Sono trascorse poche settimane da quando Netflix ha lanciato The Art of Design, serie dedicata a otto creativi del nostro tempo che stanno tracciando traiettorie rivoluzionarie in varie discipline. Il panorama architettonico è stato rappresentato dal quarantaduenne danese Bjarke Ingels, anima e mente dello studio BIG. Il prossimo 26 aprile, nell’ambito del Copenhagen Architecture Festival, verrà proiettata l’anteprima di Big Time, un documentario dedicato proprio all’artefice del Museo Marittimo danese. Com’è noto, dopo alcuni interventi in patria, Ingels ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione, collezionando un successo dietro l’altro su scala internazionale. Tra il clamoroso esordio statunitense, con VIA 57 West, l’impegno nel visionario l’Hyperloop One, il progetto con cui Dubai punta a riscrivere le regole del trasporto collettivo, non sono mancate neppure la consacrazione londinese – suo il Serpentine Pavilion dell’estate 2016 – e un recente incarico in Italia, per San Pellegrino. Ma qual è il prezzo da pagare per arrivare a risultati di tale portata? Cosa significa, a livello umano, non tradire le aspettative di chi ti affida progetti sui quali sono puntati gli occhi del mondo? Come si sente, davvero, chi si è assunto l’incarico di progettare un intervento straordinario, “qualcosa che non si sia mai visto”?

UN DOCUMENTARIO INTIMO

Girato e diretto da Kaspar Astrup Schröder, in uscita nelle sale cinematografiche danesi il 3 maggio, Big Time è anticipato dal trailer che vi mostriamo. Alle prevedibili incursioni nella convulsa quotidianità di un architetto di successo, si alternano scene inattese. Nel periodo di preparazione del documentario, infatti, Bjarke Ingels ha riportato un trauma cranico, con conseguenti frequenti mal di testa. Un episodio che forse deve averlo incoraggiato a riflettere sulla propri carriera e sulla propria vita, fino a metterlo a nudo: si fa riprendere durante le visite mediche, accetta di mostrare, in rapidi e inquietanti flash, persino le radiografie del proprio cranio. Dopo il contagioso entusiasmo e il vigore con cui si è fatto conoscere dalla platea internazionale, almeno fino a oggi, Ingels sembra lasciare spazio alla vulnerabilità, a manifestazioni di umanissima fragilità. A che pro? Big Time va interpretato solo come un primo “bilancio pubblico”, tra soddisfazioni e qualche battuta d’arresto? Può essere considerato come “l’espediente” per preannunciare un – seppur temporaneo – rallentamento professionale? In attesa di vedere il resto, nel trailer sembra insinuarsi anche una vena nostalgica. Quella per il tempo prima che BIG divenisse tale, quando tutto era ancora ben nascosto nel cervello del suo fondatore.

– Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.