Dai videogiochi alla cultura partecipativa. Fu così che il gaming cambiò il nostro modo di vivere 

A M9- Museo del ’900 di Venezia Mestre, la mostra PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società ripercorre ottant’anni di evoluzione del videogioco, dai primi esperimenti elettronici alle piattaforme creative contemporanee. Il curatore Fabio Viola riflette sul rapporto tra tecnologia e società, sulle radici italiane dell’industria videoludica e sulle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale

Cosa raccontano i videogiochi della società che li ha prodotti? E quanto hanno contribuito a trasformare il nostro modo di comunicare, imparare e costruire relazioni? Sono alcune delle domande attorno alle quali ruota PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società, la mostra visitabile fino al 14 febbraio 2027 al terzo piano di M9 – Museo del ’900 di Venezia Mestre. Curata dal game designer Fabio Viola insieme a Michelangela Di Giacomo, Giuseppe Cosenza e Damiano Bordoni, l’esposizione propone una lettura del videogioco come fenomeno culturale e sociale, prima ancora che tecnologico. Un viaggio lungo ottant’anni, attraverso oggetti, immagini, ambienti immersivi e dispositivi interattivi, che permette di osservare come il gioco digitale abbia progressivamente conquistato un ruolo centrale nell’immaginario contemporaneo.

La mostra PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società all’M9 di Venezia Mestre
La mostra PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società all’M9 di Venezia Mestre

Videogiochi e arte: un nuovo linguaggio culturale all’M9 di Venezia Mestre

Il percorso parte dalle prime sperimentazioni sui calcolatori attraversa la stagione delle sale giochi e l’arrivo delle console nelle abitazioni, fino alle piattaforme connesse che oggi coinvolgono milioni di utenti. “Il videogioco assorbe e rielabora grammatiche provenienti da altri linguaggi come cinema, pittura, scultura, arti performative, fumetto dando vita ad una meta-arte in cui i creatori trasferiscono idee e visioni del mondo su una tela digitale“, spiega Viola. Una contaminazione che pone il videogioco al centro di un dibattito culturale sempre più ampio. “La domanda, dunque, non è più soltanto se il videogioco possa essere considerato la decima forma d’arte. È se sia ancora possibile raccontare la cultura contemporanea senza prendere in considerazione uno dei linguaggi che maggiormente ha contribuito a costruirla attraverso quasi tre miliardi di giocatori ogni anno”.

Players al M9 di Mestre: una mostra interattiva sulla storia dei videogiochi

La mostra restituisce questa complessità attraverso tre sezioni, #Play, #Watch e #Create, che corrispondono ad altrettante modalità di relazione con il medium. Dalle postazioni dedicate ai videogiochi storici, con titoli come Pong e Computer Space, si passa ai cabinati arcade, alle console domestiche e alle esperienze contemporanee. Accanto agli oggetti originali, tra cui un raro cabinato di Dragon’s Lair, trovano spazio materiali inediti e testimonianze di protagonisti internazionali come Sid Meier, Yuka Kitamura e Jon Wilcox. L’obiettivo è coinvolgere attivamente i visitatori. “Questa consapevolezza ha guidato l’impostazione curatoriale di PLAYERS, che non abbiamo immaginato come una successione di console e oggetti tecnologici, ma come un’esperienza culturale da attraversare in prima persona”, racconta il curatore. “Il percorso si articola intorno a tre verbi: PLAY, WATCH e CREATE. Tre modalità differenti di entrare in relazione con il videogioco, ma soprattutto tre possibili posture del pubblico”.

Come i videogiochi hanno cambiato la società e la cultura digitale

A rendere particolarmente interessante questa evoluzione è il cambiamento del ruolo del giocatore. Da fruitore di esperienze progettate da altri, il pubblico è diventato progressivamente protagonista della produzione di mondi, narrazioni e contenuti. È quanto accade negli universi digitali contemporanei, dove le persone possono collaborare, costruire e sperimentare nuove forme di creatività; si tratta di un fenomeno che investe più in generale il funzionamento della società. “Per buona parte del Novecento abbiamo abitato sistemi comunicativi e organizzativi prevalentemente verticali: qualcuno produceva contenuti, definiva percorsi, prendeva decisioni; qualcun altro li riceveva“, osserva Viola. “Molti principi oggi diffusi nella progettazione delle interfacce digitali, nelle piattaforme educative e nei servizi derivano direttamente o indirettamente da questa grammatica: progressione, feedback, obiettivi, esplorazione, cooperazione, costruzione di identità digitali“.

