Affaire Hotel Santa Chiara. Ennesimo scempio a Venezia?

Svelato l'ampliamento dell'Hotel Santa Chiara in piazza Roma, a pochi passi dal ben più eclatante ponte di Calatrava. E divampano le polemiche per l'ennesimo intervento che deturperebbe Venezia. Ma è davvero così? Abbiamo esaminato il progetto, alla luce della teoria su restauro e conservazione dei beni architettonici.

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Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

LO SCANDALOSO RADDOPPIO DELL’HOTEL SANTA CHIARA
Abbiamo visto circolare le prime immagini dell’Hotel Santa Chiara di Venezia, all’indomani del suo dibattuto ampliamento, prima ancora che l’attenzione mediatica raggiungesse il picco. Una volta ottenute delucidazioni, ci siamo trovati in una posizione imbarazzante: eravamo gli unici a pensare che l’intervento architettonico non fosse così male come lo dipingevano? Vero è che si sta valutando l’edificio attraverso le sole immagini, quando il manufatto è tridimensionale se non “4D”, nel momento in cui se ne considera l’esperienza attraverso il tempo: un’architettura va percorsa, lungo tutti i suoi assi e in tutta la sua estensione, e la più completa delle sue immagini è di fatto una ricostruzione mentale.
Se la riflessione sul lavoro appena inaugurato ha quindi un limite contingente, sembra però che molta della polemica sorta attorno all’hotel abbia una limitazione immateriale, che lo stesso impedisce di guardare all’opera di per sé. Sui giudizi espressi, pesa insomma l’immagine di Venezia come entità storica e in qualche modo astratta: la sua storia, la sua gloriosa tradizione e via dicendo.
Non ci si spiega altrimenti il parere di Salvatore Settis, che Gian Antonio Stella riporta sul Corriere della Sera: “È una schifezza che offende Venezia, offende i veneziani, offende tutti coloro che nel mondo amano la città. Non hanno neppure cercato di render meno invasiva questa intrusione. Vergogna, vergogna, vergogna!“.
Fa strano, perché in realtà l’allestimento della mostra Portable Classic curata da Settis proprio a Venezia – in una Fondazione Prada la cui sede altro non è che il settecentesco Ca’ Corner della Regina – poggia proprio sul contrasto (drammatizzato dall’illuminazione) tra l’antichità e scelte espositive che nulla fanno per nascondere la loro contemporaneità. È una scelta critica anche questa, nel momento in cui l’apparato espositivo e la disposizione degli stessi oggetti ne influenza la ricezione.
Ma è un altro contesto, si potrebbe obiettare. Vero, motivo per cui invece di discutere sulla bellezza o bruttezza dell’hotel, così rivisitato, preferiamo “leggere” l’intervento alla luce della letteratura critica sulla conservazione – e l’integrazione – dei beni architettonici. Cercando di controbilanciare il giudizio ideologico espresso altrove su questo edificio, esaminandone più pragmaticamente le caratteristiche e mettendole a confronto con le buone pratiche emerse durante il dibattito, tuttora in corso.

Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

LA RELAZIONE FORMALE TRA VECCHIO E NUOVO
Prima di procedere a una lettura – che poggia anch’essa su basi ideologiche, inutile negarlo – abbiamo provato un piccolo esperimento. Abbiamo scelto una delle immagini disponibili del nuovo intervento, senza che la fotografia desse troppi indizi sul contesto della città lagunare e quindi sull’immaginario a essa collegata, sottoponendola al giudizio di un conoscente dall’occhio allenato, in quanto artista visivo, ma a digiuno di qualsiasi teoria architettonica e urbanistica. Gli abbiamo chiesto cosa vedesse, e ne pensasse.
La risposta ha confermato in realtà le prime impressioni: “Il contrasto è palese, ma dopo la prima occhiata non mi disturba affatto. Si vede che i due edifici [i due corpi dell’hotel, n.d.r.] hanno la stessa forma [il perimetro della facciata] e altezza, le finestre sono allineate, solo che la parte storica è tondeggiante e aggraziata mentre l’altra è più schematica e lineare. La struttura nuova sembra la radiografia di quella vecchia, sembra voglia dichiarare come concepiamo e costruiamo oggi quello stesso edificio, ma forti della lezione che rappresenta“. L’affermazione del conoscente si è conclusa a sua volta con una domanda: “Sono due edifici collegati internamente, vero?
Ecco, possiamo già dare per pacifiche due o tre caratteristiche di questo intervento, dato che letteralmente saltano all’occhio (se si è disposti a un’osservazione puntuale). Prima tra tutte, la dichiarazione estetica, già all’esterno, di una funzione intrinseca all’edificio: è un ampliamento, sì, è la stessa architettura ma accresciuta.

