Berlinale 2013: non tutti i festival escono “col buco”

Abbiamo faticato un po' a entrare nel mood, nonostante l'organizzazione impeccabile, o forse proprio per questa ragione. Ogni festival ha le sue regole, come abbiamo già notato a Toronto, con le assurde file chilometriche per accedere ai teatri. Ma a Berlino il problema non è solo quello. Dopo i report day-by-day, un bilancio di costume e cinematografico.

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Berlinale 2013

Berlinale 2013

Il Festival di Berlino ha regole piuttosto ferree. Due proiezioni stampa la mattina, una nel pomeriggio. Perse quelle, recuperare il film diventa un problema, a meno che non ci si allontani dal centro nevralgico di Potsdamer Platz, dove però c’è la più alta concentrazione di eventi, nonché l’area wifi dedicata ai giornalisti. Le sale e i teatri sono straordinari, alcuni attrezzati con il sistema di nuova generazione Dolby Atmos, con poltrone ampie e comode e un’inclinazione tale che la visuale è ottima da ogni angolazione, differentemente da Cannes dove i posti sono stretti, per raggiungere la propria postazione bisogna fare trekking e chi si sente male è spacciato.
Schermi grandi, anzi immensi a Berlino. Ci sono poi aree dedicate alle signore, dove rifarsi il trucco e dedicarsi alla propria acconciatura. Un’accortezza che ha meritato più di qualche elogio. Tanti i giornalisti, ma non certo come in altre occasioni europee.
La zona dove prende atto la manifestazione è tra le più belle di Berlino e le strutture firmate Renzo Piano mettono subito gli attori degli spazi a proprio agio: un viale alberato conduce al Berlinale Palast, ai due lati della strada luoghi di incontro per gli addetti ai lavori, dove si concludono affari o si fanno interviste. Sempre pieno di gente, ma molto contegnosa, il silenzio qui è parola d’ordine.
Sull’ameno set architettonico che offre la funzionale città di Berlino, il suo Festival, uno dei pochi con Roma che si tiene in una grande città storica con un patrimonio culturale e non in un non-luogo, è organizzato alla perfezione con meccanismi ben oliati che come unico difetto lasciano poco spazio alle infinite possibilità del caso.

Berlinale 2013

Berlinale 2013

Inoltre, finite le proiezioni, che non sempre sono sottotitolate in inglese, per cui si può incappare in un turco o giapponese o russo sottotitolato nella sola madrelingua locale, la città offre una quantità tale di distrazioni che risulta impossibile non cedere alle tentazioni. Basterà citare il numero immenso di locali jazz che ogni sera offrono jam session a prezzi bassissimi. Il cibo, anche quello a dispetto delle previsioni, è poco costoso e interessante con un’offerta varia e gradevole, in più la sezione Culinary Cinema offre durante tutto il festival menù di chef tedeschi stellati Michelin a prezzi contenuti rispetto alle firme. Da prenotare comunque in largo anticipo.
Detto questo, quella che ci è sembrata la più grande falla dell’evento è stata la programmazione, che non è sembrata all’altezza di un così grande dispendio di energie organizzative. A volte si tratta di coincidenze, come la mancanza di pellicole pronte in concomitanza con le date di un determinato festival, come capitava a noi con Tarantino. Altre dipende dalla fortuna di capitare alla giusta proiezione, poiché anche un giornalista in un così vasto panorama non ha che da affidarsi a una misera sinossi su un grande  catalogo. A parte alcuni film passabili, pochissime folgorazioni, poco glamour, molta austerità e soprattutto poche emozioni e nessuna sorpresa di rilievo (eccezion fatta per il kazako Harmony Lesson). Soderberg è il compromesso tra Hollywood e i festival europei, perché ha le star di richiamo. Panahi è il classico autore per addetti ai lavori con in più il motivo politico e che tutti sanno che un premio lo riceverà. Gordon Green è un riempitivo a cui dare una chance in nome della giovane età, Dumont è il polpettone rituale che finisce nell’oblio col festival che lo ha presentato. Before Midnight è il rito periodico autocelebrativo. Gold il film nazionale che non può mancare, ma che non sarebbe entrato in competizione in un altro Paese. Poi c’è il film di Sluizer mai montato coll’attore americano morto sul set e così via.

Berlinale 2013

Berlinale 2013

Alla Berlinale quest’anno è mancata l’effervescenza, il brio, la grinta, l’energia che coinvolgono lo spettatore e il critico in un vortice di riflessioni, domande, dibattiti, confronti e scontri. Ha avuto piuttosto un tono dimesso, privato, dualista, claustrofobico, spesso borghese, quando non nei contenuti sicuramente nella forma. Molto poco vitale. La responsabilità di questi eventi potrebbe essere data dal momento storico politico. L’esperienza è da ritentare comunque il prossimo anno.

