Parlando dei 20 neo direttori nominati da Franceschini

Qualche ora fa vi abbiamo dato in tempo reale i nomi dei 20 neodirettori che andranno a guidare altrettanti musei italiani. E sono fra i più importanti, dalla Pinacoteca di Brera al Museo di Capodimonte, passando per l’ammiraglia Uffizi. Ora è tempo di qualche riflessione intorno a procedure, nomi, curriculum…

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Il Ministro Dario Franceschini - photo Matteo Nardone

Il Ministro Dario Franceschini – photo Matteo Nardone

DARIO FRANCESCHINI IN & OUT
Non abbiamo dubbi, qui ad Artribune: non scegliamo a priori colori politici o avalliamo l’opera dei singoli, ma valutiamo i singoli provvedimenti nel merito. Vale a dire che riflettiamo sulle procedure, sulle scelte, sulle attività concrete, sui risultati. Che è poi il concetto esteso di accountability, e quello sì che ci piace senza troppe remore. Tanto più quando si tratta di gestire beni e denari che appartengono e provengono dalle tasche dei cittadini, di questi tempi non particolarmente gonfie e dunque meno che mai disposte ad accettare le malegestioni.
Questo discorso è valido ovviamente anche e soprattutto quando si parla di Ministero della Cultura, o di Mibact, volevo usare l’acronimo attuale. E nella fattispecie su quanto sta facendo il titolare del dicastero, Dario Franceschini. Per rendersene conto, basterà fare una semplice ricerca nell’archivio del nostro sito, dove di volta in volta abbiamo espresso il nostro giudizio sui provvedimenti adottati. Senza mancare di sottolineare le scelte meno condivisibili, come – per non citare che un esempio macroscopico – la preferenza di Federica Galloni al posto di Direttore Generale per Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, dove a nostro avviso era ben più meritevole Francesco Prosperetti (a lui tra qualche giorno una grande intervista su queste colonne).

Gabriel Zuchtriegel, neodirettore del Parco Archeologico di Paestum

Gabriel Zuchtriegel, neodirettore del Parco Archeologico di Paestum

I DUBBI SULLA PROCEDURA
Per venire all’attualità, la questione delle nomine dei 20 direttori dei principali musei italiani ha luci e ombre molto nette.
Le ombre riguardano innanzitutto la procedura. Lenta, in primo luogo, tanto da comportare un lungo periodo di vacanza dei ruoli apicali in strutture che ne hanno un bisogno primario. Si tratta perciò, nelle prossime occasioni, di snellire e velocizzare tutte le fasi di selezione; e questo non significa renderle meno “serie”: basta dedicare a tali questioni il tempo di cui necessitano, riducendo – questo sì – il tempo che è invece dedicato ai bizantinismi politici di cui il Ministero ha mostrato di essere ancora ben avvinghiato. Prova ne sia che alla fase più importante – ovvero quella in cui la commissione doveva selezionare la shortlist di tre candidati per ogni museo – sono stati concessi soltanto tre giorni, a fronte di settimane per decisioni ben più rapide da effettuare.
E ancora in merito alla procedura: nulla da dire sulla professionalità dei componenti la suddetta commissione, ma è sensato che le medesime persone decidano su uno spettro che va dall’archeologia all’arte contemporanea? Vero è che i direttori dovranno essere innanzitutto dei manager, ma le competenze specifiche erano comunque richieste dal bando, e quindi non si capisce perché non debba possederle anche la commissione giudicante. La quale, last but not least, ha risolto in 15 minuti a testa i colloqui orali. Un tempo che ha il sapore più di un pro forma che di un reale approfondimento del dossier inviato dai candidati. Un tempo che ha lasciato perplessi molti candidati, anche alcuni – specie stranieri – che poi l’hanno spuntata!
Infine, il tasto più dolente e macroscopico, che però passa quasi inosservato in un Paese come l’Italia, dove la politica mette il naso ovunque: la commissione ha consegnato una terna di nomi per ogni museo al ministro, ed è lui ad aver effettuato la scelta. Con quali competenze di merito, è un interrogativo dalla risposta semplice. Va da sé che, trattandosi di strutture statali, il ministero non poteva lavarsene le mani ed esternalizzare totalmente la scelta; ma è altrettanto ovvio che si poteva calmierare di parecchio lo spazio di manovra ministeriale.