GLI ENUNCIATI DI GUSTAVO GIOVANNONI A INIZIO NOVECENTO
Questa esplicitazione si basa su un confronto critico tra il nuovo progetto e l’edificio storico: gli architetti Antonio Gatto, Maurizio Varratta e Dario Lugato ne hanno studiato forme e proporzioni, quote e volumi prima di elaborare la propria proposta. Che è dichiaratamente contemporanea, ma non per questo si dissocia dal contesto; sarebbe più corretto definirlo un con-tributo critico.
Qui ci si può riagganciare a un’affermazione di Gustavo Giovannoni – architetto, storico dell’architettura e docente di Restauro dei monumenti, attivo nella prima metà del Novecento – il quale, già nel 1903, elaborava una teoria del restauro architettonico; a proposito del “completamento di antiche linee“, richiedeva di adottare “materiali diversi dai primitivi e sagome d’inviluppo e ornati schematici in modo da ottenere un effetto sintetico senza l’inganno dell’imitazione precisa“. Per giunta, nel caso in cui fosse prevista una costruzione completamente nuova, la stessa teoria “vuole che l’opera appaia tutta moderna, valendosi di espressioni semplici e aderenti alla costruzioni, quasi elementi neutri che non aggiungano forme stilistiche né in armonia né in contrasto“.

Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

Hotel Santa Chiara, Venezia, photo Barbara Colli

VENEZIA: CITTÀ VIVA O MUSEO DELLE CERE?
Ora, ritornando anche al parere che riportato più sopra, dovremo concordare che l’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara è quanto di più semplice si possa concepire, tanto da essere stato definito riduttivamente “un cubo“. Allo stesso modo, abbiamo rilevato come in realtà le forme stilistiche siano aderenti alla costruzione originaria.
Resta da discuterne la neutralità (o il suo contrario). Questo, però, è un giudizio che per nessuna architettura può essere espresso all’indomani della messa in opera. Come già detto in precedenza, la preponderanza della dimensione materiale – e della stessa funzione – degli edifici ne stabilisce un ciclo di vita ben più evidente che nel caso di “oggetti” d’arte; per cui non solo un manufatto architettonico sorge, ma si assesta rispetto alle condizioni dell’ambiente, invecchia e decade, spesso senza che si possa far altro che rimandare il più a lungo possibile l’insorgere dello stadio successivo.
Se adesso l’ampliamento dell’hotel balza all’occhio, non è tanto per i suoi caratteri estetici, la sua bellezza o bruttezza: è perché è nuovo, è un innesto in un tessuto urbano che, come tale, provoca una evidente lacerazione. Per qualsiasi organismo “vivente”, il successo di un intervento invasivo non si decreta guardando la ferita ancora fresca; sul medio periodo, però, già si può valutare se la cicatrizzazione lascerà o meno segni troppo evidenti. Lì si riconosce la “buona mano” di chi ha condotto l’operazione. Se – come crediamo – i materiali dell’edificio reagiranno positivamente allo scorrere del tempo, perderanno quella lucentezza tipica dell’essere nuovi di zecca; a quel punto, le forme neutre e la stessa colorazione “impersonale” dell’edificio dovrebbero portare l’intervento a passare percettivamente in secondo piano rispetto alla preesistenza, i cui caratteri formali sono – e così è giusto che restino – ben più evidenti perché sottolineati da aggetti, cornicioni e contrasti cromatici.
A questo punto, se la vergogna rilevata da Settis in questo edificio sta nel suo essere dichiaratamente attuale – per quanto sobrio e persino umilmente posto nel solco dell’architettura già data – il dibattito culturale sta inconsciamente condannando Venezia a diventare un museo a forma di città, più di quanto già non sia.
Ma, nei musei, non solo non dormono i turisti: non ci dorme nessuno. Sono il regno dell’inanimato, degli oggetti morti in quanto estromessi dalla nostra dimensione quotidiana, perché culturalmente abbiamo preso coscienza di una cesura del nostro presente rispetto a quel passato. Perfettamente all’opposto di un tessuto urbano e di qualunque architettura lo componga, che dovrebbe invece evolversi in risposta alle esigenze di chi lo vive; portando avanti il dialogo con la dimensione storica e culturale, che pure costituiscono premesse imprescindibili dell’identità sociale e sono tanto più vive quanto meno le si declina al tempo passato.

