Frammenti e cruda realtà. Vitshois Mwilambwe Bondo a Milano

Primo Marella Gallery, Milano – fino al 16 novembre 2016. L’arte viva e politicamente impegnata dell’autore congolese approda nella città meneghina con tutto il suo carico di autenticità e denuncia, cui si affianca un’immancabile compostezza estetica.

Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016
Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016

UN MESSAGGIO CORROSIVO
C’è chi, come il maestro nigeriano El Anatsui, ricicla l’alluminio dei tappi delle bottiglie per farne manti cerimoniali sfavillanti di matericità e chi, come Vitshois Mwilambwe
Bondo, ritaglia da riviste di moda immagini fotografiche per poi comporle liberamente sulla tela (con l’aggiunta della pasta cromatica che tutto ingloba ed esalta), fino a intessere le silhouette di corpi umani illuminati dall’aura di una contraddittoria e feroce bellezza.
L’artista, attivo a Kinshasa (dove è nato nel 1981), presenta alla Primo Marella Gallery di Milano la personale Strange, curata dal medico-critico d’arte Koan Jeff Baysa: una decina di opere recentissime (unica concessione al passato, il dittico Untitled composto nel 2011-2012) si stagliano con grande icasticità sulle pareti candide della sala espositiva. Alcune di esse sono accompagnate da un testo esplicativo che aiuta a interpretarne il corrosivo messaggio.

Vitshois Mwilambwe Bondo
Vitshois Mwilambwe Bondo

IDENTITÀ E CONFLITTO
Qui una calzatura miniaturizzata brilla di un rosso acceso e sottolinea la sensualità di una schiena femminile, là la minuscola tranche di un abito condensa la pennellata blu livida che evidenzia la contrazione di un torso maschile. I rimandi si intrecciano come in un grottesco campionario di prodotti fashion, conferendo tridimensionalità a volti, busti, gambe, braccia di uomini e donne che fluttuano in uno spazio privo di connotazioni prospettiche, vuoto. Non è una novità per l’artista congolese. Le icone umane sono dunque fatte proprio dei residuati della civiltà dei consumi, fagocitate dal gioco tragico dell’emulazione di altri mondi, di altre dimensioni esistenziali, a discapito della propria identità. Vitshois esprime così il suo grido d’allarme: l’Africa perde la sua individualità culturale.
Di recente, come lui stesso racconta, ha iniziato a utilizzare per i suoi cut-out anche vecchie fotografie in bianco e nero che rievocano fatti e luoghi emozionalmente importanti per lui e per i suoi fratelli congolesi (ancora oggi minacciati da guerra e conflitti interni), o a scattare lui stesso istantanee con lo scopo di trarne materiale utile alla realizzazione di opere ancora più accuratamente progettate e magistralmente costruite.

Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016
Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016

RADICI E MELTING POT
Profondamente legato al suo Paese, esponente del Librisme – movimento giovanile che si oppone al colonialismo e all’insegnamento accademico delle arti e combatte per la tutela dei diritti umani – Vitshois continua a incentrare la sua ricerca sul melting pot culturale e sul dialogo fra popoli di varia provenienza. Ha studiato a Strasburgo, ad Amsterdam, e negli Stati Uniti. Ha una visione internazionale, dal punto di vista politico e culturale. Qualche anno fa dichiarò: “La tecnica di usare frammenti per comporre figure, corpi, volti, teste partendo da ritagli ricavati da riviste di moda, da una moltitudine di parti di corpi sconosciuti, è per me un modo per ricomporre il corpo umano, di costruire una nuova società e di interrogarsi sulla molteplicità delle razze e sui numerosi cambiamenti che scaturiscono da questa molteplicità. Il corpo è mutilato e caotico e ci induce a confrontarci con la caotica situazione riflessa dalle attuali condizioni politiche e socio-economiche dell’Africa e del mondo intero”.

Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016
Vitshois M. Bondo, Untitled, 2016

CRUDA REALTÀ ED ELEGANZA ESTETICA
I rimandi a guerre, a massacri etnico-religiosi, a violazioni dei diritti umani sono dunque ben presenti in composizioni di cui risalta però, a un primo sguardo, soprattutto l’eleganza dell’insieme. Una ricerca estetica, quella di Bondo, assai lontana da quella dei Sapeurs di Brazzaville (Repubblica del Congo), ovvero dei membri de La Sape (Société des Ambienceurs et des Personnes Elégantes) che hanno scimmiottato in passato, e ancor oggi scimmiottano, i dandy europei. In bilico tra venerazione dei modelli occidentali e un sarcastico distacco dal colonialismo che ha minato le tradizioni locali.
Nelle opere di Vitshois è il particolare – costituito non solo da ritagli cartacei, ma anche da umili oggetti della quotidianità contemporanea (assemblati o mescolati fra loro nelle sue installazioni e performance) – a farsi così veicolo espressivo dell’universale.

Alessandra Quattordio

Milano // fino al 16 novembre 2016
Vitshois Mwilambwe Bondo
a cura di Koan Jeff Baysa
PRIMO MARELLA
Viale Stelvio 66 
02 87384885
[email protected]

www.primomarellagallery.com

MORE INFO:
https://www.artribune.com/dettaglio/evento/56208/vitshois-mwilambwe-bondo/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Alessandra Quattordio
Alessandra Quattordio, storica dell’arte e giornalista indipendente, ha esordito a fine Anni Settanta come curatrice dei cataloghi d’arte e fotografia editi dalla Galleria del Levante a Milano. Dopo la laurea in Storia dell’arte all’Università Statale di Milano, inizia a collaborare a riviste - fra cui D’Ars, Flash Art, Arte, Arte In, Meridiani - e a pubblicazioni del settore. Cura la presentazione di artisti e mostre, attività ancora oggi svolta. Ha insegnato Storia del Gioiello all’Istituto Europeo di Design, all’Istituto Superiore di Architettura e Design (ISAD) e al Politecnico di Milano. È stata a lungo caposervizio presso le Edizioni Condè Nast. In particolare, dal 1999 al 2015 presso AD Architectural Digest, occupandosi di arte, fotografia, design, interior e design del gioiello.