Chi decide come guarderemo le opere? La responsabilità dei musei nell’era dell’AI 

Le nuove tecnologie moltiplicano le possibilità di fruizione museale, talvolta semplificandole notevolmente. In questo contesto è necessario chiedersi non solo quali strumenti introdurre ma come fare per orientare l'innovazione verso la crescita e lo sviluppo umano

In Wittgenstein urlava a scuola, Lucrezia Lerro riflette sulla distanza tra la portata intellettuale di una persona e la sua condotta privata. Il romanzo affronta il mondo della scuola, le ingiustizie e le responsabilità degli adulti; il riferimento al filosofo diventa anche un’occasione per interrogare il rapporto tra autorevolezza e condotta.
È una distanza culturalmente importante. Conoscere il pensiero di qualcuno non significa conoscerne il carattere; riconoscere il valore di un’opera non impone di trasformare il suo autore in un esempio morale. Una parte del confronto pubblico sui monumenti e sulle figure celebrate dalla storia nasce proprio dalla difficoltà di tenere insieme queste dimensioni.
Con l’intelligenza artificiale, la questione riguarda anche le modalità attraverso cui musei e istituzioni culturali entrano in relazione con i visitatori. L’io narrante è da tempo uno strumento della divulgazione: lo ritroviamo nelle autobiografie, nelle audioguide, nelle ricostruzioni teatrali e nelle lettere lette ad alta voce. Le tecnologie conversazionali introducono però una possibilità ulteriore: il personaggio risponde alle nostre domande, segue almeno apparentemente il nostro ragionamento e costruisce uno scambio che sembra personale.

I casi del Dalí Museum a St. Petersburg e del Musée d’Orsay a Parigi

Al Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida, Ask Dalí, inaugurato nell’aprile 2024, permette di sollevare la cornetta di un telefono ispirato al celebre Lobster Telephone e rivolgere domande a un avatar dell’artista. Il sistema utilizza modelli generativi e sintesi vocale, facendo riferimento a scritti e registrazioni d’archivio per riprodurne la voce e lo stile.
Al Musée d’Orsay, in occasione della mostra Van Gogh à Auvers-sur-Oise, l’esperienza Hello Vincent ha proposto un dialogo con un alter ego del pittore basato su un corpus di circa novecento lettere, e sviluppato con il coinvolgimento di uno specialista dell’artista. Si tratta di esperienze capaci di suscitare curiosità e offrire un accesso più familiare a contenuti che potrebbero apparire distanti. La possibilità di formulare una domanda con il proprio linguaggio può aiutare chi si sente poco preparato o teme di non possedere gli strumenti necessari per comprendere un’opera.

La questione dell’investimento cognitivo e l’importanza di coltivare la capacità critica

Occorre però interrogarsi su cosa accada dopo questo primo avvicinamento. È qui che entra in gioco l’investimento cognitivo: il tempo e l’attenzione impiegati per osservare, collegare informazioni, confrontare interpretazioni e rivedere un’idea iniziale. Durante una visita, questo investimento può consistere nel tornare davanti a un quadro dopo aver letto una lettera, nel riconoscere una contraddizione tra due documenti o nel formulare una domanda alla quale nessuna fonte permette di rispondere con certezza. La facilità di accesso può rendere possibile questo lavoro. Una spiegazione chiara, un’interfaccia comprensibile hanno valore educativo. Ma quando lo strumento svolge anche il confronto e l’interpretazione al posto del visitatore, la semplicità può trasformarsi in delega.
Il tema diventa ancora più rilevante quando la modalità domanda-risposta si afferma come strumento abituale per acquisire informazioni e trasformarle in conoscenza. Il ricorso a fonti esterne può diventare problematico quando queste vengono a mancare, ma soprattutto quando l’obiettivo dell’arte – in particolare di molta produzione contemporanea – non è trasmettere informazioni in modo lineare, bensì stimolare domande, interpretazioni e letture personali.

La differenza nell’approccio all’arte antica e contemporanea

Per comprendere un dipinto di secoli fa, le impressioni personali possono non bastare: spesso è necessario disporre di conoscenze storiche, iconografiche e culturali specifiche. Nell’arte contemporanea, invece, il visitatore può riconoscere riferimenti e linguaggi più vicini al proprio universo simbolico e cognitivo che gli permettono di comprendere e interpretare il lavoro. L’adozione di tecnologie che agevolino l’accesso alla conoscenza è essenziale, ma accessibilità non deve essere sinonimo di semplificazione. Una parte della fruizione culturale si fonda su un meccanismo in cui il beneficio deriva anche da un investimento fisico, cognitivo e temporale. Da questo punto di vista, la tecnologia può assumere un ruolo diverso: rendere possibile un investimento cognitivo che, senza determinati strumenti, sarebbe più difficile compiere.

Il caso di “Ancient Lives, New Discoveries” al British Museum di Londra

Si pensi, ad esempio, al progetto Ancient Lives, New Discoveries a Londra che ha coinvolto volontari nella trascrizione di papiri attraverso immagini digitalizzate e strumenti per identificare i caratteri. Il lavoro dei partecipanti ha contribuito alla ricerca, con risultati sottoposti all’analisi e alla verifica degli specialisti. Qui l’investimento richiesto è evidente: occorre osservare un segno, confrontarlo con altri, riconoscere somiglianze e differenze, accettare la possibilità di un errore. Il documento diventa così un oggetto su cui esercitare l’attenzione. Si entra, per una parte circoscritta, nel processo attraverso il quale viene prodotta conoscenza. Si tratta di un’esperienza diversa che suggerisce una direzione applicabile anche all’intelligenza artificiale, come mostrano già alcune esperienze in altri ambiti della citizen science.

Le diverse modalità di fruizione tra necessità del mercato e qualità dell’offerta

Non si tratta soltanto di scegliere tra strumenti differenti, ma di definire diverse modalità di relazione con le opere. La tecnologia, in questo quadro, rappresenta un fattore abilitante, ma non determina da sola la qualità dell’esperienza. È una questione che implica necessariamente una presa di posizione da parte del sistema pubblico. Le regole del mercato, infatti, tendono a privilegiare le soluzioni più semplici e immediate: poiché la domanda orienta le scelte degli operatori, lasciare l’innovazione dei servizi culturali interamente alle dinamiche di mercato potrebbe favorire un progressivo appiattimento dell’offerta.

Le responsabilità del sistema culturale sull’innovazione dei musei

Spetta dunque ai musei contribuire a determinare la direzione da dare agli strumenti di connessione tra pubblico e opere. Ma può davvero un soggetto pubblico guidare processi di innovazione ormai demandati in larga misura ai privati, senza limitarsi a svolgere una funzione conservativa? Esistono competenze e risorse sufficienti perché i musei e gli altri istituti culturali possano orientare il lavoro degli sviluppatori, contribuendo alla realizzazione di strumenti non soltanto innovativi sul piano delle prestazioni, ma anche efficaci in una prospettiva di crescita e sviluppo umano? Se queste risorse non sono sufficienti, come si può costruire un’organizzazione in grado di svolgere un ruolo che non può più essere delegato interamente a soggetti esterni? La riflessione, dunque, non riguarda soltanto quali servizi introdurre, ma anche come il sistema culturale debba organizzarsi per affrontare una responsabilità che, in fin dei conti, è da sempre chiamato a svolgere.

Stefano Monti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

Scopri di più