Art Layers è una mostra di filtri Instagram d’artista curata da Valentina Tanni per il decennale di Artribune. Il progetto include le opere di dieci artisti italiani, visibili sul nostro profilo ogni due settimane. Il quinto filtro, online da oggi, è quello di Giovanni Fredi, che abbiamo intervistato

Cominciamo dal filtro che hai realizzato, “Look at the Stone and Meditate”. Ci racconti come funziona?
Il filtro si compone di un sasso che fluttua sopra a un tavolo e si inserisce nel contesto circostante. Offre all’utente la possibilità di vivere un’esperienza meditativa e spirituale come rivivere la purezza dei bambini che riescono a dare importanza a un cosa semplice come un sasso appoggiandolo sopra un tavolo e trasformandolo nell’oggetto più prezioso al mondo. Se dovessi pensare a delle istruzioni per l’utilizzo di questo filtro direi: Guarda il sasso e medita; Prenditi del tempo per farlo; Guarda quel sasso come se fosse la cosa più speciale.

Da dove nasce l’idea?
Come in altri miei lavori, il vero fulcro rimane quindi l’utente, che diventa protagonista dell’opera rivolgendosi alla dimensione del sacro con il pensiero. Mi piace pensare che la danza dell’utente con lo smartphone tra le mani alzate al cielo per fruire della realtà aumentata sia una performance artistica e che questo muoversi nello spazio sia la mimesi di antichi riti cerimoniali. Riemerge così il tema a me molto caro del techno-animismo.

Hai realizzato altri filtri in passato? Cosa ne pensi, in generale, della realtà aumentata come strumento per gli artisti?
Ho rilasciato per Facebook il mio primo filtro nel 2019, era un albero. Mi piaceva confonderlo in contesti naturali dove i poligoni e la texture low-res si contrapponevano a foglie e rami veri, coniugando così reale e artificiale. Ne sono seguiti altri, spesso mai pubblicati, alcuni utilizzati esclusivamente per realizzare contenuti video. Nel 2016, con la realtà virtuale, avevo cominciato a creare esperienze meditative e spirituali; la realtà aumentata ha reso ancora più coinvolgente l’esperienza e lo strumento filtro ne ha facilitato la fruizione. La condivisione su vasta scala dell’opera, l’interazione diretta con il pubblico, l’opera che diventa strumento per l’utente e l’utente che diventa performer fa della realtà aumentata uno strumento potentissimo.
Ho ricercato elementi del patrimonio religioso universale dei popoli primitivi per riproporli all’interno dei filtri. L’utente che si muove con lo smartphone tra le mani alzate al cielo per riprendere lo spazio virtuale varca un portale attraverso la pantomima del rituale sciamanico.
I filtri, tuttavia, devono sottostare alle policy della piattaforma su cui sono rilasciati…

Giovanni Fredi, To My Deceased

Questo ti ha creato dei problemi?
Nel 2019 ho condiviso su un gruppo Facebook di settore un video nel quale mostravo il filtro Shamanism. Qualcuno tra i commenti l’ha ritenuto razzista e Facebook ha risolto il problema eliminandolo da Instagram. Gli avatar che danzavano e pregavano in cerchio erano stati modellati miscelando un 50% di aspetto caucasico e un 50% di aspetto asiatico. La musica tribale di sottofondo proveniva dall’audio di un rituale africano.
Pochi mesi dopo, ho partecipato a una collettiva curata da Bianca Cavuti esponendo Shamanism 02, una scultura in realtà aumentata nella quale gli stessi avatar, giudicati razzisti nel filtro precedente, pregavano in cerchio davanti a un fiore di loto magico. La texture effetto porcellana del nuovo filtro, rispetto al rosa carne di quello precedente doveva aver confuso la sensibilità degli utenti che gli hanno risparmiato la censura.

Ci sono degli artisti che segui su Instagram che fanno un uso interessante dei filtri?
Con questa domanda cogli perfettamente il significato che ha per me un filtro, il suo utilizzo più che la sua forma. Quindi non la creazione di una maschera fine a se stessa ma l’aspetto performativo che ne deriva. Penso a Jeff Koons che per Snapchat ha utilizzato la realtà aumentata come estensione del suo lavoro e penso a Mara Oscar Cassiani che utilizza il filtro digitale come parte di un costume di un rituale IRL. Ecco… puoi immaginare quale secondo il mio punto di vista ne abbia fatto un uso interessante.