Caterina Porcellini

http://divisare.com/projects/252353-Maurizio-Varratta-Hotel-Santa-Chiara-Venezia

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  • Lupo

    Va benissimo il suo richiamo al dialogo tra architettura, urbanistica ed “esigenze di chi le vive”, ma in questo caso la teoria si confronta con un edificio che nasce per rispondere alla “esigenza” commerciale di un imprenditore … questo edificio non lo hanno certo reclamato e invocato i veneziani (almeno a quanto mi risulta).

    Se poi vogliamo arrampicarci sugli specchi, tutti gli italiani dovrebbero esultare di fronte a questa nuova struttura alberghiera, perché la città ha qualche camera in più per generare economia, ma questa è anche la logica che ha anche prodotto danni immani alla nostra meravigliosa Italia (lei che ne pensa delle città-galleggianti a Venezia?).

    Lo Stato, gli Enti Locali e – nello specifico – gli organi di tutela, dovrebbero “mediare” le legittime esigenze del privato nel più alto interesse della collettività e, visto che non stiamo “facendo accademia” e che lei intende superare i concetti di “bello – brutto” (o schifoso), le chiedo di riflettere su questo tema: la comunità veneziana aveva “reale esigenza” di questo corpo aggiunto in quella zona?

    Mi permetta comunque di rabbrividire quando leggo che i musei, come lei scrive, sono: “il regno dell’inanimato, degli oggetti morti in quanto estromessi dalla nostra dimensione quotidiana, perché culturalmente abbiamo preso coscienza di una cesura del nostro presente rispetto a quel passato”.

    Aggiungo poi che trovo fuori luogo il paragone che propone tra l’allestimento di una mostra, per sua natura temporaneo, e un palazzo, pur senza voler difendere “per partito preso” la mostra curata da Settis.

  • giulio

    Senza dimenticare che il “contesto” in cui si pone é piazzale roma, che é tutto tranne che antico, ma anzi, negli ultimi anni sta diventando la porta moderna della citta.

  • ex libris

    Grazie per questo articolo, l’UNICO pacato, informato, intelligente e circostanziato, che ha il pregio di entrare nel MERITO della questione dimostrando che la sua redattrice “conosce” “l’Architettura”, la “Critica di Architettura e la “Storia dell’Architettura” mentre dai tanti “cervelloni” o presunti tali tra cui Sgarbi, Settis, e, mi dispiace, anche Amerigo Restucci architetto Storico dell’Architettura e rettore dell’IUAV si sono sentiti solo giudizi meschini, sguaiati, superficiali e non “tecnici” che hanno fatto da grancassa alle scurrilità di migliaia di lobotomizzati sui social.

    Grazie ancora!

    • Lèttore del Cheshire

      concordo appieno!

  • Marco Theseider Duprè

    Ottimo articolo! Il problema è che questo edificio non è neutro semplice ed attuale ma solo una scatola di scarpe…Di architettura non ha proprio nulla!

    • Tab

      Un edificio che “di architettura non ha proprio nulla”. Adesso sì che siamo a posto.

  • Lucio Viola

    Articolo surreale con le sue cervellotiche teorie per tentare di giustificare la costruzione di una cosa brutta e in evidente contrasto con l’architettura di Venezia. Non comprendo quale concetto abbia ispirato il progettista. La professionalità di un architetto dovrebbe per sua natura comprendere lo stile l’ordine e il rispetto per i luoghi dove costruisce. Una baita di montagna non è pertinente in riva al mare e altrettanto un cubo di cemento stride in mezzo a Venezia. Il manufatto risulta invece stilisticamente sbagliato e crea solo disordine nell’immagine della città.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Lo abbattiamo quindi? Crea disordine? Chiamiamo un’impresa di pulizie?

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      • Angelov

        Ma forse il problema vero è che quando si pensa a Venezia, non si pensa ai suoi abitanti ma a una città-feticcio, andirivieni per viaggiatori del tempo e la cui decadenza è in caduta libera; forse il più accogliente luogo al mondo dove farsi seppellire?

