da quel che si vede. Un film d’autore che non flirta con la storia del grande cinema e non è mai lezioso.
Anderson racconta la storia del proprio amatissimo cane, Lollabelle, in un viaggio dentro la vita e la morte, la poesia e il linguaggio. I temi sono quelli a lei cari, a cui si aggiungono elementi biografici tradotti in chiave spirituale. Che dietro tutto ciò vi sia un tentativo, del tutto umano, di elaborare la perdita di Lou Reed, è possibile, ma Anderson è un’artista troppo generosa per utilizzare la sua storia con Reed per fare un bel film, fosse anche solo come estremo atto d’amore. Lui c’è e la sua musica pure, ma in modo delicato e sincero, come una parte di un quadro entro cui hanno diritto di entrare altri grandi ispiratori, da Goya a Wittgenstein, da Kierkegaard al loro maestro di buddismo.
Se lo si volesse accostare a qualcosa di già avvenuto, il film potrebbe ricordare la libertà di movimento de Lo scafandro e la farfalla del pittore e regista Julian Schnabel, grande amico e dirimpettaio di Anderson nel West Village, New York. Ma questo film agisce più come un flusso di coscienza, come un ipertesto che balza tra idee apparentemente distanti ma connesse, fondendo insieme i linguaggi, dentro una scansione ritmica pressoché perfetta. E qui la musicista Anderson supera molti registi professionisti odierni.

Laurie Anderson, Heart of a Dog

Laurie Anderson, Heart of a Dog

PRONTA PER IL LEONE D’ORO?
Anche in questo caso, come in Francofonia di Sokurov e Innocence of Memories di Orhan Pamuk e Grant Gee, ci troviamo di fronte a un “trattato”, a un film che vuole fortemente dire delle cose e che usa la potenza del cinema per trasmettere idee e sensazioni.
Anderson lo fa egregiamente, e con un qualcosa in più rispetto ai due film sopra citati: lei “sottomette” l’immagine alla parola e in questa sottomissione si permette di lavorare sulle immagini come fa con i suoni, dando al film un ritmo di rara efficacia mentre la sua voce ammaliante e fraterna ci guida attraverso “tranche de vie” commoventi o esilaranti. Nutrito di immagini “sporche”, prodotte da filtri di ogni tipo, lo sperimentalismo di questa artista laureata in Visual Arts alla Columbia approda al cinema con una forza da Leone d’Oro. Sarebbe meritatissimo. Anche solo per le frasi illuminanti che abbondano in un film che nel suo farsi diviene, poco alla volta, sempre più spirituale. Tra le più forti, c’è forse quella di Wittgenstein: “Non so perché siamo qui, ma sono abbastanza sicuro che non è per divertirci“.

Nicola Davide Angerame

www.labiennale.org/it/cinema/

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