LE NOVITÀ CHE FANNO BEN SPERARE
Detto tutto questo, l’intera operazione è già di per sé rivoluzionaria per l’Italia: perché – al netto della perfettibilità di cui sopra – si è trattato comunque di un processo piuttosto lineare e trasparente.
Lineare, trasparente e rivoluzionario a tal punto da far saltare sulla sedia un pezzo grosso del museum world spagnolo come Guillermo Solana, direttore del Thyssen Bornemisza di Madrid: “Quando faremo questo anche in Spagna?”, si è chiesto in un tweet direzionato proprio a noi di Artribune. Per una volta, insomma, è il grande mondo dei musei internazionali a guardarci con invidia.

Paola Marini, neodirettrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia

Paola Marini, neodirettrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia

E i risultati concernenti le scelte fanno ben sperare, andando nella direzione che auspicavamo a fine luglio. In primo luogo sul tasto dell’internazionalità: nominare sette stranieri su venti è una percentuale che non si era mai vista nella storia patria (le schede dei singoli neodirettori le trovate qui). Puntualissime arriveranno le accuse di esterofilia, di provincialismo, di lesa maestà delle nostre sacre poltrone; in realtà la questione è molto più semplice: a parte il côté di marketing, che non manca, in ogni comunità scientifica si sceglie in base al curriculum. E se il candidato è italiano o tedesco, povero o ricco, bianco o nero, maschio o femmina, eterosessuale od omosessuale e via dicendo, è irrilevante. Conta il curriculum, il progetto, la proposta.
Poi, inutile negarlo, qualche forzatura ci sarà stata. Senz’altro il ministro avrà magari forzato per avere il 50% di donne (perché è una bella storia da raccontare), avrà forzato per avere tanti ma tanti stranieri (perché è una bella storia da raccontare) e avrà forzato per avere alcuni under 40 (perché non avere under 40 sarebbe stata una brutta storia da raccontare, mentre averne un paio di baldanzosi proprio al sud è perfetto).
Quindi sette stranieri su venti, e una perfetta suddivisione di genere, con dieci donne e dieci uomini. Ma gli “stranieri” sono davvero “soltanto” sette? O potrebbero essere conteggiati come “stranieri” anche i tanti cervelli di ritorno cui il dispositivo messo in piedi da Franceschini ha dato l’opportunità di rimpatriare dall’estero? Altra bandierina da apporre nella sezione dei pregi, allora: i quattro italiani che tornano nel loro Paese. Ed ecco che il computo degli “esteri” arriva a undici su venti. Anche questa sarà pure un’abile mossa comunicativa, ma va nella giusta direzione. Ovvero: ben venga la circolazione delle persone e delle competenze nell’arena globale, ma senza squilibri macroscopici fra in & out. Questo significa quindi importare talenti dall’estero ma anche permettere agli italiani che fanno parte della nutrita schiera del brain drain di poter scegliere – e magari scegliere di tornare in Italia dopo un periodo trascorso all’estero (seminale in questo senso la nomina del direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco).
Infine, la questione anagrafica: anche qui Franceschini (e la commissione nel passaggio precedente) pare aver dimostrato che le scelte sono state operate prescindendo da fattori esterni. Quindi l’età non conta, è un dato irrilevante; e quindi il range è compreso fra i 34 anni di Gabriel Zuchtriegel, che va al Parco Archeologico di Paestum, ai 63 di Paola Marini, nominata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. E intanto le chiacchiere sullo scontro generazionale possono restare al loro posto, ovunque purché fuori dai processi decisionali basati sul merito.