      • giorgio

        ormai questo non si può più abbattere ma su edifici del genere che possono essere evitati qualcosa si può fare. come per l’edificio in questione a santa chiara, oggettivamente brutto, insignificante ed esteticamente disturbante nel contesto. poi se vi piace difendere valori di bruttezza e insignificanza contenti voi. non sono per la tutela ad ogni costo ma almeno con criteri che possano migliorare il contesto, non deprimerlo a livello estetico.

  • Fabio Antonio Grasso

    in questi giorni ho goduto anch’io involontariamente della discussione accesa, vivace, scherzosa su questo curioso ampliamento. E’ l’Italia che è così. Si ride , si scherza, si prende in giro, poi tutto passa, trascorrerà un poco di tempo ed ecco all’orizzonte un nuovo edificio su cui ridere e scherzare. lo studente di architettura del primo anno conosce bene questa successione di eventi ed è quindi preparato. Lo studente del primo anno è consapevole del fatto che l’architettura si fa con i disegni e non con le parole. Poco conta giustificare un progetto dicendo: “ho preso come punto di partenza questa teoria o quell’altra”, poco conta. E , adesso poco contano tutta una serie di parole, elucubrazioni che di tutto parlano fuorché di una sola cosa: il disegno, il progetto. Questo articolo è divertente, forse anche provocatorio rispetto al trambusto generale. Di fatto però non è condannabile è solo ingenuo in modo disarmante. Una cosa potrebbe essere incontestabile: il fatto che i tre architetti si siano impegnati nel progetto. L’unica cosa che si potrebbe dire allora è che questi tre moschettieri dell’architettura: sono intelligenti ma non si applicano. Oppure il contrario? Un caro saluto a tutti e divertitevi perchè certe architetture valgono più di una vignetta di Forattini. fabio a. Grasso

  • MA li long

    Ve la cantate e ve la suonate da soli. Arte e archiettura ormai forme d arte completamente autoreferenziali.

    • MA

      Mi si perdoni il refuso.

  • Davide

    Pur adorando il minimalismo ritengo che la contestualizzazione sia non solo azzardata, ma di fatto sbagliata. Le contrapposizioni sono interessanti in linee di pensiero contigue, un’astronave di fianco ad una gondola confonde l’osservatore pur essendo entrambi mezzi di trasporto. Mi piacciono i contrasti, anche gli ossimori, ma è necessario dar loro la giusta dimensione. Pur condividendo che la città deve vivere (e non sopravvivere), credo si potesse far meglio.

  • Andrea

    ma rio novo, a poca distanza da Calatrava, non é stilisticamente simile?

  • Riccardo Lazzari

    E’ semplicemente indifendibile, cara Caterina. Permetti anche che il parere di Settis (a cui qualche cervellone qua sotto dà del cervellone) pesi qualche grammo in più di quello del tuo amico visual. “L’architettura della città”, quella di Rossi e di altri che proprio a Venezia la insegnavano, non propugnava il mimetismo; basti pensare a cosa ha proposto Rossi stesso – il più laconico e Loosiano dei nostri architetti – a Venezia, cioè il Teatro del Mondo. Il progettista incriminato invece credeva di essere all’EUR. Venezia è gotica, anche quando è bizantina, romanica, rinascimentale o barocca. Leggera, trasparente, traforata, fatta di colore e di luce; è architettura di superfici, di riflessi. Prescriverei a chi di dovere qualche pagina di Ruskin al giorno, un ripasso di Carlo Scarpa, una guardatina al quartiere di Gino Valle alla Giudecca, alla casa di Gardella alle Zattere e a qualche altro progettino interessante non realizzato (ampia scelta, da Père Corbu a Wright, da Moneo a Eisenman), come antidoto a quello che a te sembra una scelta di silenzio sobrio e rispettoso, mentre a me appare il compitino edilizio di chi non ha gli strumenti per risolvere il problema. Il fatto che sarà reinghiottito nella nostra percezione distratta e resa ottusa dall’abitudine al brutto o all’insignificante, non lo redime.
    Con affetto e stima,
    Riccardo

