Complice la diffusione di strumenti digitali e di una cyber-cultura sempre più alla portata di tutti, anche le modalità belliche sono cambiate. E ne stiamo già vedendo gli effetti.

Nel passato (?) mondo della Guerra Fredda, il pericolo era sintetizzato da un bottone rosso. Schiacciato il quale, partivano i missili a testata atomica sia dalla Russia che dagli stati Uniti, e avrebbero distrutto parte del pianeta e permesso ai più fortunati (sopravvissuti) di aver vinto la guerra. Quello che è avvenuto fra la Russia e l’Occidente (non solo gli Stati Uniti) è la versione cibernetica del lancio di missili atomici. Morte di hard disk, archivi, databank, interruzioni di comunicazioni, danni per miliardi per ricostruire le strutture distrutte. L’attacco compiuto dalla Russia è stato parallelo a manovre sotterranee (che ora emergono) di manipolazioni delle elezioni del vecchio nemico, che ora è possibile infiltrare. Gli attacchi dalla Russia agli Stati Uniti e viceversa si sono mossi in diverse direzioni, dai medi obiettivi a quelli più importanti e complessi. Le strategie laterali che così si sono create danno l’impressione di un testing di situazioni in cui tutti si impegnano come difensori, aggressori o ambedue. Mentre il gioco dello spionaggio è sempre stato praticato, il sabotaggio era vicino all’aperta ostilità.

Il cyberspionaggio degli USA rivelato da Snowden è diventato oggi diffuso e quasi accettabile. Quello che non accettiamo è la pericolosa prossimità del sabotaggio alla guerra”.

La cyberwarfare in atto tocca già l’area del sabotaggio e inscena una partita a scacchi dove però i pezzi sono veri. Le ondate di cyberattack sono sempre più numerose e confuse. Tutti attaccano tutti. Un dato emergente è che i piccoli Stati possono diventare grandi realtà attaccando i grandi Stati. Messo sotto accusa, il Qatar si affretta a sviare la responsabilità su altri. Il cyberspionaggio degli Usa rivelato da Snowden è diventato oggi diffuso e quasi accettabile. Quello che non accettiamo è la pericolosa prossimità del sabotaggio alla guerra. Nel frattempo cosa succede nel campo dell’hacking? In un convegno svoltosi a Roma, l’area politico-creativa digitale mostra oneste e doverose operazioni di controinformazione sui fatti in Palestina, si parla dei disvelamenti fiscali e della possibilità/necessità di riconoscere il “vero” nella Rete. Una cosa però non emerge: che la dimensione di onnipotenza creata dalla precoce conoscenza digitale del passato è oggi superata e spiazzata da una diffusione capillare di strumenti che rendono tutti armati nello stesso modo, anzi di più. Anche se non tutti, almeno per ora, possono mettere in campo migliaia (?) di hacker statali come fa la Russia per realizzare la sorprendente Guerra dei Mondi che possiamo seguire come se fosse un videogame. Nel film War of the Worlds degli Anni Cinquanta, alla fine i marziani invasori vengono uccisi da un semplice virus del raffreddore. Vedremo come sarà la versione moderna di questo finale.

Lorenzo Taiuti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). È esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).