Federica Polidoro

www.berlinale.de

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  • manda

    Se il festival è così brutto vale la pena ritentare l’anno prossimo solo per i jazz club di Kreuzberg… Ma poi non è stato così male dai…

  • Elio Di Pace

    Cara Federica Polidoro,
    scusami, ma dal basso del mio acquitrino di depressione sono costretto a demolire rigo per rigo questa tua cronaca berlinese.
    Partirei, proprio perché sono magnanimo e alle 13.26 non ho ancora voglia di uccidere infliggendo sofferenza bensì solo colpendo in modo indolore, dalle cose giuste che scrivi: sì, le sale della Berlinale sono comode, architettonicamente ragguardevoli per venustas-firmitas-utilitas, e i sistemi digitali di proiezione non hanno dato segni di cedimento alcuno. Inoltre, è giusto anche quel che affermi in merito alla programmazione: tre press screening al giorno, e fin qua ci siamo, ma infinitesimali possibilità di recuperare i film persi.
    Ecco, i problemi cominciano qui.
    Tanto per cominciare, quella che tu chiami “madrelingua locale” in realtà si chiama “tedesco”, è la più titanica degli idiomi europei perché ha conservato, più di altre, forme e sostanze della linguistica antica. Una lingua che nobilita i sostantivi tassativamente segnalandoli con la lettera maiuscola (è una lingua per la quale sono assurte a evento storico anche le molte riforme ortografiche), ergendo la Parola allo stesso livello del Nome. Una lingua, insomma, per la quale io imporrei a me stesso quantomeno la disciplina di chiamarla con la denominazione reale, e non di liquidarla come una qualsivoglia calata da borgo contadino (che pure merita tutto il rispetto del mondo). Poi, ci sarebbe il piccolo particolare che è la lingua della filosofia e della musica, ma qua già siamo in territori che evidentemente a te, cronista da certificato stampa e da chiacchiera glamour con colleghi di uguale rango, interessano poco, allo stretto fine lavorativo.
    Passiamo al cinema, adesso.
    Panahi è un regista da addetti ai lavori, dici. Allora, punto primo: se ti fai accreditare a un festival del cinema, sei un addetto ai lavori anche tu, e quindi, in quanto tale, dovresti sentirti piuttosto una privilegiata a poter vedere l’ultima opera di un regista messo dal suo governo autoritario nelle condizioni di produrre opere d’arte in clandestinità e farle giungere ai festival in penne usb nascoste nelle torte; punto secondo, porta rispetto, se non per il cinema, almeno per la vita di un uomo che se la passa peggio di te, e se potesse barattare i pochi premi che gli assegnano (che, comunque, saranno sempre pochi) con la possibilità di andare dove vuole, vedere chi vuole, e fare quel che vuole, proprio come me e come te, allora stai certa che lo farebbe.
    Ci andrei piano anche con “pochi film passabili”, anche perché non so se tu il documentario di D’Anolfi e Parenti l’hai visto, né so quanto hai visto di Panorama e Forum. Io, posso dirtelo, ho visto pochissimo, ma non vengo su Facebook a sbraitare che i film di rilievo sono pochi. E poi, male che vada, puoi sempre andarti a vedere la retrospettiva di Kinoshita, o Delitto perfetto in 3D, o Sogno di una notte di mezza estate di Dieterle. O la mostra di Scorsese. O il museo del cinema.
    Ecco.
    Ultimo punto, e poi ho finito.
    Ti ho scoperta, sai. Sì, io già ti vedo, lì, a letto, che sfogli la guida di Lonely Planet. L’offerta di Berlino. L’offerta CULTURALE di Berlino. I club jazz, certo. Il mangiare economico, certo. È vero: Nordsee, i vietnamiti insospettabilmente ottimi, Lindner, Pomme de terre, certo, certo. I club jazz, sì, verissimo, ci sono andato, sono andato al B Flat a Rosenthalerstraße. Fu una serata bellissima.
    Ma perché non ti ho sentita citare il fatto che con 9 euro e 50 uno studente può vedere tutti i musei della città? Perché non ti ho sentito citare il fatto che con una spesa non superiore ai 15 euro si può entrate alla Staatsoper, alla Kammermusiksaal, alla Konzerthaus e SOPRATTUTTO alla Philharmonie?
    Davvero sei rimasta così delusa, da questo viaggio?
    Sai che ti dico? Che io il curriculum a ArTribune lo mando davvero.
    Che dici? Ho speranza? Spero di sì, anche se mi piace Panahi e ho perso qualche film kazako per andare a sentire Schumann o a vedere un Guggenheim.
    Perché sì, c’è un Guggenheim, a Berlino, lo sapevi? Costa 4 euro l’ingresso.

  • Elio Di Pace

    Ah, se vuoi, posso darti le riprese delle masterclass di Ulrich Seidl, Walter Murch, Matthew Libatique, Philippe Le Sourde, Jane Campion e Ken Loach. Naturalmente gli accreditati potevano entrare gratis.