Cristiana Collu, neodirettrice della GNAM

Cristiana Collu, neodirettrice della GNAM

I NOMI
E adesso una piccola disamina dei venti fortunati. A partire da Anna Coliva, l’unico caso in cui, per dirla col Capo del Governo, non si cambia verso. Forse i candidati non erano all’altezza, forse il museo (la Galleria Borghese) è qualcosa di troppo specifico e particolare, forse i risultati della Coliva sono stati oggettivamente buoni. Insomma, il museo immerso dentro Villa Borghese è l’unico che non ha cambiato direttore. Peraltro qui, come negli altri tre musei romani che concorrevano, solo direttrici donne. Cristiana Collu aveva subito tutta una serie di delusioni (a partire dal Padiglione Italia della Biennale passando dal Macro, sempre a Roma) e allora è stata, come prevedibile, risarcita oltre ad aver fatto pesare il suo curriculum nei confronti di una concorrenza tremenda. Ed eccola alla GNAM alle prese con una sfida difficilissima sia gestionale sia culturale. Alla Galleria Nazionale d’Arte Antica invece va Flaminia Gennari Santori: non sarà facile il compito di svecchiare Palazzo Barberini e soprattutto Palazzo Corsini. Musei da dotare di servizi, di ruolo cittadino, di funzionalità aggiuntive.
Uno dei nomi più discussi sarà quello di Eike Schmidt: perché seccare gli attuali vertici che pure si erano ripresentati per una riconferma e premiare un tedesco che faceva il curatore a Minneapolis? Davvero si vogliono “umiliare i soprintendenti”, come ha tuonato Vittorio Sgarbi subito dopo aver letto i nomi dei neodirettori? Anche se fosse, la necessità di cambiare i connotati alla foresta pietrificata dei musei italiani val bene qualche forzatura, a nostro avviso.
Nomine più lineari quelle di Paola Marini alle Gallerie dell’Accademia di Venezia (chissà cosa dirà quando vedrà i terrificanti spazi espositivi appena inaugurati – quelli dove è allestita in questi giorni la pur bellissima mostra di Mario Merz – e dedicati all’arte contemporanea…), di Serena Bertolucci al Palazzo Reale di Genova e della sempre lucidissima Enrica Pagella al Polo Reale di Torino.
Mentre il secondo museo “di peso”, dopo gli Uffizi naturalmente, va a un altro straniero sebbene molto radicato in Italia: James Bradburne si prende la Pinacoteca di Brera. A Palazzo Strozzi ha fatto davvero bene, riuscendo a trasformare un palazzo storico in un hub di stimoli culturali conficcato nel cuore della città. A Milano la sfida sarà terribile: tra l’altro lì dove molti hanno fallito. Ma nella grande crescita sociale e di ruolo della città di Milano, Brera può e deve inserirsi alla grande. Con una Milano così in spolvero c’è in gioco la possibilità di cambiare i pesi cultural-turistici del Paese: non più Roma-Firenze-Venezia per i tour operator più sbrigativi, ma una necessaria tappa anche in Lombardia. Brera, in questa geopolitica, conta enormemente.
Gli stranieri sono tanti, ma soprattutto gli stranieri si sono presi i musei più importanti. E questo va oltre il banale computo numerico: Sylvain Bellenger si è accaparrato quello che probabilmente è il terzo museo per importanza tra quelli “in palio”. C’erano bei nomi a contendergli il titolo, ma il suo curriculum appare effettivamente notevole. Altro museo di primissima fascia sono le Gallerie dell’Accademia di Firenze, e anche qui ecco lo straniero che ha le fattezze germaniche di Cecilie Hollberg. Il capoluogo toscano, insomma, meta d’elezione da sempre degli intellettuali teutonici, si guadagna ben due direttori tedeschi. La terza (Paola D’Agostino al Bargello) è napoletana ma da anni lavorava in America tra Yale e il Metropolitan: una bella riconquista per i musei italiani e per la città di Firenze.