    • Caterina Porcellini

      Riccardo, non ti ci mettere pure tu! :)
      Davvero, c’è un punto nell’articolo in cui ho detto: quest’edificio è bello o è brutto, o ancora è riuscito o meno appieno nel suo intento? Tanto per cominciare, concludo dicendo che bisogna dargli tempo… Per quanto riguarda il fatto che sia un intervento accademico, che cerchi di rispettare quasi alla lettera la preesistenza – e le indicazioni della Soprintendenza, perché in realtà la scelta cromatica e la mancata trattazione delle superfici da lì provengono: sono d’accordo, di certo ci sono stati interventi molto più audaci e che pertanto hanno dato una vera e propria interpretazione artistica e autoriale di come la lezione dell’antica vada interpretata. Forse non sono riuscita a esprimere chiaramente i due soli punti che volevo far passare: innanzitutto, che un giudizio privo di motivazione (come quelli riportati in questi giorni) non aiuta lo sviluppo del dibattito culturale, anzi lo affonda; perché la maggioranza dei lettori non è così appassionato o abituato a valutare tra contemporaneo e contemporaneo, per cui il messaggio che passa è “meglio una bella integrazione in stile”. Secondo, che sono pochissimi gli architetti di cui tu – e anch’io! – auspichiamo l’intervento, ma è anche vero che il genio non è così mainstream da essere distribuito tra tutti noi (io ne manco, per esempio).
      Quello che poi volevo far notare è che ci sono comunque modi – e fior di teorie – per cui contemporaneo e antico possono dialogare. E sono ben felice che mi si faccia notare quanto in questo caso il dialogo sia mancato: è un contributo ulteriore, che finora non c’era stato perché tutto quello che si leggeva sull’argomento si riduceva alla diatriba “è bello o è brutto”. La mia teoria è: tra un monastero cinquecentesco (quindi un edificio più “chiuso” all’esterno, rispetto proprio alla tradizione Veneziana) e l’intervento di un archistar (il ponte di Calatrava) appena più in là, questo edificio prova a raccordare il tutto. Essere funzionale e non “intromettersi” ulteriormente in un equilibrio già precario per non dire assente. Poi, tu ti rifai a una serie di progetti per Venezia che non sono stati mai realizzati: appunto, chiediamoci perché. Perché da noi la prassi dell’intervento sui beni architettonici è a dir poco limititativa? In altra sede qualcuno ha invocato Libeskind, al posto di questo progetto. Ora, ce lo vedi un intervento di Libeskind a Venezia? Quello sarebbe rispettoso? :)

      • Lupo

        Continuo ad avere la percezione di essere di fronte a un dibattito di lana caprina, intorno a una iniziativa che, almeno, avrebbe (doverosamente) meritato un concorso di architettura internazionale vista la delicatezza dell’intervento e l’importanza mondiale del contesto storico – urbanistico.
        Mi sta benissimo che, trattandosi di una iniziativa privatissima e non pubblica, il committente abbia scelto professionisti di sua fiducia, ma stiamo parlando di un lavoro che ha un indiscutibile “impatto pubblico”.
        Ma purtroppo in Italia quello che all’estero è prassi, diventa una eccezione e, alla fine, qualcuno penserà … tanto clamore, tutta pubblicità.

    • angelov

      Alla sua lista di architetti vorrei aggiungere anche Hundertwasser, per i meravigliosi palazzi realizzati a Vienna.
      Perché la fantasia è ancora un valore in arte, ed anche il Minimalismo lo è, ma quando non è usato come contenitore di mancanza di idee…

  • Fabio Barilari

    E’ un edificio brutto, nel senso più ampio ed al tempo stesso banale del termine. Brutto come raramente appare in maniera così chiara ed evidente. Non si riesce a capire cosa possa esserci di difficile nel pronunciare la parola “brutto”. Se c’è una cosa alla quale potrà servire in futuro (visto che se ne auspica la rilettura a distanza di tempo), è per essere adottato come esempio di edificio banalmente brutto.

