The Instagram Aesthetics. L’editoriale di Marco Senaldi

Una riflessione sulle norme di fruizione che accompagnano l’estetica dei social media.

Marco Senaldi per Artribune Magazine
Marco Senaldi per Artribune Magazine

No, non mi sono sbagliato. La foto da un account Instagram che vedete sopra è stata pubblicata così semplicemente per farla entrare… Dove? Nella griglia delle immagini che di solito commentano questo articolo. Ma, dato che in verticale non ci stava, l’ho girata in orizzontale.
Qualcosa però non funziona: siamo sì abituati a osservare fotografie, quadri, dipinti, immagini, video, film che hanno una scala rettangolare a dominante orizzontale (di solito con un rapporto di 16:9 o 4:3), ma quando si tratta di smartphone, inspiegabilmente passiamo tutti a un rapporto che, se pur resta sempre rettangolare, ha una dominanza verticale.
Non ci si fa caso fino a quando non la si trasgredisce, ma tutti i new media sono governati da questa dominanza, che è in aperta violazione con i canoni delle forme visive da sempre accettate, o almeno invalse in uso dall’epoca dell’invenzione del quadro (su cui dice tutto Victor Stoichita, L’invenzione del quadro, Il Saggiatore, 2004) fino all’attuale fruizione delle immagini su schermo. Difficilmente troverete, anche a cercarlo, un monitor per computer o per televisore verticale, e persino nelle videoinstallazioni più sperimentali, da Eija-Liisa Ahtila a Doug Aitken, quasi sempre la ratio degli schermi (anche se sovente sono più di uno) o delle proiezioni resta orizzontale.

Il tempo così si spazializza: nello scorrere orizzontale, fluviale, paesaggistico, il prima e il dopo seguono un certo ritmo, una sequenza in movimento che resta riconoscibile”.

Ho chiesto conferma a dei veri esperti, cioè i miei figli adolescenti, che mi hanno puntualmente confermato la cosa, e mi hanno chiarito anche un altro dettaglio: lo schermo del telefono viene messo in orizzontale solo qualora si intenda vedere un video più lungo o addirittura l’episodio di una serie tv, ma mai per consultare i social o scambiarsi messaggi.
Questa violazione, dunque, ha innanzitutto un valore estetico. Qualcosa di nuovo è accaduto nel nostro regime scopico (per usare l’efficace espressione di Pierre Sorlin) e, anche se sembra un dettaglio trascurabile, è come se, a quello che siamo abituati giustamente a chiamare “il paesaggio mediale” – e un paesaggio per definizione è più largo che alto – si fosse aggiunta una dimensione nuova, che “risolleva” le proporzioni, come nei ritratti dei gentiluomini messi in posa all’impiedi, insomma un “ritratto mediale” (spesso i ritratti hanno una ratio inversa rispetto ai paesaggi).
Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale. La verticalità dei dispositivi neomediali, infatti, sembra sostituire una metafora antichissima del tempo, dettata invece dall’orizzontalità: quella, risalente agli esordi della filosofia antica, dello scorrere delle acque di un fiume. Quando, abbastanza ingenuamente, si dice che i new media hanno “mutato il nostro orizzonte” – si afferma qualcosa di vero, poiché essi hanno letteralmente mutato la disposizione verso il mondo che ci ha caratterizzato da sempre. Allo “scorrere” lineare, lungo il filo di un orizzonte che è pur sempre “più largo” dell’altezza a cui normalmente limitiamo lo sguardo, hanno sostituito il “cadere”, lo spiovere di qualcosa che va da un alto (che non vediamo) verso un fondo (che anche ignoriamo). Si tratta di un’inversione particolarmente evidente in Instagram (ma tipica anche di altri social), in cui il susseguirsi dei post ha l’andamento spaziale di un cascare continuo – di una “cascata informativa”, che dà un senso ben più cogente alla definizione di informational cascade (proposta da Andrew Dotey, Hassan Rom e Carmen Vaca, Information Diffusion in Social Media, Stanford University Press, 2011).

Ma, forse, non si tratta solo di estetica: questo ribaltamento annuncia istanze più profonde, che paiono spingere verso un’inversione dimensionale generale”.

