Inpratica. Una sopravvivenza (V)

L’anno della retorica, l’anno della “ripartenza”, l’anno della resa dei conti. Ma una sopravvivenza può essere discussa solo a partire dal conflitto: la realtà è conflitto, e l’interpretazione della realtà è conflitto. Quinta tappa del saggio a puntate di Christian Caliandro per la rubrica Inpratica.

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Berlino Ovest, anni '60

Berlino Ovest, anni ’60

La parola del passato è sempre simile ad una
sentenza d’oracolo; e voi non la intenderete
se non in quanto sarete gli intenditori
del presente, i costruttori dell’avvenire.
Friedrich Nietzsche, Seconda Inattuale

Signuri, l’anno della carestia
deve mettere senno a multa gente…
Buccio di Ranallo (L’Aquila, 1294-1363)

Una sopravvivenza. Nell’anno della retorica, nell’anno della “ripartenza”, nell’anno della resa dei conti. Una sopravvivenza può essere discussa solo a partire dal conflitto: la realtà è conflitto, e l’interpretazione della realtà è conflitto. La sopravvivenza risiede così nel senso di possibilità riconquistato, e da riconquistare. (Una sopravvivenza è una conquista.) Il senso di aprire qualcosa di inatteso, che prima non esisteva: questo qualcosa è nient’altro che una diversa forma di vita.
E il fatto che il luogo dove questa forma di vita può finalmente e definitivamente aprirsi sia l’Italia non deve stupire: la condizione di umiliazione collettiva a cui sono state sottoposte le generazioni più giovani di questo Paese è il collettore, il punto di partenza di questa scoperta. Non nel senso – ridicolo, penoso – che la crisi è un’opportunità. Questa scempiaggine la lasciamo volentieri a chi non sa e non vuole sapere nulla di avventure intellettuali, a chi si nutre di banalità dalla mattina alla sera e a chi è incastrato nell’eterna riproposizione di sé (un sé “giovanile”, ça va sans dire). Il senso di possibilità è l’inconcepibile, perché svolge e sconvolge dalle fondamenta le storie che ci siamo raccontati per sistemare, incorniciare la nostra comprensione della realtà. Non c’è nulla di più piacevole e terrificante di questa operazione, in verità: questo, e nessun altro, è il significato di quella cosa mortificata che va sotto il nome di “cultura”. L’elaborazione culturale è l’edificazione della nuova forma di vita: un progetto individuale e collettivo insieme. E, nel frattempo, il consiglio fondamentale è: state il più possibile alla larga dai dinosauri, mentre cadono. Dove va cercato l’annuncio del futuro, la scoperta della possibilità? Ma nel passato, ovviamente.
Il passato-passato, non quella finzione orrenda che ci viene continuamente comunicata. Il passato come territorio inaccessibile, come origine spettrale di tutti i presenti spettrali che non sono mai esistiti – ma che avrebbero potuto. Un passato “what if”. Il passato vivido e sotterraneo, perturbante, non il passato come rassicurante terra dei morti. Un passato che ci accompagna e che ci consola, ma che non ci governa.

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In tutte le economie naturali esiste una necessità simile che il gruppo sia sempre numeroso, e più vasto è il territorio e più diversificato il prodotto, tanto più la redistribuzione avrà come risultato una effettiva divisione del lavoro… (…) In una comunità di questo tipo è esclusa l’idea del profitto, il contrattare è condannato, dare generosamente è acclamato come una virtù; la supposta propensione al baratto, al commercio e allo scambio non appare. Il sistema economico è in realtà una semplice funzione dell’organizzazione sociale. (…) Il cerchio Kula nella Melanesia occidentale, basato sul principio della reciprocità è una delle più elaborate transazioni commerciali note all’uomo. (…) Noi lo descriviamo come commercio anche se non vi è alcuna implicazione di profitto, né in moneta né in natura, nessun bene viene accumulato e neanche posseduto permanentemente, i beni ricevuti vengono goduti dandoli via, non vi è contrattazione, né commercio, né baratto, né scambio e tutto il procedimento è interamente regolato dall’etichetta e dalla magia” (Karl Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca [1944], Einaudi 2000, pp. 65-66); “…queste funzioni proprie di un sistema economico sono completamente assorbite dalle esperienze intensamente vivide che offrono una sovrabbondante motivazione economica per ogni atto realizzato nella struttura del sistema sociale nel suo complesso” (ivi, p. 64).

L'Aquila, 5 aprile 2009, ore 12 - poche ore prima del terremoto

L’Aquila, 5 aprile 2009, ore 12 – poche ore prima del terremoto

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Ieri, mentre ero dal barbiere e Davide mi stava lavando i capelli, alla tv locale uno spot recitava: “Come mai l’Italia non è ancora crollata e siamo in piedi come Paese? Perché nel corso di questi anni abbiamo imparato a essere dei… funamboli!” Questo è il genere di disgustosa idiozia con cui bisogna fare i conti praticamente ogni giorno. Quindi, i nostri problemi non sono socialmente e storicamente determinati, no; siamo noi che, nella nostra grande e saggia e allegra resilienza, ci adattiamo così bene a una situazione catastrofica come quella presente da aver generato questa meravigliosa forma di funambolismo esistenziale come soluzione universalmente valida. (Siamo in presenza, ancora una volta, di uno schermo e di un filtro: si “fa finta” di poter continuare, andare avanti, tirare avanti così allo stesso modo, indefinitamente, senza preoccuparsi di analizzare e neanche di riconoscere le cause ultime dei processi in atto. Senza introdurre alcun cambiamento nella struttura, nello scheletro, nell’attitudine e nella “disposizione d’animo”.)

Christian Caliandro

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