“Una falsa notizia è solo apparentemente fortuita, o meglio, tutto ciò che vi è di fortuito è l’incidente iniziale che fa scattare l’immaginazione; ma questo procedimento ha luogo solo perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”. Così la pensava lo storico Marc Bloch, come la pensano gli accademici e studiosi di oggi?

La questione della verità, dell’inganno e delle illusioni nella società visuale “post-mediale”. Questo il tema al centro del convegno nazionale “La cultura visuale del XXI secolo. Cinema, teatro e new media” in programma fino al 28 febbraio presso l’Università degli Studi di Enna “Kore”. L’argomento sarà sviluppato secondo diversi approcci scientifici: cinematografico, letterario, teatrale, mediologico, estetico, filosofico, sociologico, delle scienze neuro cognitive. La cultura dell’inganno che radici ha? Dai ciarlatani del Seicento alle riflessioni attuali relative alle fake news, il convegno è promosso e organizzato dal gruppo di ricerca “I linguaggi artistici e le poetiche del Seicento” della Scuola di Lingue e Culture – Facoltà di Studi Classici, Linguistici e della Formazione dell’Università degli Studi di Enna “Kore” -, in collaborazione con “Scenari. Rivista Semestrale di Filosofia Contemporanea & Nuovi Media” – sezione “Visual Culture Studies – della casa editrice Mimesis. Ne abbiamo parlato con Andrea Rabbito, che insieme a Damiano Cantone, è direttore della rivista online di “Scenari. Rivista Semestrale di Filosofia Contemporanea & Nuovi Media”, dedicata alla cultura visuale e all’analisi delle diverse tipologie di rappresentazioni e dei vari prodotti offerti dai mass media e dai new media.

Perché si è scelto di affrontare come argomento di discussione “la cultura del falso, rapporto tra rete e schermo e fake news”?
Il motivo è che per Mirzoeff i visual culture studies, che sono oggetto di studio e veicolo di analisi di questo convegno nella sua seconda edizione, dovrebbero essere considerati più che una disciplina scientifica, una “strategia”; una strategia che ha la finalità di comprendere come le nuove immagini determinino un cambiamento importante nel modus operandi, pensandi e vivendi dell’uomo: realizzano cioè quello che Morin definisce “nuova strutturazione culturale” e una “inedita strutturazione dei rapporti umani”. E il fenomeno della post-verità, delle fake news, della cultura del falso, dell’accettazione della “verità” proposta dalle immagini nuove o tecniche, è un fenomeno che è determinato particolarmente proprio dal diluvio di immagini nel quale ci troviamo a vivere, da quell’onda mediale che ci travolge, nel bene e nel male, e su cui noi dobbiamo surfare, riprendendo un’immagine proposta da McLuhan. 

La cultura del falso è figlia del nostro tempo o è sempre esistita?
Ovviamente è sempre esistita ma il medium tecnico e le nuove immagini hanno permesso che questo fenomeno si diffondesse particolarmente fino a far divenire la post-verità, come dice Ferraris, “l’essenza della nostra epoca”. Certo, ed è quello che ci proponiamo di mettere in luce in questo convegno organizzato dal Gruppo di ricerca “I linguaggi e le poetiche del Seicento” dell’Università di Enna “Kore”, il periodo barocco nel quale crollano le grandi certezze, nasce la Modernità e si impone il gioco dell’inganno, del falso, delle illusioni nel campo dell’arte, proprio tale periodo diventa per noi un momento storico e artistico da prendere particolarmente in considerazione per capire meglio la cultura visuale e del falso dei nostri giorni.

Quale è secondo lei il rapporto tra fake news e post-truth?
C’è una stretta correlazione. La post-truth, la post-verità, è divenuta durate la Brexit, nel 2016, la parola dell’anno secondo l’Oxford English Dictionary, e non è altro che quella notizia che viene accettata da una vasta opinione pubblica facendo leva sulle emozioni, sebbene questa notizia non abbia fondamento di veridicità. Similmente la fake news: viene accettata come attendibile una falsificazione del reale senza tener conto non solo dell’alterazione e mistificazione che una notizia può avere, ma senza considerare anche, al di fuori del caso della fake news, della soggettività che è sempre insita nella notizia.

Di conseguenza?
Riteniamo che questo atteggiamento di facile accettazione sia determinato dall’imporsi dell’immagine tecnica che viene sempre vista attendibile, oggettiva, e induce a non mettere in discussione quanto presentato in rappresentazione. Proprio per questo probabilmente la consapevolezza della diffusione delle fake news e della post-truth può essere vista positivamente, in quanto sprona lo spettatore, così come facevano diverse opere barocche, a rendersi conto che non può accettare facilmente ciò che i media propongono e che deve attivare una coscienza critica e una messa in dubbio di ciò che vede, sente e legge. Pena sarebbe divenire dei nuovi Don Chisciotte nell’epoca del visuale.

 

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.

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