In questo processo inarrestabile, il nuovo si aggiunge imperterrito al vecchio, proprio come in una cascata dove sempre nuova acqua sopraggiunge, pur dando l’idea di una forma continua e quasi immobile. Proprio un artista come Bill Viola, che ha fatto della “cascata” liquida quasi il suo marchio autoriale, è infatti anche uno dei pochi autori di video ad aver impiegato schermi verticali, come presagendo una condizione mediale che oggi ormai conosciamo e frequentiamo tutti.
Il tempo così si spazializza: nello scorrere orizzontale, fluviale, paesaggistico, il prima e il dopo seguono un certo ritmo, una sequenza in movimento che resta riconoscibile; ma nel cascare ogni nuovo si sovrappone al vecchio, in un imperterrito, fragoroso accumularsi senza fine. Seriamente – quale “spazio” occupa Instagram? O anche, dove sono le pagine virtuali del documento Word che sto scrivendo? Una sovrapposizione interminabile diviene la regola anche visiva di un universo informativo in cui non ci si sposta veramente, dove nulla accade nel tempo, ma tutto sembra com-presenziare continuamente riassorbendosi nello spazio di se stesso.
Se – da Platone a Kant – è la dimensione temporale a prevalere su quella spaziale e a sollevare l’interrogativo decisivo (il movimento e la stasi, il passato e il futuro, la vita e la morte), viceversa la nostra ipermodernità vive un tempo “eternato”, congelato, grazie al per sempre della riproducibilità, che si estende in uno spazio divenuto invece contraddittorio, luogo del qui e simultaneamente dell’altrove.
Per parafrasare Agostino all’epoca dei new media, se nessuno mi chiede che cos’è lo spazio, lo so; se me lo chiede, non lo so più.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

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Marco Senaldi
Marco Senaldi, laureato in filosofia, a partire dagli anni 80 si occupa di critica e teoria dell’arte contemporanea. Negli anni 90 ha insegnato Estetica al Politecnico di Milano e allo IULM; è stato docente di Fenomenologia dell’Arte Contemporanea e di Estetica all’Accademia di Belle Arti “Carrara” di Bergamo; dal 2003 insegna Cinema e Arti Visive all’Università Statale di Milano Bicocca. Suoi testi e saggi sono apparsi in numerosi cataloghi e volumi collettivi (AA.VV., Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002; A. Somaini, a c. di, Il luogo dello spettatore, Vita e pensiero, 2005, N. Dusi, A. Spaziante, a c. di, Remix Remake, Meltemi 2006, ecc.), oltre che in riviste d’arte e design (Juliet, Flash Art, Exibart, Tema Celeste, Around Photography, Arte Mondadori, Interni, FMR) e quotidiani (il manifesto; Corriere della Sera; D-donna- la Repubblica). Sul free magazine Exibart Onpaper cura dal 2005 la rubrica hostravistoxte. Ha tradotto e curato l’edizione italiana di testi di Gilles Deleuze, (Spinoza, filosofia pratica, Guerini 1991), di Arthur Danto (L’abuso della Bellezza, Postmediabooks, 2008) e Slavoj Žižek (Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, antologia di scritti, Feltrinelli, 1999; Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, 2002; L’epidemia dell’immaginario, Meltemi, 2004; Credere, Meltemi, 2005; Il cuore perverso del cristianesimo, 2006). E’ stato autore di primi programmi televisivi culturali dedicati all’arte contemporanea per Canale 5 e Italia Uno (L’Angelo, 1994/95; Le notti dell’Angelo, 1995/97) e Rai Tre (Onda Anomala; 1998/99; Cenerentola, 1999/2000), e collabora tuttora con RadioRai Tre Suite. Ha curato diverse mostre d’arte contemporanea tra cui Cover Theory. L’arte contemporanea come re-interpretazione, (maggio-giugno 2003), catalogo Libri Scheiwiller, Milano, 2003; Il marmo e la Celluloide – Arte contemporanea e visioni cinematografiche, Villa La Versiliana, Marina di Pietrasanta (catalogo Silvana editoriale, 2006); Paolo Gioli (in programmazione presso Treinale Bovisa), ottobre 2010. Da molti anni tiene conferenze e incontri in Italia e all’estero (Arte contemporanea e filosofia, Spazio Oberdan, Milano, maggio 2007; Art and Tv, Symposium “Visual Construction of Cultures”, Zagreb, nov. 2007; Festival Architettura, Roma, MACROfuture, 2010, ecc.). E' membro fondatore del gruppo di ricerca sull'immaginario contemporaneo GRICO; è membro della Società d'Estetica Italiana (SIE); fa parte delle reti accademiche Cinéma et Art contemporaine, Sorbonne Nouvelle Paris 3, e NECS European Network for Cinema and Media Studies.

1 COMMENT

  1. Complimenti per l’ottimo articolo.
    Piccola precisazione: gli schermi del PC spesso possono essere ruotati ed essere quindi verticali, come lo schermo di uno smartphone.

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