Marco Pierini, neodirettore della Galleria Nazionale dell’Umbria

Marco Pierini, neodirettore della Galleria Nazionale dell’Umbria

E poi passiamo a qualche storia bella e curiosa. Come quella di Marco Pierini che si prende una fantastica rivincita (leggete qui) dopo essersi dovuto dimettere dalla Galleria Civica di Modena. (A Modena tra l’altro arriva, alla Galleria Estense, Martina Bagnoli, medievista con lunga carriera negli Stati Uniti). Come quella di Mauro Felicori, perché grazie al concorsone di Franceschini può capitare che uno che ha fatto per trent’anni il dirigente comunale a Bologna (sempre impegnato nelle politiche culturali) diventi direttore di un luogo del calibro della Reggia di Caserta. O può capitare – è il caso di Paolo Giulierini – che un archeologo di Cortona, che lavora al Museo di Cortona da quindici anni, diventi il capo del Museo Nazionale di Napoli che per quella città è, semplicemente, “il Museo” per eccellenza.
E poi ci sono i giovani, soprattutto archeologhi, Gabriel Zuchtriegel a Paestum è l’unico nato negli Anni Ottanta, Eva Degl’Innocenti di Pistoia torna in Italia, da Parigi, al Museo Archeologico di Taranto, Carmelo Malacrino ha compiuto l’ultima parte della sua carriera in Calabria e in Calabria riesce a restare: sarà lui a dover sbrigare tutti i problemi che ancora attanagliano il Museo Archeologico di Reggio, restaurato da Paolo Desideri e “decorato” da interventi di Alfredo Pirri. E poi ci sono gli austriaci i quali, insieme, ai tedeschi costituiscono di gran lunga il cluster – quello germanofono – più ampio tra i vincitori stranieri: Peter Assmann va al Palazzo Ducale di Mantova e Peter Aufreiter alla Galleria Nazionale delle Marche.

Storie e percorsi diversissimi, ma per tutti un destino comune: dimostrare che davvero la riforma di Dario Franceschini funziona e gira. Dimostrare insomma che queste istituzioni possono essere gestite nel senso più rotondo del termine: scelte, fornitori, personale, staff. Che questi venti professionisti siano liberi di fare, di scegliere, di sbagliare. Con un quoziente di autonomia che renda onore alle strabilianti istituzioni che dovranno condurre fuori dalla polvere e dalla pozzanghera delle occasioni perdute e delle potenzialità inespresse.

Marco Enrico Giacomelli e Massimiliano Tonelli

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  • sin dal 2010 quando fui candidato alla presidenza di Icom Italia il mio motto era “fuori le cariatidi dai musei”. Ben vengano figure professionali con la speranza di ridar vita ai nostri fantastici musei. La competizione con le capitali culturali europee (e non) si è fatta – negli anni – sempre più forte e l’Italia non è stata capace di starci dietro. Sui direttori stranieri non mi scandalizzo per nulla. All’estero è tradizione non preoccuparsi della nazionalità dei direttori ed abbiamo diversi italiani in posizioni chiave in musei importanti all’estero. Non possiamo definirci aperti alla multiculturalità e poi chiuderci su stringenti nazionalismi. Questi nuovi direttori sono chiamati per ruoli ben misurabili (anche se forse non nel breve termine) quindi sarà facile capire se faranno bene o male il loro mestiere. Meglio esteri che cariatidi.

    • Lupo

      Dottor Bucolo, al grido “fuori le cariatidi dai musei”, con l’acqua sporca abbiamo buttato i bambini.
      Antonio Natali è una “cariatide” che all’estero ci invidiano e vi abbiamo rinunciato, sbandierando un rinnovamento disegnato sulla carta, ma senza la carta moneta.
      Eppure Natali, direttore degli Uffizi a 1.800 euro al mese, per continuare la sua missione di orgoglioso servitore dello Stato ha rinunciato ad una cattedra universitaria a tempo indeterminato, ovviamente meno stressante e meglio remunerata.
      Non aggiungo altro … purtroppo parlano i fatti … ora dottor Bucolo provi a ribaltare la visione: si chieda se non abbiamo fatto una figuraccia internazionale nel rinunciare, per uno dei musei simbolo dell’Italia, a un direttore apprezzato e rispettato in tutto il mondo come è Antonio Natali.
      Ma forse era prioritario “ben figurare” agli occhi di altri? Consoliamoci … abbiamo inaugurato la “geopolitica dei musei”, peraltro annunciata dal David di Michelangelo quando fu chiamato a fare il “convitato di marmo” a una certa conferenza stampa.