  • Manuel Vecchina

    Come pubblicato da un giornale locale io ho scritto questo:

    Si sa, come per il calcio, in Italia siamo tutti CT e per il cinema critici, e in fatto di architettura quando serve riusciamo a dare le nostre “prospettive”.
    E io non sono da meno. Ma visti i recenti commenti sulla costruzione dell’hotel a Piazzale Roma vado in leggera controtendenza.
    Questa costruzione vista dal Canal Grande si inserisce in un contesto architettonico diciamo moderno contemporaneo.
    A partire dalla facciata della stazione per arrivare al garage comunale. Che sono opere datate anni venti e trenta.
    Lungo il Canal Grande a partire da Ca’ Da Mosto [piano terra e primo piano] edificio considerato, e a ragione, come il più antico con il suo stile veneto bizantino si passa tranquillamente attraverso i secoli approdando al Gotico, Gotico Fiorito, Rinascimento, Manierismo, Barocco e Settecento, vi sono alcuni inserti ottocenteschi come il Palazzo delle Poste e a parte la stazione di Santa Lucia del Ventennio, del secolo breve a livello di architettura è stato costruito solo l’edificio che ospita la SIAE. Penso di non sbagliarmi di molto.
    Insomma del ventesimo secolo l’architettura sul Canal Grande si è fermata.
    Posso pensare che la ragione sia nella considerazione che Venezia è così bella che non puoi toccarla.
    Può essere giusto. Io amo la mia città ma qualche cambiamento lo si può anche fare. E la semplicità della struttura, che ricorda il progetto del 1943 dell’arch. Meo per l’hotel Bauer, in realtà non mi pare così impattante. Anzi si inserisce affianco al Ponte della Costituzione in maniera tranquilla.
    Anche il ponte di Calatrava per me è molto bello. Se poi avessro messo anche una catena alla base per farlo star su più a lungo sarei più contento….
    A vederla bene abbiamo del moderno e contemporaneo in città. Poi però i gusti son gusti.
    Mi viene in mente lo skyline di Londra che quando vi abitavo io era una cosa ora lo riconosco con difficoltà. Ma mica mi dispiace.
    I nuovi inserti tipo il “Suppostone” e la realizzazione della lama di Piano mi fanno vedere una città radicata nella storia ma volta al futuro.
    Perché non può essere anche qui? A mio parere, per carità, per quel che vale.
    Noi nel secolo appena passato ci siamo persi inseriti comla Fondazione Masieri di Frank Lloyd Wright, l’ospedale di Le Corbusier, centro congressi di Louis Kahn, il giardino sulla laguna di Isamu Noguchi, il Venice Gateway di Frank Ghery e via andare…..
    Noto però con una certa noia che appena si fa qualcosa a Venezia, ma è tradizione secolare, si urla all’abominio. Si sbraita, si urla a voce o con i bit, ma poi come neve al sole si scioglie, come ogni pillola viene deglutito tutto.
    Forse sarebbe meglio analizzare in realtà qual’è il vero abominio della zona di Piazzale Roma.
    Quale la forte criticità.
    L’hotel si inserisce in un ripensamento della parte moderna della città, dove il Comunale è affiancato dalla cittadella della Giustizia.
    Poi nell’escursus del rinnovamento si è aggiunta la pensilina del tram.
    Ecco, a livello di progettazione li abbiamo dei problemi grossetti.
    Il design moderno per definizione è la composizione di forma e funzione.
    Se viene meno la forma potrebbe essere un design brutto, ma se viene meno la funzione è un nulla.
    Una pensilina serve per ripararsi. Quella del tram ripara chi? Dalla pioggia o dal sole lascia colui che attende alla loro mercé, a meno che la pioggia cada dritta e il sole sia sempre e solo sopra di essa. Vento e rotazione terrestre nell’idea del progettista dovevano essere cose sconosciute.
    Ma dopo solo aver posto il problema della pensilina il problema a ben vedere è gigantesco.
    Piazzale Roma ha il triste primato di essere l’unico terminal al mondo a non proteggere i propri fruitori. E che negli ultimi anni ha visto tali e tanti riammodernamenti che si è perso il conto. Forse sarebbe meglio sbraitare contro questo scempio protratto per anni dalle precedenti amministrazione e che alla comunità è costato un pelino di troppo a causa anche e non solo della mancanza di indirizzi generali che stanno alla base di una idea di città.
    Che sia il caso di far qualcosa? L’hotel alla comunità non è costato nulla. Può piacere o meno. Ma penso non possa piacere a nessuno la situazione odierna di una delle porte della città.

    Manuel Brunello Vecchina

  • Marina

    Io – da profana- non capisco il minimalismo in architettura, il sacro orrore di qualunque cosa sia abbellimento per paura di finire nel kitsch e nel vecchio. Non ne faccio neanche una questione di contesto, a me piacciono le mescolanze di stili. Mi chiedo solamente: volere delle cose piacevoli alla vista è così sbagliato? Aiutatemi a capire.