Il videogioco diventa così uno strumento per comprendere una società nella quale il confine tra produttori e consumatori di contenuti è sempre meno definito. E anche una chiave di lettura delle trasformazioni dello spettacolo contemporaneo. “I videogiochi hanno prodotto nuovi immaginari collettivi, nuove professioni creative e nuove forme di spettacolo. Con lo streaming e gli eSport, ad esempio, abbiamo assistito a un fenomeno apparentemente paradossale: un linguaggio nato per essere interattivo è diventato anche uno dei grandi spettacoli da guardare del nostro tempo“, sottolinea il curatore.

La storia dei videogiochi in Italia, dal giocattolo al gaming

Il racconto del M9 si estende anche alle origini della cultura ludica italiana, grazie al percorso parallelo Giocare all’italiana. Storia, costume e società attraverso il giocattolo del Novecento, curato dalla direttrice Serena Bertolucci e da Giuseppe Saccà e allestito nell’esposizione permanente del museo. Dai giocattoli artigianali alle produzioni industriali del boom economico, bambole, giochi di società e oggetti d’epoca testimoniano come il gioco abbia accompagnato l’evoluzione dei costumi e dei modelli educativi. “L’Italia ha una storia straordinaria nel mondo del gioco, molto più lunga e articolata di quanto siamo abituati a raccontare. Prima ancora dell’avvento del videogioco, siamo stati un Paese capace di trasformare il giocattolo in un oggetto di design, uno strumento educativo e un prodotto culturale, grazie a una tradizione nella quale creatività, artigianato e industria si sono continuamente intrecciati“, ricorda Viola.

Un patrimonio che ha trovato nuove declinazioni anche nell’industria videoludica, attraverso autori e sviluppatori capaci di contribuire a produzioni di successo internazionale. “Sono storie profondamente differenti, accomunate però da un elemento: dimostrano come gli italiani abbiano saputo contribuire alla grammatica narrativa, tecnologica, economica e creativa del videogioco contemporaneo, anche quando queste esperienze si sono sviluppate prevalentemente all’estero“, osserva il curatore, ricordando figure come Christian Cantamessa, Andrea Pessino, Riccardo Zacconi, Davide Soliani e Luca Galante. Eppure, per trasformare questa tradizione in un settore culturalmente ed economicamente riconoscibile, occorre un cambiamento di prospettiva: “Naturalmente servono politiche industriali, investimenti, formazione e una maggiore capacità di trattenere i talenti. Ma prima ancora serve un cambiamento culturale: dobbiamo smettere di considerare il videogioco esclusivamente un settore dell’intrattenimento e iniziare a riconoscerlo come un’industria creativa capace di generare valore economico, proprietà intellettuale e identità culturale”.

La mostra PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società all’M9 di Venezia Mestre
La mostra PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società all’M9 di Venezia Mestre

Il futuro dei videogiochi tra Intelligenza Artificiale e mondi virtuali

La riflessione si sposta infine sul futuro, in un momento in cui l’intelligenza artificiale generativa e le tecnologie immersive stanno modificando profondamente i processi creativi. Per Viola, le possibilità più interessanti riguardano soprattutto una nuova relazione tra chi progetta un videogioco e chi lo utilizza. “Immagino esperienze nelle quali il game designer non costruirà necessariamente ogni singolo contenuto, ma progetterà sistemi di possibilità, regole e relazioni all’interno dei quali milioni di persone potranno generare storie differenti. Questo non renderà meno importante il ruolo dell’autore, anzi richiederà nuove competenze culturali, artistiche ed etiche per dare significato a mondi potenzialmente infiniti”.

In questo scenario, anche la conservazione del patrimonio videoludico diventa una questione cruciale per le istituzioni museali. “Il videogioco è un patrimonio culturale particolarmente fragile: hardware obsoleto, software non più accessibili, server che vengono spenti, esperienze collettive che rischiano di scomparire“, avverte Viola.

Laura Cocciolillo

Venezia Mestre // fino al 14 febbraio 2026
PLAYERS. Giochi, videogiochi, cultura e società
M9 – MUSEO DEL ‘900, via Giovanni Pascoli 11
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Laura Cocciolillo

Laura Cocciolillo

Laura Cocciolillo (Roma, 1997), consegue la laurea triennale in Studi Storico-Artistici presso la Sapienza di Roma. Si trasferisce poi a Venezia, dove consegue la laurea magistrale in Storia delle Arti, curriculum in Arte Contemporanea. Specializzata in arte e nuove tecnologie…

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