      • Non entro Nel confronto tra esperti, ed il mio discorso era da considerare in generale. Vorrà dire che ora Natali potrà anche trovare posto all’estero e magari più pagato e considerato. Bisogna uscire dalla logica (comune cmq al settore in tutto il mondo) di incarichi a vita. Anche una persona in gamba e che ha fatto bene può essere sostituita, e l’occasione diventa di rinnovamento per l’istituzione museale e di nuova sfida per il professionista.

        • Lupo

          Incarichi a vita? Anna Coliva è direttore della Borghese da 9 anni (e funzionario direttivo di quel museo dal 1994) ma quello che vale per lei non vale per Natali, ça va sans dire.
          Non mi preoccupo del destino professionale di Natali, quanto del futuro e dell’immagine di un museo che è simbolo dell’Italia e patrimonio mondiale e, nei fatti, abbiamo affidato gli Uffizi a un bravo professionista che mai ha diretto un museo di tale importanza mondiale!
          Questo è un dato di fatto.
          Se poi vogliamo fare la retorica del cambiamento fine a se stesso, evviva il cambiamento!
          A tal proposito voglio ben vedere ora i nuovi direttori a far quadrare i conti, con i contratti attuali di gestione che ingrassano i privati e mettono a stecchetto il pubblico.
          Avranno la forza “politica” di rimetterli in discussione i nuovi direttori? E come la mettiamo con il maxi bando Consip per la gestione e i servizi museali?
          Una riflessione su questa presunta riforma: prima di accettare, questi signori non hanno preso visione dei debiti, dei conti e dei contratti che fiaccano ogni singolo museo, ed a loro non è stato certo chiesto un “piano” per affrontare e portare fuori dalle secche i musei. Se questa è l’autonomia, io vedo solo dei generali nominati per guidare un esercito che calza scarpe di cartone.

          • Franz Biberkopf

            Infatti personalmente mi rammarico che non abbiano sostituito anche l’ormai più-che-usurata Anna Coliva (che non ha dato grande prova di sé ed è stata promotrice di “stravaganti” mostre come quella di Caravaggio-Bacon, associazione basata sulla bislacca dicitura “il dramma della carne”). Visto che tira in ballo una metafora militare, vorrei dire che anche un esercito che calza scarpe di cartone, se comandato da un buon generale, può dare ottima prova di sé. Se conosce un po’ la storia militare italiana, soprattutto nelle due guerre mondiali, capirà a cosa alludo. Se il destino di questo paese è, come credo, una gigantesca disfatta genere campagna di Russia, almeno si abbia un ultimo sussulto di orgoglio e si tenti l’ultima carta giocabile: quella del dirigente estraneo a logiche politiche e agli squallidi intrighi delle soprintendenze.

      • And

        Lupo ma tu lo sai di che anno è Natali? È del 51, l’anno prossimo compirà 65 anni e sarebbe quindi andato in pensione a breve. Bravissimo direttore, per carità, ma le difese d’ufficio come le tue mi sembrano troppo di parte ( che poi tra una cattedra universitaria e la direzione degli Uffizi, qualsiasi storico d.arte sano di mente sceglierebbe la seconda!)

        • Lupo

          Tra i direttori nominati ci sono 5 over 60, senza parlare del presidente della commissione che li ha scelti, che è un “giovinetto” di 76 anni!

  • Lupo

    Giacomelli e Tonelli, o le scelte sono tutte di merito, o le scelte sono viziate da forzature. Non vedo margini per far sposare il “merito” con le “forzature”, a meno di non volersi arrampicare sugli specchi.
    Fatto salvo il merito e il rispetto dovuto a Schmidt e Natali, nel vostro articolo comprendete la messa in atto di “qualche forzatura” pur di cambiare i connotati alla “foresta petrificata dei musei”.
    Ma sono stati i “vecchi” direttori ad aver petrificato i musei, oppure questi direttori per decenni hanno tentano di fare le proverbiali nozze con i funghi? Ergo: sono stati i decisori politici a petrificare i musei, o lo sono stati i direttori?
    E se fossero stati i politici, perché si attua un bel repulisti dei “vecchi” direttori, che in molti casi fino ad ora non hanno avuto mezzi e strumenti adeguati per ben operare e mostrare appieno il loro valore?
    Seguendo il principio del merito, non potevano essere messi alla prova anche i “vecchi” … oppure aver onorato e servito un Ministero senza mezzi alla fine si è tradotto, nei fatti, in un “demerito”?
    Cambiare tutto per il gusto di cambiare … oppure cambiare tutto per non cambiare niente? Ai consigli di amministrazione e ai bilanci dei futuri musei l’ardua sentenza … (ne vedremo ancora delle belle).