  • Mattia Ferrari

    Non mi pare che ci siano particolari allineamenti delle forometrie tra nuovo e vecchio, i piani e le finestre sono tutti della stessa altezza, mentre negli edifici storici quato non accade mai, le proporzioni e la scansione dei fori finestra non richiamano in alcun modo quelle del corpo preesistente. Non vedo né rispetto né dialogo conil contesto, nessuna ricerca o qualità formale.
    Personalmente lo trovo un progetto non riuscito a prescindere dal contesto e poco difendibile da qualsiasi punto di vista.
    Apprezzo il tentativo di andare controcorrente, ma credo che il povero Giovannoni si stia rivoltando nella tomba….
    Cordiali saluti
    Mattia

  • Ci sono senz’altro anche cose più brutte, ma….anche troppe parole per una costruzione assolutamente non bella nella forma, funzionale quasi esclusivamente solo al profitto del proprietario: non merita alcuna attenzione, se non come simbolo/frutto della decadenza, della crisi, dell’eccessivo utilitarismo/materialismo e dell’approssimazione che stiamo vivendo senza fantasia e senza reale volontà e impegno di cambiare in meglio.

  • giuda

    Ma perchè tanti discorsi intellettuali (“senza onestà” forse, direbbe Pino Daniele) per una cagata così evidente da perdere tempo solo a commentarla. Cosa diavolo c’entrano stili, modernità, contemporaneità, architettura, con questo cubo idiota da terzo anno dei geometri?
    I contrasti, il minimalsimo, i colori puri o il non colore erano cose che “andavano” decine di anni fa.
    La verità? È che costruire un cubotto così costa molto molto meno che fare qualcosa di più. Tutto lì. Come strutture e come organizzazione di cantiere. I paraculi che lo hanno commissionato lo sanno bene.
    È uno schifo da periferia reggina (con due gg, da Reggio Calabria).
    Peraltro di un colore assurdo e con tapparelle, o quel che sono, in sintetico, grigie!!!! Ma neanche a Tokyo ormai fanno queste cose.
    Una pagina di elucubrazioni paraintellettuali per un troiaio da speculazione edilizia anni settanta denota anche la paura di qualsiasi giornalista di dire le cose come stanno.
    Fa caaaaaaaaa

  • Fabio Venzo

    Non credo che l’edificio debba essere commentato come “bello o brutto”, ma come coerente con il luogo in cui è stato costruito, ed ovviamente la risposta è NO.
    Ma in pratica tutta la porta d’ingresso di Venezia di Piazzale Roma è stata realizzata con uno stile che vorrebbe glorificare chi l’ha realizzata, mentre rende solo visibile la loro arroganza edilizia.
    Ci sono luoghi dove il moderno va bene, altri dove va tenuto distante, uno di questi è proprio Venezia.
    Soluzione? Buttate giù tutto e rifate un convento…… moooooolto più accogliente per chi arriva in città.

    • Marco Enrico Giacomelli

      E poi ci sono le fogne, l’elettricità, il riscaldamento, l’acqua potabile, addirittura la rete per i cellulari. Ora basta con questa modernità!

