Inpratica. L’Aquila e la città del dopo

Il prima e dopo terremoto a L’Aquila sono imprescindibili, sono un confine che ha ridefinito tutto. Una piazza o una tabaccheria a partire dal 6 aprile 2009 hanno un prima e un dopo.

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Piazza d'Armi, L'Aquila - photo Veronica Altieri

Piazza d’Armi, L’Aquila – photo Veronica Altieri

LA PIAZZA DEL MERCATO, PRIMA
Piazza Duomo, o del Mercato, è l’essenza del prima. Carlo Emilio Gadda descrive l’alacre vitalità con cui si animava in occasione del mercato cittadino, quando la piazza assolveva a una delle sue più importanti funzioni, quella civica: “Lasciatemi sostare nel mio sogno e nella mia devozione, se pure urgano il tempo e le cose. Lasciatemi qui dove la piazza chiara si apre, declive ai gradini all’arco e alle torri del Duomo: piena di tende, di gabbie di polli: fruttifera e insigne di peperoni, di bretelle, di padelle, di pantofole, di paralumi e di piatti mal cotti, che il lucchese uno dopo l’altro li lancia verso il cielo e poi come un giocoliere li riprende: – le mi dànno una lirina soltanto e se lo porteno via! – E più ratta ancora di quel gatto è la sua parlantina toscana sopra le donne torve, accigliate; che ne diffidano. Poi finiscono per cavare, dal bisunto, venti centesimi al pezzo” (Le meraviglie d’Italia. Gli anni, Einaudi, Torino 1964, p. 64).
In piazza Duomo confluiscono ben quindici strade, è l’espressione sociale e architettonica del sinecismo della città – come scriveva Salvatore Settis nel 2013 – perché qui tutti i giorni, dal 1300, contadini e venditori, provenienti dalle frazioni e dai paesi limitrofi, allestivano la piazza con ortaggi e frutta di stagione, cianfrusaglie e utensili di ogni sorta per concludere affari incontrandosi con la città.
Questa piazza è ancora la dimora degli aquilani, è abbastanza vasta tanto che, trovandosi al suo interno, bisogna specificare se ci si trova a “capopiazza” o a “piedipiazza”, non è spavalda ma sobria come gli stessi aquilani, i quali potrebbero ostentare altre decine di piazze altrettanto e più belle. Lo spirito aquilano, che piazza Duomo incarna, si rivela anche attraverso un’eleganza architettonica mai ostentata ma posta come scudo a difesa della ricchezza interiore, quella delle corti, dei palazzi nobili, degli affreschi nelle sale da pranzo, di tutto ciò che è noto solo a chi, sacrificandosi, vive ancora questa città.

L'Aquila - photo Veronica Altieri

L’Aquila – photo Veronica Altieri

IL MERCATO, DOPO
Il mercato cittadino, dopo il 2009, non si svolge più in piazza Duomo ma in piazza d’Armi, uno dei luoghi del dopo. Questa piazza, che una piazza non è, esiste da prima del terremoto ma è stata colta l’occasione per trasformarla in parco urbano dopo, con una riqualificazione, urbanistica e ambientale ancora in corso, dell’intera area. Piazza d’Armi, appena fuori dalle mura cittadine, è sede di una delle strutture della Guardia di Finanza, di un campo sportivo, di una pista d’atletica, di una chiesa provvisoria, della mensa della Caritas, di un piazzale di cemento e in passato ospitava le esercitazioni militari, da qui il nome.
Dal oltre un anno lo slargo all’interno della piazza è la nuova sede del mercato giornaliero, una spianata di cemento umanizzata dai colori, i profumi e la routine dei suoi avventori. La bruttezza non risiede tanto nell’idea che il mercato non si svolga più nel centro storico, impreparato a ospitare l’andirivieni di camion e furgoni da allestire, bensì nella totalità della piazza che ha fatto della provvisorietà la sua identità. Se qualcuno la ricorda come il luogo periferico dove si recava da piccolo per giocare a basket, oggi questo spazio invadente rappresenta la città più prossima a quella antica, neanche identificabile come periferica per la sua vicinanza, abbracciata da una viabilità degna di una grande metropoli e costellata da condomini finalmente ristrutturati ma eccessivamente colorati.
Piazza Duomo o d’Armi – insieme a spazi urbani, vecchi, nuovi o rinnovati – sono autentici nel raccontare il prima e il dopo della stessa città, un presupposto imprescindibile per tracciare una mappa e orientarsi nella metamorfosi e nella provvisorietà a cui la città abitua.

Veronica Altieri

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #24

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