    • Marco Enrico Giacomelli

      Forzature procedurali nelle tempistiche. Questo abbiamo scritto. Cosa c’entra il merito? E poi ripeto quello che sto dicendo da due giorni: io personalmente preferisco una “cosa” perfettibile in luogo di nessuna cosa. Poi ognuno è libero di fare il massimalista quanto ritiene opportuno: feel free.

      • Lupo

        Non avete parlato di “forzature” solo nelle tempistiche, e se davvero queste “forzature” ci sono state è stato minato alla radice il valore di una procedura di selezione che doveva essere fondata esclusivamente sul “merito” dei candidati. Questo avete scritto per opportuna memoria: “Poi, inutile negarlo, qualche forzatura ci sarà stata. Senz’altro il ministro avrà magari forzato per avere il 50% di donne (perché è una bella storia da raccontare), avrà forzato per avere tanti ma tanti stranieri (perché è una bella storia da raccontare) e avrà forzato per avere alcuni under 40 (perché non avere under 40 sarebbe stata una brutta storia da raccontare, mentre averne un paio di baldanzosi proprio al sud è perfetto).”

  • bambee

    Faccio i miei migliori auguri a Cristiana Collu, che ammiro tanto: la sua sarà davvero un’impresa erculea.

  • Catherine Blanchard

    Sono molto felice per Paola Marini. Grazie alla sua eccelsa preparazione, continuo aggiornamento e lunga esperienza museale come Direttrice dei Musei d’Arte e Monumenti del Comune di Verona, sarà a suo aggio nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Ricordiamo le più recenti mostre curate come quella di Paolo Veronese https://www.facebook.com/PaoloVeronese2014/ e il festeggiamento dell’anniversario dei 50 anni dalla conclusione del restauro e dell’allestimento di Carlo Scarpa del Museo di Castelvecchio
    http://www.carloscarpa.it/attivita_scheda.php?id=288&locale=it.
    Sono convinta che saprà gestire i “terrificanti spazi espositivi appena inaugurati – quelli dove è allestita in questi giorni la pur bellissima mostra di Mario Merz – e dedicati all’arte contemporanea” essendo a suo aggio in spazi di ogni stile architettonico e con artisti di tutte le epoche. Congratulazioni Paola e buon vento a Venezia. La seguiremo là ancora più di prima!

    • Marco Enrico Giacomelli

      Ciao Catherine, hai presente di quali spazi parliamo? 8 anni di lavoro e 26 (VENTISEI) milioni spesi. In Paesi un poco più civili ci costruiscono un paio di Kunsthalle con quei tempi e denari. Ma soprattutto non realizzano cose di quel genere (hai visto l’illuminotecnica? Le centraline? Le catenelle?! Manco all’oratorio del quartiere disagiato…).

  • un critico italiano

    Vedremo come opereranno i prescelti. Spero solo che cessino le lamentazioni sulla povera e perseguitata Collu dopo la sua nomina alla GNAM

  • Luchino Rossi

    Siamo affascinati dal potere, nessuno si appassiona così tanto per quello che c’è dentro al museo.