  • Alessandro Hernandez

    Mi permetto di riportare un brano di un recente libro scritto da Giuseppe Scalora che mi pare possa offrire un utile contributo alla discussione. Eccolo: ” (…) L’assenza di riconoscimento dei caratteri linguistici e sintattici dell’unità di paesaggio comporterebbe, infatti, un disorientamento cognitivo del soggetto, il generarsi di un effetto di spaesamento spaziale ed affettivo causato dallo spezzarsi del legame mimetico dell’opera con la realtà: l’opera verrebbe avvertita come una incongrua irruzione. In questo quadro il lavoro interpretativo del soggetto spettatore è guidato e stimolato, delimitato da un ordine formale per cui egli non si ritrova nel vuoto. Nel processo mimetico la componente affettiva si rivela proprio nella gioia del piacere del riconoscimento. In molti casi i processi di autonomizzazione dell’architettura dalle questioni della verità hanno però portato alla marginalizzazione dell’estetico dalle pratiche umane, all’abbandono delle sue dimensioni antropologiche ed esistenziali. E’ prevalso l’orientamento di un sistema unitario e autonomo e progressivamente sempre più autoreferenziale, indifferente a istanze di riconoscimento, partecipazione e condivisione delle opere. Ciò ha sancito un isolamento artificioso dei fenomeni estetici ed artistici dagli individui. La cosiddetta “differenziazione dell’estetico” ha depotenziato la produzione immaginativa degli individui, occultando, al contempo, l’appagamento e il piacere culturale che è proprio dell’interpretazione dei fenomeni estetici. Una tale situazione ha spinto l’uomo in uno stato di frammentazione e alienazione, o anche soltanto di noia. Per evitare tali forme di disagio mentale, il progettista non deve intendere la propria opera come un atto di libertà ex nihilo, capace di dare inizio da sé a un oggetto totalmente innovativo rispetto a ciò che lo precede, ma comprenderla all’interno di un contesto di relazioni e rapporti espressi sotto forma di paesaggio urbanizzato. Il progetto non agisce cioè su uno spazio astratto, ma sempre all’interno di contesti storicizzati che costituiscono lo sfondo ambientale in cui va inserita l’opera. D’altra parte, la nostra sperimentazione del mondo, intesa come conoscenza relazionale e integrale, è un’operazione complessa, essa include ogni scambio di cui si fa quotidianamente esperienza, qual è già il camminare o il muoversi. Stare in medias res, nel mezzo delle “situazioni”, significa, infatti, comprendere i contesti singolari, problematici e indeterminati con cui quotidianamente ci confrontiamo. È questo l’ambito da cui nascono le nostre riflessioni estetiche. In questo senso il progetto deve essere in grado di favorire le risposte emotive dei soggetti alle esperienze mondane che ci accadono (e nelle quali le nostre vite si costituiscono come tali), ma anche di esercitare quelle strutture narrative, immaginative e simpatetiche che così tanto influiscono nella formulazione dei giudizi estetici. Nei casi in cui le nostre modalità quasi automatiche di risposta entrano in crisi, l’immaginazione può fornire un prezioso contributo per orientarci nello spazio delle esperienze estetiche. Il soggetto fruitore con l’immaginazione prova infatti a costruire la propria sceneggiatura, coniugando l’elemento narrativo con quello estetico. Da qui la funzione di selezione e orientamento che la mimesis è chiamata a svolgere tutte le volte che le situazioni appaiono complesse ed incerte, irriducibili ai soli criteri appresi e consolidati. La mimesis risulta quindi una risorsa particolarmente efficace quando occorre applicare criteri di familiarità e somiglianza ai contesti singolari con cui siamo alle prese, cosicché è possibile avviare processi inferenziali adattando dei principi estetici già conosciuti in precedenza. Ciò richiede naturalmente un raffinamento della nostra capacità interpretativa, per cui l’esplorazione immaginativa, ove possibile, deve essere sorretta dalla conoscenza degli eventi che si sono svolti nel tempo in un determinato contesto. Lo stesso concetto di bellezza, nell’ambito di un riconoscimento ermeneutico di un luogo, va ricercato nella compresenza di molteplici possibilità linguistiche riguardanti la forma. In questa prospettiva il lavoro ermeneutico che l’individuo osservatore compie sulla base dell’esigenza di verità, immerso con il proprio corpo nello spazio in cui l’opera si fa visibile, è soprattutto riconciliazione dell’estetica e della materia, nell’ambito di un desiderio di bellezza che attiene alle sue più propriepossibilità. Dunque, non la bellezza apollinea, dalle splendide forme, capace di giustificare l’esistenza ed il mondo solo come fenomeni estetici, ma una bellezza in quanto modalità di progettualità e convocazione da parte della verità.”

  • Ma perchè, come si dovrebbe costruire a Venezia ?
    In Stile forse ? E poi quale stile? Romanico, Gotico, Rinascimentale Neoclassico? Ci si dimentica che in piazza San marco le Procuratie costruite in stile neoclassico furono messe accanto alla Bizantina Basilica di San Marco senza alcuna preoccupazione, ed ora con il tempo che appiattisce tutto, nessuno se ne accorge.
    Anche a Wright ed a Le Corbusier fu negato qualsiasi intervento a Venezia; Finalmente qualcosa di nuovo ed attuale che coraggiosamente disturba solamente le coscenze pronte ad accettare il kitch dei rifacimenti in stile.
    Roberto Scheda

  • Riccardo Lazzari

    Forse non mi sono fatto capire bene: l’edificio è insignificante, e lo resterebbe anche se lo avessero realizzato a Varese o a Pescara.