Siamo tutti newyorchesi

Un curatore italiano a Williamsburg. Marco Antonini esplora l’entropia sociale di New York in dieci appuntamenti. Ma non cerca acquirenti. Fino al 12 settembre, alla Nurture Art va in scena il sogno delle gallerie non profit all’americana.


Nadja Verena Marcin

Nel nuovo continente la recessione economica non sembra aver ostacolato in alcun modo la creatività artistica. Si potrebbe addirittura ipotizzare che abbia creato l’effetto opposto, grazie alla crescita della meno (economicamente) rischiosa arte nel comparto non profit. Molte gallerie, come la NURTUREart di Brooklyn, sono infatti finanziate dalla città di New York (che per il 2011 ha stanziato 141 milioni di dollari per il non profit soltanto nel settore culturale), e da altre organizzazioni incentivate alla donazione grazie alla possibilità di ottenere sgravi fiscali. Condizione privilegiata, questa, che permette ad artisti e curatori di esplorare liberamente, estendendo la propria ricerca oltre i limiti del “vendibile”.
È il caso di NURTUREart, che dal 1998, anno della sua fondazione, a oggi è riuscita a coinvolgere un’impressionante lista di professionisti d’arte, costruendosi una solida reputazione e attraendo sovvenzioni da organizzazioni prestigiose come la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts. A capo di questa vivace realtà c’è ora Marco Antonini, giovane critico e curatore abruzzese espatriato a New York sette anni orsono. Ormai in perfetta sintonia con la città, Antonini debutta nello spazio curando una serie di dieci mostre nell’arco di dieci settimane, unite sotto il titolo We are:. Un progetto che guarda dritto negli occhi il contesto socio-politico che si è venuto a creare durante l’ultimo decennio nel quartiere di Brooklyn (e in particolare a Williamsburg, dove ha sede la galleria), in seguito alla gentrificazione dovuta all’arrivo in massa di artisti prevalentemente giovanissimi e bianchi in un quartiere storicamente abitato da una moltitudine di etnie tipicamente di ceto medio-basso.
We are: è stato concepito come ritratto di gruppo caleidoscopico. Un ritratto delle persone che fanno di noi ciò che siamo”. I progetti sono in parte mostre personali, ma anche eventi organizzati da curatori o da altre organizzazioni del quartiere: le porte sono aperte a ogni tipo di realtà.

Rachel Budde

Spaziando addirittura, in tre giorni di esplorazione pratica, verso la comicità, con performance e workshop di Chelsea Haines ed Ertola Pira (dal 3 all’8 agosto), “nella speranza di confondere le barriere tra arte e comicità e infrangere l’approccio talvolta eccessivamente serioso all’opera.”
La prima delle dieci mini-mostre è quella di Ivan Argote: una serie di video che rubano sguardi di sconosciuti per le affollate strade di New York. Gli schermi sono posti casualmente su una serie di panchine occupanti l’intero spazio espositivo. Seduto tra i vecchi monitor, lo spettatore si sente immediatamente coinvolto nell’azione, vicino a questi sconosciuti, che per un breve momento guardano in macchina e sembrano fissarci. È un delicato avvicinamento all’intenzione di We are:: farci notare che per quanto frazionati e diversi, siamo tutti parte di un insieme. Un complesso potenzialmente armonioso.
Perfettamente in linea con questo sentimento è l’installazione permanente sul rooftop della galleria, In Loving Memory, della coppia ceca formata da Marek & Kristyna Milde. Per questo progetto su commissione, i due hanno raccolto un assortimento a dir poco eclettico di sedie abbandonate nei luoghi più disparati della città, ognuna con la propria storia e il proprio percorso, registrato su una mappa di riferimento, e le hanno radunate in un unico spazio. Un luogo dove l’entropia newyorkese ha trovato un punto d’arrivo, insieme a una nuova, ma sempre eterogenea identità.

Charlotte Cirillo

New York // fino al 12 settembre 2011
We are:
a cura di Marco Antonini

www.nurtureart.org

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  • or

    SMASCHERATO NUOVAMENTE IL POLITONE CHE RICICLA GLI ARTICOLI DAL NEW YORK TIMES. ora io mi chiedo, ma è serio accettare che un pur eminente giornalista/critico quale Staltz scriva il medesimo articolo con copia ed incolla su Flash Art (magari lo ha fatto con il consenso di politi)? Tonelli cosa ne pensi? E’ professionale accettare i copia incolla e non dichiararlo? Es: articolo comparso su NYT il etc etc , traduzione dil… etc etc. PERCORECCITà SPACCIATA PER INTERNAZIONALISMO. Ecco cos’è l’itaGlia hypp!

  • Carlo

    Il titolare dell’articolo è Saltz, che l’ha offerto anche a Flash Art. Embè’ ?I giornalisti free lance lavorano così.

  • or

    ma è serio che una rivista che si professa grande faccia copia ed icolla? MA QUALE FREE LANCE!! provicia provincia , flash art è solo gucci e capracotta, ecco cos’è!

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