  • Luchino Rossi

    Nomine dei musei italiani: è stata fatta una selezione, sono stati scelti dei nomi. Come avviene in tutto il mondo non sta scritto da nessuna parte che in Italia si debbano assumere solo direttori italiani. In questo modo gli italiani potranno essere a loro volta assunti in tutto il mondo, avendo molte più opportunità di lavoro. La cosa che stupisce e rattrista è che non ci si appassiona mai così tanto per quello che c’è dentro ai musei. In Italia siamo affascinati dal potere, cerchiamo il potere e votiamo il “potere”. Non ci rendiamo conto che l’Arte e in particolare l’arte contemporanea, intesa anche come la capacità di gestire l’arte antica, presiede potenzialmente ad ogni ambito umano! L’arte è una “palestra” dove allenare una sensibilità che può cambiare concretamente la nostra vita. E ognuno di noi, attraverso l’Arte, può agire con questa sensibilità nell’unico spazio politico rimasto: ossia il nostro quotidiano, la nostra famiglia, la nostra dimensione micro e locale. Una scelta giusta in questa dimensione vale 20 volte la scelta che può prendere Renzi, Franceschini o qualunque Capo di Stato. Gli addetti ai lavori dell’Arte in Italia non sanno rendere evidenti i valori dell’arte e quindi si finisce per subire la Vita e aspettare sempre un cambiamento che deve arrivare dall’alto ma che non arriva mai. Parliamo più di Arte e meno di Nomine!

  • Martini

    Io non la vedo così cupa. Nuovi nomi, formazioni professionali ottime. Sono ottimista. Per quanto un direttore possa far bene, non è sano tenerlo per sempre in uno stesso museo: un museo è un organismo vivo, e ha bisogno di cambiamenti, non di pratiche mummificatorie. Non si può vivere nel terrore che ogni cambiamento porti al peggio, altrimenti si ci cristallizza in un’immobilità alla lunga nociva.

    Natali è stato un direttore eccezionale, e sotto lui gli Uffizi hanno visto mostre eccelse: nulla di questo andrà perduto, anzi, è un bagaglio con cui il nuovo direttore dovrà confrontarsi, magari facendo anche meglio, chissà..

  • Elias Vecellio

    Le polemiche sui direttori stranieri lascia il tempo che trova. In Europa e nel mondo il tema proprio non esiste, basta vedere il numero di direzioni “straniere” nelle maggiori istituzioni dei singoli Paesi.
    In quanto alla scelta di Manager giovani. flessibili e capaci mi pare che la direzione sia giusta. Ho delle riserve su alcune nomine, ma vorrò vederli nella pratica per darne un giudizio responsabile.
    Citerò però una delle nomine più azzeccate fra tutte nell`ambito del contemporaneo e moderno, Cristiana Collu alla Gnam. Lei è una di quelle che può ridare spirito e forza di innovazione a quella logora istituzione. Come del resto in precedenza aveva fatto al Mart (nonostante le ingiuste critiche di un poco lungimirante Cda). Ho avuto il privilegio di vedere, fra le altre, la sua Magnifica Ossessione e la capacità di “esporre” il Mart stesso al pubblico. La sua sensibilità verso la cassaforte del museo mi ha piacevolmente stupito. Certo, neanche a Roma i denari saranno molti, ma avrà in dote una collezione e depositi che le consentiranno scambi e interazioni con le maggiori istituzioni mondiali. Roma non è Rovereto. Almeno lo spero per questa città ferma e ingessata da anni.
    In generale, mi piacerebbe vedere ovunque musei aperti, caffeterie e ristoranti degni di questo nome. File ridotte (gli Uffizi sono una vergogna, Natali o non Natali), prezzi stracciati o sponsorizzati da aziende (tipo che investono pagando un giorno la settimana gratis ai visitatori, con ovvia pubblicità sul biglietto sullo sponsorizzante), didattica all`altezza con sostenute interazioni con scuole e università.
    Naturalmente un redivivo investimento sul restauro e recupero del patrimonio. Magari anche con gabelle di 5 euro da far pagare ai soggiorni nelle strutture ricettive che dovrebbero andare esclusivamente a quella causa.
    I modi del rilancio sono tanti. I direttori caro Ministro, non vanno lasciati soli. Altrimenti è nuova aria fritta, alle spalle (fin troppo larghe) di chi si manda a guidare quelle Istituzioni. Chiunque essi siano.

  • Complimenti per le nomine e le scelte nomi di rilievo internazionale e figure eccellenti