La tua ricerca è incentrata sul rapporto tra uomo e macchina, e più in generale sulle interazioni tra tecnologia e corpo sociale. Quale credi possa essere il ruolo dell’artista oggi nella comprensione della nostra relazione con il progresso tecnologico e i suoi prodotti?
Descrivere, documentare, talvolta interpretare. Mi sento un etnografo capace di spiegarsi solo attraverso i lavori di cui ti parlo.

Un elemento ricorrente nei tuoi lavori è lo smartphone, inteso sia come oggetto-feticcio che come una specie di “portale” verso altre dimensioni. Come vivi, personalmente, questo oggetto, e cosa pensi rappresenti per le persone oggi?
In Cina ho scoperto il Qingming Festival, una festa tradizionale dedicata alla commemorazione dei defunti. L’usanza vuole che come offerta rituale vengano bruciati i joss paper, riproduzioni in carta di oggetti e beni di vario genere, in modo che questi doni possano raggiungere e allietare i propri avi. In origine preghiere e banconote finte, più recentemente è stata adottata la pratica di bruciare riproduzioni di carte di credito, automobili, computer e smartphone.
Il concetto è lo stesso che sta dietro all’accensione del cero nella religione cattolica. Il credente accende la candela, la fiamma brucia, il fumo sale portando con sé la preghiera che il rogante vuole far giungere al defunto. Lo smartphone è un amuleto, un talismano, un archivio con una portata infinita se lo si pensa come mezzo per accedere a internet.
E quando nel 2016 ho iniziato la serie To my deceased bruciando in realtà aumentata scansioni 3D dei miei iPhone volevo che mio padre ricevesse tutto il necessario, tra fotografie e file di ogni genere, per conoscere la mia vita dopo la sua morte.

Giovanni Fredi, Lines
Giovanni Fredi, Lines

A cosa stai lavorando in questo periodo? Ci puoi dare qualche anticipazione sui progetti futuri?
Recentemente ho lavorato a un’applicazione dentro al mio iPhone che permette di disegnare interagendo con le fotografie contenute nella gallery del dispositivo. È una riflessione sull’accumulo di immagini che caratterizza la bulimia dello scatto di cui tutti siamo affetti. Momenti, ricordi, cose che hanno acquisito un valore solo perché sono state fotografate e che vengono sfogliate solo in qualche momento di noia interagendo con il dispositivo e utilizzando una specifica gestualità che normalmente non lascia alcun segno.
L’app sviluppata converte in segni pittorici i tocchi sullo schermo creando dipinti astratti che danno un senso a quella memoria digitale ormai satura e svelano la relazione che si crea tra l’utente e il suo device, ma in particolar modo tra l’utente e le immagini fotografiche conferendo alla fotografia un nuovo valore e un nuovo significato.

Giovanni Fredi, Lines
Giovanni Fredi, Lines

A parte la produzione di questi dipinti fotografici, sto scivolando piacevolmente e lentamente nell’analogico. Mi sento in quell’immaginario dell’anziano che inizia a vedere il mondo più pacatamente, apprezzando ogni secondo. Ecco, io non apprezzo ancora ogni secondo ma ho la memoria dell’iPhone piena, non ho voglia di cancellare foto e non ho voglia di acquistare altra memoria e allora sono tornato alla pellicola. Ho comprato un ingranditore, preparo il rullino, penso, scatto per 36 volte e poi quando riesco a coniugare il tempo alla voglia, sviluppo e stampo… o magari domani comprerò un iPhone nuovo e ricomincerò tutto da capo.

– Valentina Tanni

Partendo dall’interesse per la tecnologia, Giovanni Fredi (Brescia, 1984) riflette su come l’utilizzo costante di computer e dispositivi digitali non solo ha modificato il modo di vivere delle persone, ma ha anche influenzato le modalità di relazione dell’uomo con la natura, con la cultura e con le tradizioni. Per comunicare queste relazioni in continua evoluzione, Fredi va oltre la fotografia, sperimentandone nuove forme. Le sue opere artistiche si muovono così tra la fotografia documentaristica e l’estetica del selfie, sino a utilizzare tecnologie come la realtà aumentata e la realtà virtuale per costruire un nuovo rapporto tra spiritualità, tradizione e digitale, approfondendo il tema del techno-animismo.

PROVA IL FILTRO Look at the Stone and Meditate SUL PROFILO INSTAGRAM DI ARTRIBUNE


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AutoreGiovanni Fredi
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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).