Bartolomeo Pietromarchi presenta il suo Padiglione Italia, ma soprattutto il progetto di crowdfunding che lo sostiene, alla Milano dell’arte. Chiccera? Ve lo dice la fotogallery di Artribune

C’è il critico celebrato, il curatore e il giornalista. C’è l’artista, l’imprenditore illuminato e l’operatore di settore. C’è l’advisor, il comunicatore; c’è quello che non sai chi sia o cosa faccia: ma se c’è sempre, ovunque, ha pieno titolo di essere pure qui. Se Milano non va alla montagna è quest’ultima a fare il primo […]

Pietromarchi con Paola Nicolin

C’è il critico celebrato, il curatore e il giornalista. C’è l’artista, l’imprenditore illuminato e l’operatore di settore. C’è l’advisor, il comunicatore; c’è quello che non sai chi sia o cosa faccia: ma se c’è sempre, ovunque, ha pieno titolo di essere pure qui. Se Milano non va alla montagna è quest’ultima a fare il primo passo: presentazione meneghina per il Padiglione Italia di Bartolomeo Pietromarchi, che all’ombra della Madonnina – o meglio: dell’UniCredit Tower, visto che siamo a un passo da Porta Garibaldi – incontra amici e addetti ai lavori per raccontare il suo progetto. Chiacchierata fugace e ampiamente informale negli spazi di H+, piattaforma che si divide tra la produzione video e la comunicazione in senso lato, con particolare efficacia nel reperimento di risorse a sostegno di progetti culturali; e proprio di pecunia si finisce presto a discutere, on Pietromarchi che nel lanciare il suo programma di crowdfunding snocciola i conti della Biennale. Seicentomila euro stanzia lo Stato per il Padiglione Italia. Meno duecentomila per approntare gli spazi, meno l’iva, meno altre voci incomprimibili: i conti non sono propriamente quelli della serva, viste le cifre in ballo, ma tant’è. Servono soldi. E Pietromarchi batte cassa: anche nei salotti bene dell’arte milanese, concentrati per l’occasione in un hic et nunc da cocktail party dall’atmosfera insistentemente calda e familiare. C’è chi avverte l’apparente paradosso di una campagna di sovvenzione dal basso – crowd, in fondo, vuol dire folla – presentata in un contesto che si sforza di essere easy, ma resta comunque elitario; qualcuno ha fatto entrare i bambini, che guardano quel re sommessamente denudato e si chiedono se davvero non sia un pochino inelegante piangere miseria a fronte di 600mila euro di investimento, se davvero non si sarebbe riusciti a costruire un Padiglione Italia con quella cifra; o se non si potesse raccogliere ossigeno con partnership e sponsorship varie, prima di ricorrere alla colletta digitale. Niente di nuovo sotto il sole, insomma; e nemmeno sotto le gradevoli lampade di design di H+: le contestazioni all’operazione Pietromarchi quelle sono, e quelle restano. A Roma, Venezia, Milano o sulla rete.

– Francesco Sala


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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.